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Rising Star: Matteo Quinzi

Sempre più nuovi volti entrano nella Gallery di Rising Star. Questa settimana parliamo di Matteo Quinzi.

Rising Star: Matteo Quinzi

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18 Febbraio 2016 - 10.45


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di Nicole Jallin

Tra poco riprenderanno le prove di “Dall’alto di una fredda torre”, seconda pièce della “Trilogia di Mezzanotte” (seguirà “Prima di andar via”), scritta da Filippo Gili e diretta da Francesco Frangipane, complessivamente in scena al Teatro dell’Orologio fino al 28 febbraio. Qualche minuto di pausa anche per Matteo Quinzi, trent’anni, romano, da oltre dieci saldamente legato alla recitazione, e recentemente messosi alla prova anche con drammaturgia e regia per l’opera prima “Cerimonia d’addio (atto unico per famiglia senza padre)”, scritto a quattro mani con Giovanni Bonacci, e da lui diretto e co-interpretato: «L’intenzione primaria era scrivere un soggetto per il cinema incentrato sui rapporti famigliari: rapporti talvolta incompresi e spesso non confidati proprio alle persone a noi più vicine. Ma realizzare un film non è così semplice, così, con la mia compagnia – la Labit -, abbiamo portato avanti il lavoro in teatro. Ho pensato a cosa volesse dire tagliare le radici genitoriali, non essere più figli, e quindi essere pienamente adulti per la prima volta. Mi sono affidato all’immaginazione per cercare e comprendere i significati nascosti, inconsci, repressi, che vibrano sotto i legami di sangue. È un tema a me molto caro cui voglio dedicare altro spazio, anche se, ormai si sa, proporre nuova drammaturgia non è scontato, ma questo non deve scoraggiare dal voler scrivere e lavorare su testi inediti».

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Condotto alla scena da un impulso interpretativo precoce (e irresistibile), Matteo si forgia alla Scuola professionale Teatro Azione di Roma, e raffina la sua espressività con stage tenuti da Isabella del Bianco, Manuela Mandracchia, Filippo Gili, Giancarlo Fares, Danny Lemmo, oltre a perfezionamenti sul metodo Strasberg con Francesco Sciacca, e sulla Biomeccanica di Mejerchol’d con Andrea De Magistris. Una formazione che procede di pari passo con gli impegni sul palcoscenico, là dove trasmette senza filtri una spontaneità recitativa responsabilmente seria, adeguata e predisposta con gentilezza al dramma e alla commedia: si vedano i recenti “Antigone” di Gili e il “Misantropo” di Molière diretto da Frangipane, ma si vedano anche i lavori con Gabriele Linari, quali “Eros”, “La guerra spiegata ai poveri” su testo di Ennio Flaiano, “Commedia di una notte senza luna” con ispirazione ai racconti di Gogol; o ancora il “Macbeth” diretto da Marco Bianchi, “Emma e i cattivi compagni”, con regia di De Magistris, “Closer”, firmato da Claudia Genolini, e “Confessione”, per regia di Cristiano Vaccaro; fino a “L’uomo dei tuoi sogni”, diretto da Viviana Lentini, e “Minchia signor tenente”, siglato da Antonio Grosso.

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Parallelamente si delinea anche una certa attrazione (non solo attoriale) per lo schermo, per quel «linguaggio potentissimo che consente di lavorare su ciò che da qualche anno a questa parte è il mio intento rappresentativo, ovvero la “verità di scena”, affinché lo spettatore (di cinema e teatro) sia testimone di un’esperienza di vita che scorre davanti ai suoi occhi». Intanto, per Matteo arrivano i videoclip e i cortometraggi (“Beirut” di Marco Fagnocchi, “Una Goccia di Sabbia” di Roberto Grifoni, “Adesso Basta”, di Francesca Galati, “Adrenaline” di Daniele Misischia), poi le pellicole “Solo Mia” di Gianni Catani e “Andarevia” di Claudio Di Biagio, prodotto da Rai Cinema, e le web series The Tournament, Freaks! The Series, Freaks! 2 The Series, The Pills e The Pills 2: «Ho avuto la fortuna di partecipare alle prime serie di fama (Freaks e The Pills) che oltre ad essere pioniere della fiction sul web, hanno permesso di comprendere le sfruttabili potenzialità espressive ed artistiche di una piattaforma diversa, e di recuperare quella fetta di pubblico, i giovanissimi, ormai tendenzialmente sfuggente alla televisione. Questo, senza dimenticare che l’online è un mare magnum anche pericolosamente indiscriminato, permette alle produzioni di pensare e offrire prodotti accessibili a tanti senza rinunciare al valore. Il web infatti non è sinonimo di scarsa qualità, anzi. Soprattutto in un periodo di difficile collocazione per molti artisti di talento, la rete può essere una buona occasione, un buon mezzo per incontrare forme nuove, e generare opere valide e ben fatte».

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Nell’attesa dell’imminente ripresa (il 19 febbraio) di “Dall’alto di una fredda torre”, a fine marzo delle “Tre sorelle” di Gili, Matteo annuncia una riscrittura di “Amleto”, una messinscena di “Kent” di Marco Andreoli, e altri progetti per il web. E poi confida un ricordo, forse il primo, quello di un momento rivelatore da cui tutto è cominciato: «Avevo nove anni e la barba finta di Mangiafuoco per la recita di quarta elementare. Lì mi sono accorto che quasi automaticamente camminavo in modo diverso, mi muovevo in modo diverso, parlavo in modo diverso, e pensavo a quanto tutto questo fosse bello. Quanto è bello: dentro di me queste parole si ripetevano forti; e lo fanno ancora. Sì, forse questo mestiere è un po’ una vocazione. Perché quando ti chiama, ti chiama. E non puoi fare altro che dargli retta».

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