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Cinema di genere: la sfida di Matteo Rovere

Il futuro del cinema italiano passa attraverso tipologie di film differenti, in grado di parlare a pubblici di età diverse e a spettatori targhettizzati. [Marco Spagnoli]

Cinema di genere: la sfida di Matteo Rovere

GdS

23 Marzo 2016 - 10.44


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di Marco Spagnoli*

Prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci e diretto da Matteo Rovere, Veloce come il Vento distribuito da 01 il 7 aprile è un titolo da tenere d’occhio e non solo per le sue innegabili qualità artistiche. Il regista di Un gioco da ragazze e de Gli Sfiorati trova una propria rinnovata cifra stilistica in un film dinamico incentrato sulle corse in auto clandestine e non, cui unisce una storia di speranza, di necessità e redenzione, con protagonisti uno Stefano Accorsi alla sua migliore interpretazione degli ultimi anni e la pressoché sconosciuta Matilda De Angelis in un ruolo sorprendente di ragazzina tosta e determinata a fare la cosa giusta.

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Un film ‘di genere’ che pur senza fare il verso a saghe come Fast & Furious riesce ad unire una storia molto italiana di dipendenza e necessità con un racconto altamente spettacolare che propone allo spettatore anche il miglior inseguimento in auto al cinema dai tempi, mai sufficientemente rimpianti, dei grandi poliziotteschi italiani.

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Merito di un team di lavoro che dopo il successo di Smetto quando voglio, prova ad innovare in maniera intelligente un genere legato alle donne e ai motori che ha pur sempre una grande tradizione cinematografica nel nostro paese e che negli ultimi anni è stato inspiegabilmente dimenticato.

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La trama vede protagonista una teenager di nome Giulia appassionata di automobili. Del resto la passione per i motori scorre da sempre nelle vene dei componenti della famiglia. I De Martino, da generazioni, sfornano campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma un giorno tutto cambia e Giulia si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno inaspettato del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile anche per colpa della droga, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme, in un susseguirsi di adrenalina ed emozioni che gli farà scoprire quanto sia difficile e importante provare ad essere una famiglia. Veloce come il Vento è un film che fa sua la lezione d’oltralpe di Luc Besson, regista e produttore cui, un po’, Matteo Rovere consapevolmente assomiglia: il trentaquattrenne cineasta romano è il più giovane film-maker italiano ad aver vinto un Nastro d’Argento sia per la categoria regista (Homo Homini Lupus) che per la categoria produttore (Smetto quando voglio).

È stato inoltre il più giovane candidato di sempre ai David di Donatello nella categoria miglior produttore (Smetto quando voglio). La collaborazione con Domenico Procacci (quasi vent’anni fa produttore di Velocità Massima di Daniele Vicari e del film di culto di Luciano Ligabue Radiofreccia) dona una grande forza e credibilità al progetto con Rovere al suo meglio nel gestire
una narrazione coraggiosa e complicata fatta di sfumature e di grande intelligenza narrativa. A differenza dei suoi due film precedenti, il regista impone la sua visione autoriale tramite un racconto appassionante e divertente, ma che pur senza prendersi troppo sul serio, offre momenti più intimisti e commoventi e che non ha paura di lavorare sui colpi di scena. In comune con i suoi lavori del passato, poi, c’è l’interesse per una protagonista femminile emancipata, in grado di ‘parlare’ alle sue coetanee.

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Ed è questo mix di “alto” e “basso” per dirla con Umberto Eco e Carlo Freccero, di autorialità e di genere, di spettacolarità e intimismo che rende particolarmente importante questo film alla prova del Box Office.

Il futuro del cinema italiano passa attraverso tipologie di film differenti, in grado non solo di essere trasformati in franchise (come Smetto quando voglio), ma anche in grado di parlare a pubblici di età diverse e – in particolare – a spettatori targettizzati. Una sfida che può essere raccolta solo attraverso prodotti che pur mantenendo indipendenza e originalità creative, non dimentichino la lezione delle cinematografie industrializzate dove è la varietà a fare la forza, con produttori e distributori illuminati in grado di reagire adeguatamente dinanzi a stimoli differenti e ad una domanda, evidentemente più articolata da parte, soprattutto, di un pubblico giovanile lasciato altrimenti ‘in balia’ solo del prodotto straniero.

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Veloce come il Vento è un esperimento importante per tutto il cinema e da sostenere.


* Questo articolo è stato pubblicato sul [url”Giornale dello spettacolo”]http://giornaledellospettacolo.globalist.it/Detail_News_Display?ID=88984&typeb=0&speciale-matera-sfoglia-il-giornale-dello-spettacolo[/url] anno 72, n.1 del 2016
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