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Una piccola impresa meridionale: il gioiello di Rocco Papaleo

Lo spettacolo, scritto dallo stesso Papaleo insieme a Valter Lupo (che ne firma anche la regia), cuce insieme aneddoti personali e canzoni, gag surreali e racconti poetici.

Una piccola impresa meridionale: il gioiello di Rocco Papaleo

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7 Marzo 2016 - 13.04


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di Claudia Sarritzu

Rocco Papaleo è arrivato in Sardegna depresso. Il suo ultimo film “Onda su Onda” è stato un flop. A dirlo è lui stesso nell’ultima serata a Cagliari al Teatro Massimo.

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Partiamo dalla fine, da un sincero ringraziamento al pubblico sardo “che mi ha ridato energia, voglia di continuare, nuova linfa” per raccontare uno spettacolo vivace e coinvolgente, che ha fatto il tutto esaurito e riempito la lista d’attesa. Grazie infatti al passa parola sono moltissimi coloro che hanno deciso all’ultimo minuto di provare a trovare un biglietto. Alcuni sono stati fortunati e hanno potuto ridere ma anche riflettere, divertirsi ma anche lasciarsi prendere dalla malinconia in un’ora e 45 minuti mai banali.

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Una Piccola Impresa Meridionale è un particolare esperimento di teatro-canzone. La narrazione infatti si alterna alla musica. Un recital che gira intorno alle persone e ai ricordi, che le hanno ispirate. C’è molto di buffo ma anche di romantico in questo spettacolo che è un flusso di pensiero disordinato ma pur sempre efficace, che riesce a tenere viva l’attenzione degli spettatori che ridono e applaudono al momento giusto (cosa non troppo scontata).

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Scritto dallo stesso Rocco Papaleo insieme a Valter Lupo che è anche il regista, mette insieme: musica di qualità, aneddoti personali, gag, storie buffe. Papaleo in scena è accompagnato da una band di 4 elementi. Arturo Valiante al piano, Francesco Accardo alla chitarra, Jerry Accardo alle percussioni e Guerino Rondolone al contrabbasso.

Se per tutto lo spettacolo, nessun sipario né pause mettono distanza fra attori-musicisti e pubblico, il finale è ancora più partecipato. Papaleo infatti implora i presenti di fare le “foche”, cantare e ballare con lui, rendersi almeno per una volta ridicoli in un luogo ancora troppo ingessato come è il teatro italiano, per scordarci, almeno per un attimo, i problemi che ci affliggono nella nostra vita quotidiana.

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La rivoluzione di Papaleo è far sentire coccolati i presenti in luogo in cui vige come regola l’essere ignorati dagli attori. Peccato davvero per chi non ha trovato un posto libero, perché in questa opera (che è un’occasione rara per sentirsi protagonisti) ci dimostra quanto la “passione” per qualunque cosa possa dare un senso alle nostre vite. Nel caso di Papale la passione per il Teatro: “Amo il cinema, ma ho bisogno del palcoscenico. Il teatro ha la forza del presente, è mentre sta accadendo, è vivo e in vista. E ha bisogno di una cosa sola: della vita. Per questo la vita ha bisogno del teatro. E sarà sempre così.”

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