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Con Preamleto, a un passo e mezzo dalla vendetta

Dalla riscrittura di Michele Santeramo, il capolavoro shakespeariano diretto da Veronica Cruciani è prequel contemporaneo tra potere, mafia e famiglia.

Con Preamleto, a un passo e mezzo dalla vendetta
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1 Aprile 2016 - 18.32


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di Nicole Jallin

Sarà in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 10 aprile, il “Preamleto” di Michele Santeramo e diretto da Veronica Cruciani, per produzione del Teatro di Roma. E quel che vien subito da dire è: non perdetelo. Non fatelo perché rinuncereste a un lavoro intenso e analitico di decostruzione drammaturgica della testualità shakespeariana; a un approccio narrativo che sfuma in una metateatralità sottile e acuta; a un incontro con l’originale del Bardo quale archetipo patrimonio umano di pensieri, tresche e trame di reattive strategie razionali e comportamentali, ora accolto, filtrato e rigenerato – con variazioni drastiche, totali, ma non abiuranti – in un “a priori” di un oggi scandito da giochi di dominio, mafiose attribuzioni di rispetto e faccendieri rovesciamenti di incarichi.

Ci si trova catapultati in una Elsinore stretta – dentro e fuori – tra grigie mura in cemento di un bunker minimalista e spigoloso – che dobbiamo a Barbara Bessi, complementari alle luminosità diffuse alternate a lame al neon concepite da Gianni Staropoli – tra i cui profili obliqui trova posto una poltrona in pelle (più due sedie), quale trono reale annichilito di una leadership antica in declino, in attesa di un assassinio non ancora avvenuto e derivante ritorsione scongiurata e mai consumata. Sì perché in questo antefatto dalle premesse inedite, dai ribaltamenti diegetici e dalle antitetiche esortazioni cruciali, si fa strada una rinnovata lettura lucida di rapporti umani alterati, di vincoli relazionali e familiari estremizzati, di intenzioni efferate defluite in scelte fatali.

Qui, dove tutto deve ancora accadere – o forse no -, dove la vendetta lascia il posto alla potestà, dove l’imperio più che privilegio è responsabilità logorante da evitare, e dove l’esistenza è macchinazione in attesa di morte, il Re (cui Massimo Foschi restituisce una tenerezza vigorosa, spiritosa, drammaticamente sagace) è ancora vivo, seppur smemorato, perché vittima (commediante) di una sorta di amnesia anterograda che lo rende definitivamente inadeguato al comando. Un’autorità minata dall’Alzheimer va destituita per il fratello Claudio (nell’eleganza umoristica di Michele Sinisi), dubbioso e inizialmente inclemente all’eredità egemonica, che fa duo quasi comico con Polonio (simpatia spigliata e timorosa, quella di Gianni D’Addario) e poi complice cospiratore con Gertrude (nell’ammirevole prestanza di Manuela Mandracchia), moglie e madre contro (sua) natura, perché nata per fare/recitare se stessa, ovvero ambire alla sovranità da consorte calcolatrice e politica, capace di seduzione anche diabolica, tragica, se necessario. Un’autorità minata dall’Alzheimer va protetta e celata per Amleto (con impeto giovanile fisico e mentale di Matteo Sintucci), irrefrenabile e impaziente successore in intima lotta affettivo-emotiva, condannato alla spettrale follia del potere nonostante gli sconsigli paterni; condannato – come gli altri – all’”impossibilità di Essere” (in)dipendente dal personaggio, dalla messinscena, dal ruolo, dall’attorialità.

Una presa di coscienza metalinguistica che la regia rende compresente affinché personaggi e interpreti, storia e racconto, testo e rappresentazione, siano coabitanti di una realtà vera, fittizia, già definita, non ancora scritta. Per uno spettacolo che non è riproduzione contemporanea di un classico ma intelligente scavo interpretativo nei significati attuali e consequenziali del Potere, genitore di corrotti legami di sangue e figlio di naturale venalità umana. Dunque, lo ribadiamo: non perdetelo.

Teatro Argentina, Largo di Torre Argentina, Roma, info 06.684.000.346 – [url”www.teatrodiroma.net”]www.teatrodiroma.net[/url]


PREAMLETO[/size=4]

di Michele Santeramo

regia Veronica Cruciani

con Massimo Foschi, Manuela Mandracchia, Michele Sinisi, Gianni D’addario, Matteo Sintucci

scene e costumi Barbara Bessi

luci Gianni Staropoli

musiche Paolo Coletta

assistente alla regia Antonino Pirillo, Giacomo Bisordi

produzione Teatro di Roma

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