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Al carcere di Rebibbia si continua a far teatro con Fabio Cavalli e il suo Dante

I detenuti hanno messo in scena, guidati da Fabio Cavalli, l'inferno Dantesco. Un confronto fra peccati e reati, gironi infernali e bracci penitenziari, nell’infinito sforzo di riuscire “a riveder le stelle”.

Al carcere di Rebibbia si continua a far teatro con Fabio Cavalli e il suo Dante

admin

18 Dicembre 2020 - 22.45


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di Alessia de Antoniis

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Il 16 e il 18 dicembre, gli attori-detenuti del carcere di Rebibbia hanno messo le ali come Icaro per uscire a riveder le stelle.

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Nonostante il Covid e le carceri sovraffollate, grazie alla fibra ottica, il teatro libero di Rebibbia  ha raccontato,  ancora una volta, storie di uomini che hanno provato a volare, con ali troppo fragili, dentro la tempesta di vite al limite.

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Il 16 dicembre “Icaro e altre Meraviglie”,è stato presentato da Laura Andreini Salerno come prova aperta – una sorta di lezione di volo – del nuovo spettacolo che ha coinvolto i reclusi del Reparto G8.

Il 18 è stata la volta dei detenuti-attori dell’Alta Sicurezza che si sono avventurati, guidati da Fabio Cavalli, nel Progetto su Dante, con un confronto ardito fra peccati e reati, gironi infernali e bracci penitenziari, nell’infinito sforzo che accomuna tutti, liberi e reclusi, di riuscire alla fine di questo drammatico momento dell’umanità, “a riveder le stelle”.

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Parliamo di teatro in carcere con Fabio Cavalli, produttore teatrale e cinematografico, regista, autore, sceneggiatore, docente all’Università Roma3, membro della Giuria dei David di Donatello e della European Film Academy. Con il film Cesare deve morire, di Paolo e Vittorio Taviani, ha vinto la 62° Edizione del Festival del cinema di Berlino e cinque David di Donatello.

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Torna in scena nel teatro del carcere di Rebibbia. Prima Shakespeare, con Amleto e Cesare, ora Dante con l’Inferno. Due pilastri della cultura europea riletti da chi è in regime di detenzione. Perché Dante?

Nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante e mi sembrava interessante ricordarlo. Il teatro che facciamo ha uno stretto contatto con la realtà dei detenuti. Sonata a Kreutzer di Toslstoj, ad esempio, è la storia di un femminicidio. Amleto, La Tempesta e Giulio Cesare, di Shakespeare, parlano di vendetta, del perdono, della libertà. In Dante c’è il tema formidabile del rapporto tra peccato e reato e tra inferno, purgatorio e carcere. La domanda è: il carcere è un inferno o un purgatorio? Le anime che sono là dentro, sono come quelle dantesche che non hanno la speranza di riveder le stelle? Forse, in chiave contemporanea, rivedere le stelle è insito nell’art. 27 della nostra Costituzione, che non prevede la punizione ma la rieducazione. Per gli attori è più facile immedesimarsi in alcuni personaggi. Il dramma di Paolo e Francesca rappresenta la situazione di un marito detenuto e una moglie libera che, una volta la settimana, per un’ora, riescono a stringersi le mani separati dal bancone di metallo. Adesso, causa Covid, separati dal plexiglas. Tutti i detenuti sono Paolo e tutte le mogli sono Francesca. C’è poi il tema del tradimento, quindi l’infamia del conte Ugolino; il desiderio di conoscenza al quale si sacrifica anche la vita, che è di Ulisse. I nostri detenuti-attori non sono dei martiri, sono più che altro dei carnefici, ma che tentano di mostrarsi persone più che detenuti. Non rappresentano il loro reato, ma le loro speranze, il loro impegno per cambiare, per uscire da quell’inferno. Dante però non scrisse la divina tragedia, ma la Commedia, per cui ci sono anche momenti in cui si sorride.

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Un altro dei temi fondamentali è quello del libero arbitrio: cos’è e cos’è la libertà per chi non la conosceva nemmeno prima? Un affiliato a un’organizzazione di tipo mafioso, si assoggetta a dei criteri che nulla hanno a che fare con la libertà culturale, politica, sociale.

 

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Ha citato l’art. 27 della Costituzione che parla di rieducazione. Uscimmo a riveder le stelle lo dice Dante dopo aver affrontato ben 9 cerchi, Lucifero ed essere passato per lo pertugio tondo, dopo un percorso di conoscenza e trasformazione. Ne I Miserabili, Hugo scrive: “Prima della galera ero un povero contadino, una specie di idiota, e la galera mi ha cambiato. Ero stupido e sono diventato malvagio”. Davvero crede nella funzione rieducativa del carcere, almeno com’è in Italia?

Ho visto le carceri europee in occasione della mia partecipazione agli Stati Generali sull’esecuzione penale, promossi dall’allora Ministro della Giustizia Orlando e la situazione delle carceri in Italia, sulla carta, è una delle migliori. I Costituenti, per un terzo, erano persone che avevano conosciuto il carcere sotto il fascismo e sapevano di cosa parlavano. Le nostre leggi parlano di “pene”: non solo il carcere, ma anche i servizi sociali, i domiciliari, i lavori socialmente utili, e tendono alla rieducazione del condannato, non al risarcimento della società. Questo è un principio fondamentale. La legge del ’75 e la sua riforma dell’ ’86, hanno offerto alla società civile uno strumento che molti altri Paesi non hanno: il terzo settore come una delle strutture portanti della rieducazione nel trattamento penitenziario.  Il problema riguarda l’attuazione delle leggi. Però, come dice la Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, nel mio ultimo film Viaggio in Italia – la Corte Costituzionale nelle Carceri, se la realtà non si adegua agli ideali, non è che gli ideali devono scendere a patti con la realtà. È la realtà che deve scendere a patti con gli ideali.

Quali sono i risultati del progetto teatro in carcere?

Il tasso di recidiva nel nostro Paese, in linea con la media europea, è del 68%. Per chi svolge un’attività lavorativa adeguata, creativa, dati dell’Istituto Einaudi 2015, la recidiva scende attorno al 22-24%. Negli 800 casi che ho seguito personalmente, dal 2003 ad oggi nel carcere di Rebibbia, trattati con la cosiddetta terapia teatrale, il tasso di recidiva scende sotto il 12%. Chi incontra l’arte non vuol più tornare là dentro.

 

In un articolo su Corsera della Gabbanelli (Dataroom – Corsera.it – 3 nov. 2019- nda), si legge che la recidiva scende all’1% nei casi di inserimento dei detenuti nel ciclo produttivo. Lei e Laura Andreini, con Teatro in carcere, non avete risultati simili…

Ho scritto un articolo su quei dati. Sostenere che, per chi lavora, il tasso di recidiva si riduca quasi a zero, non è assolutamente reale. Lo ribadisco. Paesi come la Svezia o la Norvegia hanno un tasso di criminalità bassissimo, ma parliamo dell’avanguardia mondiale del welfare state. Però vorrei anche ricordare che in Italia c’è il tasso di omicidi più basso d’Europa. Circa 290 omicidi nel 2019. Anche il tasso di recidiva come lo consideriamo? Ci sono soggetti che hanno problemi di natura psicologica o psichiatrica, casi in genere non recuperabili.

 

Sui social molti gridano “gettate la chiave”. Lei sembra avere un punto di vista diverso.

Nel corso delle lunghe pene, la spavalderia dei detenuti finisce. Quando poi arrivano al teatro, pensando a loro stessi, dicono: la realtà è più forte di me perché mi sovrasta come carcere, ma il teatro è più forte del carcere perché quando io sto nel teatro sono libero. Quando entri in teatro, non vedi il detenuto, vedi l’artista. Anche quando pensi a Caravaggio, vedi l’artista non il delinquente.

Gramsci era un martire, ma Dante è stato latitante vent’anni per reati comuni. Il titolo dello spettacolo al quale stiamo ancora lavorando, sarà “Dante Alighieri latitante fiorentino”.  Quindi quando vedi i detenuti che si esibiscono con grande bravura, vedi l’artista che è in loro. L’uomo che ha ucciso rimane indelebile, ma questo non deforma l’immagine.

Nel finale di Cesare deve morire, un detenuto dice “da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”. Non è una frase scritta da noi sceneggiatori, ma da lui. “Mi sono reso conto di cos’è una cella – dice – di cos’è il mio destino di carcerato, da quando ho conosciuto l’arte. Prima non lo sapevo. Prima quello era il mio destino. Ora il mio destino è di sopportare il dolore di aver perso l’occasione di essere libero veramente”.

 

Insieme a Laura Andreini Salerno, dirige il teatro libero di Rebibbia. Come lavorate?

Io lavoro con i detenuti di Alta Sicurezza, quelli soggetti al 416bis del codice penale per reati di mafia. Laura ha la responsabilità del reparto G8, lunghe pene: reati gravi, ma privi del vincolo associativo. Il metodo di lavoro è uguale. Lavoriamo con persone destinate a una detenzione lunga, perché in questi casi c’è un grande bisogno di sostegno, di offrire loro una visione del mondo alternativa. Un paio di anni di impegno teatrale continuo è il minimo perché, anche dal punto di vista della recidiva, ci sia un miglioramento.

Laura svolge anche un lavoro di counseling e mindfulness, perché ha una vocazione a non affrontare il teatro solo dal punto di vista della rappresentazione, ma anche dell’introspezione. Si dedica molto al movimento scenico, mentre io lavoro più sulla parola.

Dai primi di maggio, poi, quando grazie alla fibra siamo riusciti a riprendere i contatti con i nostri attori, li abbiamo sostenuti e incontrati anche senza fare teatro. Semplicemente per mantenere relazioni umane. Se il lockdown per noi è stato terribile, dentro è stato devastante. Isolati totalmente. La resistenza teatrale, a Rebibbia, è anche questo.

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