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Il buddismo di Pasolini secondo Abel Ferrara

'Sono buddista e questo significa riflettere sugli insegnamenti ricevuti. Pasolini era un maestro'. Abel Ferrara spiega il suo approccio alle ultime 48 ore del regista.

Il buddismo di Pasolini secondo Abel Ferrara
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5 Settembre 2014 - 06.15


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di Marco Spagnoli

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Il regista Abel Ferrara rifiuta ogni possibile paragone e comparazione quando parla di Pasolini. “Sono buddista e questo significa riflettere sugli insegnamenti ricevuti. Pasolini era un maestro e io sono cresciuto leggendo la sua opera e vedendo i suoi film.” Questo l’approccio al racconto delle ultime 48 ore dell’intellettuale morto assassinato il 2 novembre 1975 e aggiunge ironicamente “Ogni raffronto non ha alcun senso: lui non ha mai visto nessun mio lavoro.”

Una chiave di lettura utile e interessante per comprendere Pasolini l’ultimo film del regista italo – americano che, presentato in concorso al Festival di Venezia, uscirà nelle sale italiane il 25 settemre distribuito da Europictures.

Cinema sul cinema, un genere che tra biopic e documentari sta sempre prendendo più piede nelle produzioni italiane ed internazionali, ma anche un modo inedito per restituire voce al grande poeta, scrittore e regista scomparso nel novembre 1975.

Scritto da Maurizio Braucci già autore della sceneggiatura di Gomorra, il film ripercorre le ultime 48 ore di Pasolini, senza volere fare rivelazioni rispetto alla sua fine, bensì seguendo la sentenza del giudizio del 1976 che lo stesso sceneggiatore definisce come ‘un buon processo’.

“E’ un film, non un’indagine” ribadisce Abel Ferrara.

Al di là del racconto di quello che è accaduto a Pasolini, del viaggio da Stoccolma, della sua intervista rilasciata a Furio Colombo, dell’ultimo pranzo con la madre, con la cugina, con l’amica Laura Betti, della cena con Ninetto Davoli e suo figlio, il racconto ‘buddista’ delle ultime ore di PierPaolo Pasolini si declina su un duplice piano narrativo seguendo sia la giornata del regista, sia lo sviluppo messinscena del suo romanzo incompiuto Petrolio, sia la sceneggiatura del film Porno-Teo-Kolossal, analizzata qualche anno fa in un documentario molto importante e interessante, scritto e diretto da Mario Sesti insieme a Matteo Cerami e intitolato La voce di Pasolini.

Ed è proprio questo l’elemento di maggiore interesse del film di Ferrara: il ritratto di un artista, con le sue doti profetiche, la sua grandezza, la sua debolezza, ma al tempo stesso anche la messinscena di parte della sua opera con un finale in cui è il viaggio stesso a dare senso al racconto.

Ninetto Davoli porta sullo schermo il ruolo di Epifanio che Pasolini aveva scritto pensando ad Eduardo De Filippo, mentre Riccardo Scamarcio interpreta sia Ninetto Davoli, sia il giovane assistente di Epifanio che Davoli avrebbe dovuto portare sullo schermo. Un articolato gioco di rimandi tra realtà e finzione e di citazioni, impreziosito dalla presenza di persone che conoscevano bene PierPaolo Pasolini.

“Quando leggi le sue poesie è un conto.” conclude Ferrara “Quando incontri gli amici e i collaboratori che erano intorno a lui e che con lui avevano lavorato è un’altra cosa. Dalla mia esperienza di documentarista mi sono portato dietro il fatto che pongo sempre tantissime domande ai miei interlocutori e non ha mai sentito nessuno che parlasse di me. Pasolini era la persona più gentile del mondo, soprattutto con la gente più umile. Sul set era tutto quello che io vorrei essere in termini di comportamento, di attitudine e per la sua capacità di interazione con gli altri.”

Un film, ma anche un apologo sull’arte, sul pericolo che Pasolini evocava nell’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo, sull’Inferno in arrivo citato come prossimo venturo sempre durante lo stesso incontro, sull’omologazione della società dei consumi che ci voleva e ci vuole ancora tutti schiavi di quello che desideriamo, possediamo e che, alla fine, distruggiamo per consumare ancora.

Un apologo buddista visionario, imperfetto (ma un film “perfetto” non esiste diceva Fellini), ma soprattutto una nuova chiave di lettura dell’opera, della vita e della morte di Pasolini che obbliga anche spettatore a riflettere e a metabolizzare un film che – come una storia zen – non è di immediata comprensione, ma che costringe a riflettere e a pensare con il suo carico di compassione e di amore per l’arte, per lo lo sguardo, la fisicità e la voce di Pasolini che qui viene portato sullo schermo da un Willem Dafoe certamente meritevole di vincere la Coppa Volpi per la migliore interpretazione anche se, si sa, i premi per la filosofia buddista non contano nulla.

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