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A Roma il Museo interattivo racconta gli Internati Militari Italiani

Una visita in Via Labicana per non dimenticare il coraggio dei militari che dopo l’8 settembre dissero di NO al nazifascismo.

A Roma il Museo interattivo racconta gli Internati Militari Italiani
Immagine tratta da Museo "Vite di IMI" Internati Militari Italiani
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26 Aprile 2024 - 20.28 Culture


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25 aprile, la Liberazione. In questi giorni se ne è parlato tanto, e oggigiorno, con il surplus di media con cui abbiamo a che fare quotidianamente, si rischia spesso di andare incontro a un effetto opposto, di appiattimento e ascolto superficiale da parte del pubblico.

Ma, in Via Tasso a Roma, fin dal 1955, è presente il Museo storico della Liberazione che espone oggetti concreti di chi ha sofferto quei giorni e non ha goduto subito della libertà tanto agognata. Via Tasso fa rima con Fosse Ardeatine, ci ricorda le scene immortali di “Roma città aperta”.

Esiste però, sempre nella capitale, un altro percorso interattivo di conservazione e trasmissione della memoria, quella dedicata agli IMI, gli Internati Militari Italiani. Si tratta del “Museo – Vite di IMI”, un percorso storico didattico dedicato ai 650mila militari italiani che, dopo l’8 settembre, si rifiutarono di collaborare al fianco dei nazifascisti. Una mostra che “davvero commuove”, come raccontano i volontari dell’Associazione che prestano cura al museo situato in Via Labicana, nei pressi del Colosseo.

Fino all’8 settembre 1943, questi militari avevano combattuto al fianco dei tedeschi come alleati; dopo l’armistizio, furono posti davanti alla scelta di essere arruolati nuovamente a supporto dei gruppi nazifascisti, ma rifiutarono in massa. Per questo, vennero arrestati, trasferiti prima nelle caserme per consegnare le armi i ai tedeschi e poi spostati, o in treno o in nave, verso campi di lavoro nei confini del Reich. Fu attribuito loro lo status di “internati”, sottraendoli così protezione degli accordi internazionali, come la Convenzione di Ginevra, la tutela della Croce Rossa Internazionale e delle altre organizzazioni umanitarie.

Con il loro NO pagarono pesantemente la fedeltà al giuramento prestato all’Italia, venendo deportati nei campi di concentramento e sottoposti al lavoro “coatto”.

Nonostante la fame, le sevizie e le umiliazioni di ogni tipo, in circa 700mila continuarono ad opporsi ad ogni forma di collaborazione con i nazifascisti. Oltre 50mila morirono nei campi, altrettanti al ritorno in patria per le malattie contratte durante la prigionia.

Quello dedicato a questi sottaciuti martiri della Liberazione è un museo di concezione contemporanea, composto per la maggior parte da oggetti donati, che vengono esposti insieme didascalie dedicate. “É come se fosse la voce oggi” a parlare, scrive la giornalista ANSA Alessandra Magliaro. “Ognuno di loro – continua – ha una storia che è ora di raccontare e che oggi può dare il senso di una Resistenza non ben riconosciuta”.

Per maggiori informazioni sul Museo “Vite di IMI” Internati Militari Italiani il sito: https://www.museionline.info/musei/museo-vite-di-imi

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