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Valleoccupato, una riflessione doverosa

Occupanti e istituzioni devono trovare un compromesso, perché il Valleoccupato è un luogo di riflessione e di incontro tra artisti, politici, economisti e intellettuali.

Valleoccupato, una riflessione doverosa

GdS

29 Luglio 2014 - 15.21


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di Daniele Vicari

Invito tutti voi a visitare il sito www.teatrovalleoccupato.it. Sull’home page ci sono almeno 2 cose notevoli: i comunicati del Valleoccupato sono in italiano inglese e francese e non si limitano alle questione “specialistiche” della produzione culturale, ma spaziano nel senso esatto di “costruire spazio” tra il teatro, il cinema, la letteratura, la politica e tutto ciò che si muove nella socità.

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Se non vi sembra poco (a me sembra davvero molto), cliccate su “chi siamo” e potete leggere tra le altre cose:

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«Il 14 giugno duemila11 abbiamo occupato un teatro del 1727 per attuare una rivolta culturale. Siamo in continua trasformazione.

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Occupare è una pratica politica collettiva, un gesto di riappropriazione che istituisce uno spazio pubblico di parola.

Continuiamo ad occupare il Teatro Valle perché il gesto si trasformi in un processo costituente: per attivare un altro modo di fare politica senza delegare, costruire un altro modo di lavorare creare produrre, affermare un’altra idea di diritto oltre la legalità, sviluppare nuove economie fuori dal profitto di pochi.»

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«Beni comuni come azione di democrazia diretta e radicale: il Teatro Valle si è fatto agorà e la città ci si è riversata dentro. Partecipare in prima persona all’autogoverno di un teatro porta con sé un’altra idea di cittadinanza.
Un palcoscenico aperto, un progetto da condividere con compagnie, artisti, operatori, spazi indipendenti di Roma e in Italia per sperimentare una progettazione partecipata e una diversa organizzazione del lavoro basata sulla cooperazione. Un luogo di formazione e autoformazione in cui l’accesso ai saperi e la qualità siano garantiti».

Se fossero solo parole (belle o brutte, non ha importanza) potremmo anche dividerci tra chi è d’accordo e chi contro. Ma se tornate sull’Homepage e cliccate su “Programmazione”, scoprirete che senza mezzi economici, senza sostegni esterni, e senza pudore, al Valleoccupato si è prodotto talmente tanto sul piano artistico che la prima domanda che vi verrà è: perché nella maggior parte dei teatri gestiti “burocraticamente” non si producono tutte queste cose? Perché ci sono teatri che hanno praticamente lo stesso cartellone da trent’anni e fanno solo “teatro” e mai video, installazioni, dibattiti, corsi…? E’ vero, ci sono i diritti sindacali dei lavoratori, gli orari, i limiti di budget… ma considerando ogni motivazione possibile e immaginabile, ogni giustificazione e ogni sacrosanta scusa, vi piaccia o non vi piaccia dovrete comunque alla fine ammettere che il motivo è uno solo: il Valleoccupato è un luogo vivo, dove le idee e le esigenze espressive di molte persone si incontrano, si scontrano, producono anche un bel po’ di caos, ma alla fine producono anche innovazione, emozioni, bellezza. Forse non producono cultura. Ed è un bene! Ok, la mia è una provocazione, ma sono profondamente convinto di ciò che sto scrivendo: la parola “cultura” il più delle volte è purtroppo un pannicello caldo sotto il quale si nascondono quando va bene dei buoni propositi, e quando va male cattive pratiche e pessimi insegnamenti. La peggiore delle pratiche alle quali siamo stati abituati dalla stagnazione sociale e civile nella quale siamo caduti dopo gli anni ’70, è una concezione della cultura come “redistribuzione” di una Miseria di Stato che non ha alcuna ricaduta sulla collettività, anzi che non si pone il problema della collettività. L’esperienza del Valleoccupato ha ribaltato immediatamente questa cattiva pratica: il Teatro è pubblico, pubblico vuol dire che appartiene a tutti perché la produzione oltre che la fruizione dell’arte è una delle basi fondanti di una società. Produrre e fruire arte in totale libertà materiale ed esistenziale è il presupposto di ogni forma di emancipazione del cittadino dai bisogni elementari.

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Ecco che il Valleoccupato è diventato un luogo di riflessione, e nell’incontro tra artisti, politici, economisti, intellettuali nasce persino una idea di “riforma dello stato” nel convincimento: «che la categoria dei beni comuni possa aprire uno spazio d’azione tra la logica del profitto dei privati e l’asfissiante burocrazia pubblica. Un terreno che genera connessione tra lotte molto diverse, moltiplicando spazi di confronto e piani del conflitto. Al centro delle pratiche, le relazioni: il fare comune è un’alternativa concreta per sottrarre le nostre vite e il nostro lavoro agli effetti della crisi e delle politiche di austerità».

Si può non essere d’accordo con questa dichiarazione, con l’ideologia che la sottende, si può persino combattere questa idea, ma non si può rinunciare alla vitalità e alla generosità di questa affermazione, persino alla sua ingenuità. Ogni idea di futuro e di cambiamento è “ingenua”, fragile, contraddittoria. Ma è irrinunciabile questa ingenuità, se vogliamo che la parola “cultura” non sia solo portatrice dei classici riflessi identitari e conservatori che caratterizzano le “politiche culturali” filtrate delle esigenze delle organizzazioni politiche classiche, quelle che siedono in parlamento e anche quando si autodefiniscono “movimento” si fanno portatrici di una idea dello Stato spesso asfittica perché legata (legittimamente per carità) ad una lobby, ad una religione, ad un interesse aziendale. Un paese che ricacci nel nulla esperienze vitali come quella del Valleoccupato, dimostrerebbe mancanza di desiderio di futuro. E’ per questo che spero davvero che gli occupanti e le istituzioni trovino non semplicemente un compromesso, ma un rilancio della vitale esperienza fin qui realizzata. Ci vuole molta generosità da entrambe le parti, ma più di tutto ci vuole lungimiranza da parte di chi dirige le istituzioni locali e nazionali, perché la brama di futuro che anima gli occupanti del Valle io l’ho toccata con mano e mi dispiacerebbe davvero doverne fare a meno.

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