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Rising Star: Matteo Sintucci

La Gallery di Rising Star non smette di arricchirsi. Questa settimana, tutti concentrati su Matteo Sintucci.

Rising Star: Matteo Sintucci

GdS

11 Febbraio 2016 - 10.04


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di Nicole Jallin

Lo incontriamo durante una pausa dalle riprese di “06/3139”, web serie Rai (con messa in onda prevista ad aprile) diretta da Daniele Carta e Cristian Liotine, Matteo Sintucci, romagnolo classe ’93, carattere risoluto e delicato, diplomato allo Stabile di Genova, e temprato con seminari e workshop di recitazione, teatro di narrazione, e drammaturgia, ascrivibili a Laura Curino, Danio Manfredini, Jurij Ferrini, Nicola Pannelli, Chiara Agnello, Bruno Fornasari e Tommaso Amadio.

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Il rodaggio arriva con un full-immersion artistico-creativo (tra scena, cinema e musica) che precede la stessa formazione recitativa e che include “Il segreto del suo infinito”, per regia di Thomas Otto Zinzi; “La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat”, diretto da Franco Mescolini, e “Un cappello di paglia di Firenze” con regia di Anna Laura Messeri, cui va aggiunto il precoce debutto alla direzione in “A Sinistra! – 5 letture da V. Majakovskij” e “L’orgia – sonorizzazione da John Fante”: «Ho capito presto che quest’attività si stava impossessando delle mie facoltà psico-fisiche e volevo mettermi alla prova come attore e poi come regista. Difficoltà e brutture in questo mestiere ce ne sono, ed è giusto e necessario sbatterci il naso da subito. Ma è anche necessario affrontarle capendo quando e come spendersi (e non sprecarsi) in modo efficace. Non è facile, per niente. Soprattutto in questo ambito dove aleggia un certo egocentrismo diffuso. Bene, credo si debba no proporre idee concrete in base alle proprie capacità, valutando, realisticamente e umilmente, il riscontro degli altri, ma abbandonando ogni esaltazione di individualità (una sorta di “io-io-io solo devo lavorare”), perché da soli non ci si salva. E non si salva l’arte. L’arte si fa insieme».

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Contemporaneamente, Matteo è presenza scenica di “Buio a mezzogiorno” per firma registica di Laura Sicignano (in primavera alla Tosse di Genova); “Amleto” per quella di Marco Gherardi; e ancora “Romeo e Giulietta” diretto da Alex Sassatelli; “La Guerra di Troia non si farà” con regia di Messeri; “Due poveri rumeni che parlano polacco”, diretto da Marco Taddei, e “Le Baccanti” di Euripide, regia di Massimo Mesciulam. E poi il “Pre-Amleto” di Michele Santeramo con direzione di Veronica Cruciani, che il Teatro Argentina di Roma attende per fine marzo: «Per me è uno degli spettacoli più importanti. Veronica ha uno sguardo lucido e tanta combattività che usa per far vivere un ottimo teatro di drammaturgia contemporanea. “Pre-Amleto” è un testo di alto sforzo di pensiero, una sudata d’immaginazione che ha dato vita a personaggi shakespeariani trascinati via dall’antico e calati in un clima sotterraneo, quasi mafioso, dove il potere è trattato a denti stretti; con particolari condizioni fisiche e mentali, dilemmi continui e sgambetti cerebrali autoimposti. Insomma, uno scarto drammaturgico direi abbastanza decisivo, frutto di una scrittura lunga tre anni, e di un percorso evolutivo di cui traspare nella lettura la fatica produttiva. E quando c’è fatica ben riposta, c’è amore, c’è impegno, c’è tenacia».

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E di passione e perseveranza, il ventiduenne Matteo – che sta per terminare la sua prima opera drammaturgica – ne dà prova anche attraverso la musica, declinata in composizioni per “Il gioco dell’amore e del caso”, “Con l’amore non si scherza” e “Le Baccanti” diretti da Mesciulam; il già nominato “Romeo e Giulietta”; “Voce in capitolo”, con letture autoriali radiofoniche; e l’ultimo lavoro “Il Cavaliere del Bronzo” di Aleksandr Pu?kin (che debutta stasera, giovedì 11 febbraio, allo Zapata di Genova): «Ho studiato flauto traverso, batteria e chitarra elettrica e acustica, e poi musica elettronica; sì, compongo anche per i miei spettacoli (diciamo che me la canto e me la suono), ma rispetto la professionalità di chi è musicista per davvero, e io non lo sono».

E poi i videoclip musicali, le web series (come “140 secondi” di Valerio Bergesio, e “Magdalena”, intorno al gruppo Pandango), il mediometraggio di Andrea Vialardi “Un fidanzato modello”, e “Viva la sposa” di Ascanio Celestini: «La mia primissima esperienza cinematografica. E l’ho condivisa con un artista, Ascanio, che è insieme regista, persona e attore socialmente impegnato, severamente e responsabilmente dedicato (e sul set si percepiva forte e chiaro) a registrare la poesia nel messaggio che vuole comunicare attraverso il film. Un fascino folgorante. E poi, in “Viva la sposa”, c’è una macchina che esplode per davvero. Esplode! A teatro se accendi una candelina arrivano i pompieri, il cinema invece ti permette questi effetti straordinari. Per un attore poter recitare in entrambi significa avere la possibilità di calibrare la propria espressività: perché da un lato c’è la vita in scena, ci siamo io e te insieme nella stessa situazione, dove conta l’interezza di quel che accade sul palco; dall’altro c’è il dettaglio anche minimo che l’obiettivo coglie, intransigente, denunciando ogni minimo difetto. E poi c’è una macchina che esplode!».

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