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Rock Rose Wow, il fiore del coraggio

A RomaEuropaFestival è andato in scena un focus sui giovani autori-coreografi italiani a cui ha partecipato anche Daniele Ninarello con Rock Rose Wow.

Rock Rose Wow, il fiore del coraggio
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11 Novembre 2014 - 12.47


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di Chiara D’Ambros

Grande successo della rassegna Dna danza nazionale autoriale, protagonista la scorsa settimana di RomaEuropaFestival. Questa V edizione di Dna ha visto un omaggio ai maestri come Virgilio Sieni e la compagnia Sharon Fridman e un focus sui giovani autori/coreografi italiani e non, tra cui Giulio D’Anna, Manfredi Perego, Louise Vanneste e Daniele Ninarello, che è stato invitato con la sua creazione Rock Rose Wow.

La danza forse più o forse come tutte le arti si può raccontare ma va soprattutto vista, vissuta tanto c’è nel “non detto” dei corpi che si fanno ritmo, nei corpi dei danzatori che comunicano con i corpi degli spettatori da cui scaturiscono emozioni e pensieri non sempre traducibili in parole. Nel lavoro del giovane coreografo torinese Daniele Ninarello questo è evidente per la relazione empatica che riesce a creare con il pubblico, prima ancora della bellezza estetica che riesce a offrire. Chi sta leggendo ora non vede i corpi, i movimenti, la scenografia, non sente la musica, non respira coi danzatori, come avvicinarsi quindi a questo lavoro? Abbiamo chiesto allo stesso Ninarello di condurci in questo tuffo nell’immaginazione sin dalla sua prima concezione.
“Rock Rose nasce da un momento in cui ho riflettuto su di me, sulla figura prima dell’artista e poi dell’essere umano in generale e ho visto quanto ansia da prestazione ci sia ovunque, quanto senso di inadeguatezza, bisogno di conferme spesso ossessive, sia nei mondi reali che in quelli virtuali, basti pensare ai “Like”, “mi piace” di facebook o al fenomeno selfie. Ho riflettuto a lungo sulla competizione profonda che mette tutti contro tutti, sulla differenza profonda tra l’affermarsi e il realizzarsi e sul fatto di quanto in realtà oggi sia più importante affermarsi che realizzarsi. Ho visto, anche sulla mia pelle, che in realtà andare verso l’affermazione può voler dire andare verso lo smarrimento, la perdita di identità, di principi, di un consolidamento di se stessi. Ho riflettuto su tutte le volte in cui vado a vedere uno spettacolo, un’opera e mi chiedo se sono davanti all’ego di quell’artista o a qualcosa di più universale.

Alla fine ho capito che per me è più importante il realizzarsi che l’affermarsi.
In quel periodo di osservazione, mi sono immerso nelle foto della fotografa americana Sally Mann, nei suoi family portrait dove ci sono dei bambini che giocano a fare gli adulti, e cercano il riconoscimento, l’affermazione, si atteggiano come a chiedere continuamente “Vado bene?” “Sono importante”. Da bambino si fa con innocenza, da adulto si continua a fare, però non è più un gioco, si fanno implicitamente e attraverso varie forme più o meno esplicite le stesse domane ma con la speranza di avere conferme, con paura, con senso di inadeguatezza, con grande fragilità. Lavorando su questo ho visto che più cresci, più vai in quella direzione più si manifesta l’ansia da prestazione, il panico, il bisogno di conferma continuo da parte dell’esterno. Per chiedere conferma esaltiamo il nostro ego, in tanti modi, e il bambino innocente che poi diventa l’adulto porta questo bisogno di affermazione, riconoscimento fino all’estremo tanto da arrivare a sottoporsi alla chirurgia estetica per esempio, per piacere agli altri. E’ un continuo tentativo e bisogno di affermare “io sono qui, io sono qua, io sono qua, io sono qua”.

Da queste constatazioni e dall’ispirazione di molti documenti artistici tra i quali i lavori di Marlene Dumas, artista sudafricana, in Ninarello è iniziato un processo che ha portato alla creazione di RockRoseWow. RockRose è un fiore, è un rampicante che cerca il sole, la luce e che fa un movimento pulsante con le variazioni di luce. In questo il coreografo torinese ha visto come da una condizione di buio, metaforicamente “di paura” si possa “cercare il sole”, attraverso il coraggio, nonostante si vivano situazioni difficili, e ha cercato di tradurre tutto questo nel lavoro sui corpi, sullo spazio scenico, sulla musica e sulle luci.

“Ho cercato di ritrovare – dice Ninarello – questo moto di elevazione dal buio, questo andare oltre la resistenza data dalla gravità e di indagare questo movimento di chiusura e apertura e l’ho ritrovato nella contrazione diaframmatica, che è poi lo stesso movimento che avviene durante un attacco d’ansia o di panico. Quindi abbiamo lavorato molto con Annamaria Ajmone e Marta Ciappina – con lui in scena in questo lavoro – su questo movimento di contrazione diaframmatica , sul chiedersi cosa succede a un corpo che traduce questo movimento, come pure abbiamo lavorato sui movimenti interrotti, sull’incertezza, sulla paura, sentimenti che vedo quotidianamente attorno a me nel tentativo di cambiare, distruggere quel meccanismo inceppato che impedisce ad ognuno di vivere esprimendo il proprio talento, senza compiacimento ma per vivere la propria vita a pieno. Abbiamo lavorato inoltre, sullo spazio e sulla musica composta Mauro Casappa e sulle luci di Cristian Perria.”

La ricerca della necessità di esprimersi al di là delle barriere dei pregiudizi soprattutto mentali proprie, in cui ci si imprigiona, da parte di Ninarello, affonda le sue radici nella sua storia di danzatore come racconta lui stesso: “Ho iniziato a danzare a 18 anni quando tutti mi dicevano non sarai mai un danzatore, è tardi, il tuo corpo non può, nessuno ci credeva, io si. Poi la vita mi ha dato ragione, non solo perché faccio quello che faccio oggi, ma perché ho avuto la fortuna di danzare con persone come Virgilio Sieni, come Sibi Larbi Cherkaoui, girare il mondo e non l’ho fatto per provare alle persone che potevo farlo ma perché probabilmente quella spinta interiore era più forte della paura di non farcela, del giudizio degli altri o del pensiero altrui.
Nel mio lavoro sono passato dalla tecnica al punto in cui mi sono reso conto che il mio stare nelle relazioni, in famiglia nel mondo è già una danza. I segni che lascio con il corpo, come mi relaziono con l’esterno, con la mia percezione interno-esterno, mi ha permesso di comprendere che o ti lasci trasportare o diventi l’autista del tuo corpo. Ed è bello acquisire questa consapevolezza, perché poi riesci anche a lavorare sullo stato emotivo, ti rendi conto di come lo puoi trasformare, per esempio la paura è una stato emotivo e farlo diventare movimento e capire come attraverso il movimento si possa trasformare in coraggio è un’esperienza.”

Tre corpi soli in scena, vicini ma sempre distaccati, ciascuno rinchiuso in una visione limitata, in un moto sfrenato a volte estremo ma inutile, immersi nella paura della relazione. Tre corpi che si fanno sensazione di irrequietezza, inadeguatezza, volontà di fuga, di uscire da sé, frustrati dall’impossibilità di reciprocità, scambio, di sentire serenità. Tutto questo è RockRoseWow, un’opportunità per sfiorare il limite, percepire il desidero e il coraggio di andare oltre, di cambiare, di ritrovarsi… di cercare e coltivare quella bellezza che ci appartiene e che sarà il soggetto del prossimo lavoro 2015 di Daniele Ninarello… che attendiamo, senza ansia!

RockRose Prossime date:

16 novembre 2014 – TEATRO MECENATE – Arezzo

INVITI DI SOSTA VII edizione – Appuntamenti con la danza contemporanea d’autore
18 dicembre 2014 – FIRENZE – CANGO (CANTIERI GOLDONETA)

24 febbraio 2015 – DEBUTTO IN FRANCIA – Les Hivernales Théâtre Le Girasol – Avignone

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