Lina Prosa e il ritorno alla ‘Pagina Zero’, per comprendere il presente

Lina Prosa, drammaturga siciliana, nel suo Pagina Zero cerca di intraprendere un viaggio all’indietro. Non post, ma una ‘pre-verità’, una scoperta di ciò che viene prima, che sta all’origine delle storie del mondo

Lina Prosa

Lina Prosa

GdS 12 gennaio 2021

di Giuseppe Cassarà 

L’epoca in cui ci tocca vivere verrà ricordata, se saremo così fortunati da avere qualcuno cui raccontarla, come quella della ‘post-verità’. Il racconto del mondo non si basa più sui fatti, ma dal modo in cui sono raccontati. E se è vero che la storia l’hanno sempre decisa i vincitori, oggi la decide chi grida più forte. E le storie, le ‘verità’ di ognuno di noi si intrecciano in un caos insensato, che sfocia spesso e volentieri nella follia e nell’inumanità.

Lina Prosa, drammaturga siciliana, nel suo Pagina Zero cerca di intraprendere un viaggio all’indietro. Non post, ma una ‘pre-verità’, una scoperta di ciò che viene prima, che sta all’origine delle storie del mondo e che indaga, attraverso il teatro, ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.

Filo conduttore dei cinque testi è la ricerca della verità: partendo da Gorky del fiume, dove il riferimento a Giulio Regeni è evidente, il dramma di questi due genitori è una ricerca della verità che tutti sanno, ma che nessuno riesce a dimostrare. È il dramma della frustrazione, che fa domandare, e lo domando a lei: a cosa serve conoscere la verità, se poi essa non cambia nulla? Viviamo in un’epoca in cui la verità ha perso, o ha cambiato, il suo valore?

Purtroppo in generale è proprio così: la verità è diventata ostaggio di un’iperinformazione generata dai media. Nel caso specifico del testo in questione, Gorky del fiume, faccio parlare due genitori qualunque, non quelli di Giulio Regeni. Ma il dramma di Giulio è presente nelle preoccupazioni dei genitori per il proprio figlio, nato in un mondo di insidie e violenza. Sono talmente angosciati dall’impossibilità di raggiungere la verità che loro stessi inventano il processo, perché hanno bisogno della verità, anche se inventata e quindi priva di valore.

Hanno bisogno di questa verità per trasmettere ai figli la fiducia nel futuro, un futuro che appaia diverso da come adesso appare ai genitori di Giulio Regeni.

Conoscere l’origine delle cose è un bisogno umano? Perché secondo lei?

Questa raccolta di testi si chiama Pagina Zero, perché la pagina zero è ciò che viene prima della pagina uno. Nella pagina zero io metto le paure, le emozioni da cui poi scaturisce il testo. La pagina 1, l’inizio, è già continuazione di qualcosa, non è mai scollato dall’origine vera, dalla mia esperienza personale. Sono io la pagina zero dei miei testi. Allo stesso modo, nelle storie cerchiamo l’origine perché è un modo di trovare noi stessi. Siamo abituati ormai, a causa del modo in cui è raccontata la realtà, a vedere le storie del nostro tempo, da Giulio Regeni al dramma dei migranti, come racconti scollati dalla nostra realtà. Può sembrare banale, ma tutto ciò che accade nel mondo è collegato strettamente a ognuno di noi.

Nel testo ‘Naufrago numero zero’, che apre la raccolta, rifletto proprio su questo: una donna guarda a una barca che per lei è stata una barca dell’amore e che per qualcun altro è stata una barca della morte. La morte di un naufrago entra nella vita privata di una donna, si collega alla sua vita in modo indissolubile. Quel naufrago entra dentro la donna, e le due storie si intrecciano, non sono più ‘personali’. Interrogarsi sull’origine delle storie è interrogarsi sulla pagina zero, per arrivare alla pagina 1, ossia la comprensione delle cose. Una delle tragedie del mondo è proprio questa incapacità di comprendere la realtà, perché scegliamo di ignorare come tutti siamo interconnessi.

Il racconto di Ulisse Artico, posto alla fine del libro, è un po’ la conseguenza di tutto questo: un mondo glaciale, devastato dai riscaldamenti climatici, un’altra verità di cui tutti sappiamo ma che ignoriamo. Perché il richiamo a Ulisse?

Per tanti motivi: dal punto di vista politico economico, Ulisse è il grande eroe del Mediterraneo, centro storico delle vicende politiche ed economiche dell’Europa e del mondo antico. Oggi tutto questo si è spostato sull’artico, dove lo scioglimento dei ghiacciai ha prodotto dei passaggi per paesi come Russia e Stati Uniti. Si è trovato un nuovo scacchiere del potere politico ed economico, per cui le grandi lotte e conquiste si sono spostate lì. Dove addirittura, qualcuno lo sa e molti no, la Russia ha già posto la prima piattaforma nucleare. In fondo a qualcuno fa un favore il riscaldamento climatico. Questa è la riflessione politica.

Chiaramente, Ulisse è anche altro: è il senso del viaggio, dell’avventura, della poesia. Ma oggi, il Mediterraneo di Ulisse è diventato un cimitero. Ulisse siamo noi, la nostra origine, ma a Itaca non torneremo mai più. Siamo alla deriva e non abbiamo più una destinazione. Come si è spesso ripetuto in questi mesi,‘navighiamo a vista’.

Si è detta spesso anche un’altra cosa, in questi mesi: “Ne usciremo migliori”. In pochi ci credono ancora, e molti sono conmvinti che invece siamo sul punto di perdere la nostra umanità.

Non siamo sul punto di perderla, l’abbiamo già perduta. Davanti al dramma di decine di migliaia di morti per Covid, pensiamo a sciare. Abbiamo finito, non c’è più speranza. Io solo in una cosa credo, nel teatro. Continuo a credere che possa salvarci, perché il teatro è un modo per tornare all’origine. Il significato della vita e della morte l’abbiamo colto solo nel teatro. La poesia, il mito, sono sempre stati essenziali nella nostra evoluzione. Credo fermamente che, in un mondo in cui la morte è arrivata addirittura a darci fastidio, tanto da voler tornare a comprare, a spendere, a consumare pur di non pensare alla morte, il teatro sia l’unica chiave per ritrovare noi stessi.