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Un Sole in chiaroscuro per Valentina Capone

Per la prima volta in Sicilia, la performance teatrale di Valentina Capone. L'attrice racconta il suo spettacolo, nato nel 2001, sospeso e ora pronto a varcare i confini nazionali.

Un Sole in chiaroscuro per Valentina Capone

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27 Marzo 2015 - 21.17


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di Davide Monastra

Per la prima volta in Sicilia, Valentina Capone si esibirà, all’interno della rassegna “Fimmini” con il pluripremiato “Sole”, al Teatro Garibaldi di Palermo, sabato 28 marzo 2015. Lo spettacolo, “simbolico ed evocativo” come ha spiegato la stessa attrice, è un adattamento dei testi di Euripide de “Le Troiane” ed “Ecuba”: una performance, valsa a Valentina Capone nel 2009 il Premio Eti – Gli Olimpici Del Teatro nella categoria Attori Emergenti con Medaglia del Presidente della Repubblica in cui comico e tragico convivono, in cui non ci sono distinzioni nette tra Bene e Male, in cui non ci sono categorie assolute e assolute certezze.

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Come nasce “Sole” e che rapporto ha con i testi di Euripide?

Questo spettacolo è nato ascoltando Chopin e leggendo “Le troiane”. Piano piano, mi veniva naturale aggiungere delle battute, toglierne altre, fare dei collegamenti con altri testi: è nato in una notte. Ne “Le troiane” ho trovato proprio le parole che volevo dire. In quel momento della mia vita, nel 2000, volevo lavorare sull’assenza, sulla apparente impossibilità di ricominciare e sulla forza di iniziare di nuovo da zero: c’era una incredibile corrispondenza tra me e quel testo. Poi l’ho messo un po’ da parte proprio perché mi era un po’ faticoso metterlo in scena subito, espormi così, visto questa stretta correlazione: ma davvero mi appartiene moltissimo questo lavoro. L’ho poi ripreso dopo qualche anno sotto forma di una seconda variazione, più completa e che è diventata poi quella che porto in giro nei teatri.

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Lo spettacolo è cambiato nel corso di questi anni?

Sì, è, in fondo, una specie di diario che mi accompagna nel mio evolvermi nel tempo. Piccolo modifiche, a volte quasi impercettibili ma per me fondamentali.. La struttura di base è quella iniziale ma ci sono dediche nascoste, quest’ anno ho introdotto un riferimento microscopico ma per me prezioso ad un incontro importante, che mi ispira un sentimento forte, ci sono immagini del mio mondo di ora.. Rispetto alle origini adesso lo guardo con più distacco e questo permette di avere più obiettività dal punto di vista drammaturgico.
Ad esempio, nel 2009 ho capito che avevo bisogno di dare voce ad altre figure presenti ne “Le troiane” ed ho inserito un monologo sull’insensatezza della guerra che prima non era presente. In “Sole” il tema della guerra è toccato sotto diversi punti di vista: la guerra personale, degli individui, quella devastante che porta allo sterminio di popoli interi e quella con se stessi, quando ci sembra di non avere altra strada che continuare o chiudere con tutto. Ci sono poi anche variazioni tecniche, il lavoro sulle luci per es. non finisce mai ed ora mi affianca il grande e paziente Stefano Stacchini, figlio d’arte del disegnatore luci di Strehler, che fortunatamente sopporta, anzi, stimola le mie continue variazioni …(ride, ndr.)

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Guardando il titolo si intuisce che “Sole” ha una doppia valenza: sia come la nostra stella, sia riferito alla solitudine delle tue protagoniste.

Più che di donne sole, io parlerei di persone sole. “Le troiane” è vero è un testo femminile che parla della parte lunare delle persone, ma non mi va di pensare al mio lavoro in termini di uomini o di donne. Bisogna invece pensarlo in termini degli elementi che ci compongono. In ognuno di noi, c’è una parte più vulnerabile, più misteriosa che è chiamata femminile e una parte più solare che è quella più combattiva e guerriera. Quindi anche se la lettura del testo di Euripide potrebbe apparentemente essere solo femminile, per me si riferisce alla fragilità di ognuno di noi, per questo ti dico che è meglio parlare di persone e non solo di donne. È un lavoro che vuole essere universale.

E per quanto riguarda il Sole come astro?

Il Sole è l’elemento fondamentale perché dà la vita. È però anche un elemento che togliere la vita, perché può bruciare, distruggere. Mi piaceva questa ambivalenza: mettere al centro di un lavoro una forza che poteva essere sia di vita che di morte.

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Musica, scenografia e luci “Sole”, pur essendo essenziali, sono elementi fondamentali perché aiutano l’esperienza sensoriale della tua performance.

Il mio è uno spettacolo simbolico ed evocativo e quindi non avevo bisogno di scene, avevo bisogno solo di qualcosa che permettesse, a me per prima, e allo spettatore di viversi tutti i luoghi e nessuno luogo. Quindi meno elementi ho in scena e meglio arrivo a far immaginare che cosa può essere: a volte sembra un cimitero, a volte un campo di battaglia, ecc. Quando ho pensato questo spettacolo, volevo che fosse evocativo il corpo, la parola, non altro: non volevo imporre la scena allo spettatore, questo elemento non mi interessa. Per me, meno c’è e meglio è in teatro. E sono molto convinta di questo.

Tra i tanti personaggi che interpreti, qual è quello a cui sei più affezionata o a cui ti senti più legata?

Fammi pensare un attimo (pausa, ndr.). Questa è proprio una bella domanda. Guarda in verità il personaggio che amo di più è quello che non esiste ne “Le troiane”, che è poi anche il filo conduttore di tutta la narrazione: Etora, che ho inventato perché “Sole” stava diventando uno spettacolo troppo tragico. Avevo bisogno di qualcosa che contrastasse la drammaticità. Io amo molto giocare sulle ambivalenze, quindi quello che è comico pùò diventare tragico e viceversa. E qui avevo bisogno di un contraltare ironico, altrimenti sia io che gli spettatori a fine spettacolo saremmo usciti dal teatro solo per andare a suicidarci! (ride, ndr.). Era troppo tragico!
Questa figura serve invece a spezzare un po’ il ritmo drammatico. È una figura che non si capisce bene chi sia o cosa sia: è però molto buffa. Si chiama Etora perché è l’amante di Ettore, l’eroe per eccellenza e che ha il senso della famiglia più alto che mai. Etora, poverina, si invaghisce di Ettore e lo segue sul campo di battaglia, subendo la tragedia della guerra. Quindi mi affeziono a lei perché alla fine è quella che mi assomiglia di più, in questi tentativi di raggiungere sempre l’eccellenza, la perfezione, l’assoluto e poi. ti ritrovi devastata da tutte queste cose che vanno oltre le capacità dell’umano.

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E invece qual è il personaggio che non sopporti?

Sai che non ce l’ho. In generale, quando mi capita di incontrare nella mia carriera d’attrice delle figure forti che sono giudicate, normalmente malvagie, violente, egoiste, penso a Lady Macbeth o ad Arkadina de “Il Gabbiano” che ho appena fatto al Teatro Litta a Milano, io davvero provo per loro comunque una sorta di compartecipazione e quindi riesco a trovare delle corde che mi appartengono in loro e ringrazio sempre questi personaggi perché mi fanno esplorare delle parti di me che magari vorrei apparentemente allontanare, ma che poi penso sia determinante conoscere attraverso il mezzo del teatro. Il teatro, se fatto in un certo modo, è una via di conoscenza. Questi personaggi sono veramente dei mezzi per conoscersi.
Arkadina, ad esempio, è una donna egoista, proiettata su di se, fragile, fastidiosamente fragile a volte. Però io ho pianto l’ultima sera che l’ho messa in scena, perché sapevo che mi stavo distaccando da questo personaggio, che mi ha accompagnata in un viaggio dentro di me. Questo è poi quello che si fa attraverso il teatro ed è quello che gli attori fanno insieme agli spettatori. Infatti non si dovrebbe parlare di personaggi ma di stati di coscienza…

Che cosa c’è in “Sole” delle tue straordinarie esperienze formative?

“Sole” è fortemente influenzato dagli insegnamenti del grande maestro Leo De Berardinis. Già solo per questo modo di giocare su due piani come quello farsesco e quello tragico: questa del resto è anche la prima lezione del maestro. Questo non dare mai niente per certo, per scontato, lasciare sempre un dubbio, un’ambiguità. il che non vuol dire essere vaghi, è un’ambiguità positiva, vuol dire giocare con elementi perché niente mai diventi certo, come poi avviene nella realtà. La realtà non è mai certa. Queste sono suoi insegnamenti che porto con me in questo lavoro dove tutto si muove secondo un ordine che apparentemente sembra dato, ma che in verità è soggetto a un cambio in qualsiasi momento, come successo a “Le troiane”. Anche tecnicamente lavoro molto con il corpo e questa è una strada che mi ha indicato Leo: lui aveva la qualità di far uscire fuori dai suoi allievi per ognuno le caratteristiche su cui si doveva insistere. A me ha dato questa forza di lavorare molto fisicamente, vicino quasi alla danza in alcuni passi.
Altri elementi della mia formazione che porto sul palco con “Sole” sono, ad esempio, l’ironia di Moscato, con cui ho lavorato, e il rigore che ho imparato in Accademia. “Sole” è nato in un momento in cui non sapevo se avrei ancora voluto fare teatro. Quindi mi sono detta: “O ci riesco e faccio una cosa da sola, e cerco di capire quello che ho imparato, o lascio”. Per me era una verifica dopo aver lavorato con un maestro così importante come De Berardinis, che purtroppo un banalissimo evento della vita ci ha tolto all’improvviso. Mi ponevo delle domande: “Che cosa ho imparato? Posso andare avanti?” Ma non ho dato io le risposte: hanno risposto gli altri perché ancora oggi porto in scena lo spettacolo nei teatri.

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“Sole” sta per uscire fuori dai confini nazionali: dove sarà messo in scena all’estero?

Proprio nella tappa di Palermo, realizzeremo proprio un video al Teatro Garibaldi di Palermo, uno spazio molto suggestivo, perché vogliamo portarlo all’estero. Al momento sarà rappresentato in Germania. Questo è uno spettacolo che può andare all’estero perché è un lavoro, ripeto, più emotivo, emozionale che non di logica. Può arrivare anche agli spettatori di altri paesi perché la lingua non è così determinante.

Secondo te il teatro italiano che futuro ha, che strada sta intraprendendo?

(Dopo un breve sospiro, ndr.) Io vedo grandi talenti che fanno sempre più fatica. Dirò anche una cosa molto banale, ma ora non mi sento di fare un’analisi più approfondita: ti parlo proprio di prime suggestioni. Io vedo tantissimi artisti che fanno e temo faranno sempre più fatica. Persone a cui andrebbero affidati teatri stabili che invece ne restano fuori perché seguono la propria forza creativa. Inoltre vedo la perdita dei grandi maestri del teatro italiano. E non vedo tanti che potrebbero prenderne il posto, ma anche per quei pochi questo non avviene, sono ostacolati, non sostenuti. Quello che ti posso dire è che io, quando vado da spettatrice a teatro, mi emoziono ancora. Penso che il teatro sia vivo: purtroppo è sempre più difficile farlo.
Poi mi capitano però anche delle cose bellissime, che danno speranza. Mentre stavo provando un piano luci qui a Palermo sono stati circondata da alcuni bambini. A Palermo le scolaresche hanno adottato un monumento e ho parlato con questi bambini che hanno “adottato” il Garibaldi. Tra loro c’era una bimba, tra l’altro è la figlia piccola di Matteo Bavera direttore del Teatro, che vuole fare a tutti i costi l’attrice nonostante veda la lotta quotidiana che c’è dietro da parte di matteo e di tutti i suoi pochi ma fortissimi collaboratori per tenere vivo questo meraviglioso posto. alla fine la magia del teatro non muore e la vedo negli occhi di questa bambina. razionalmente la scoraggerei, empaticamente poi pero’ la porto sul palco con me alle prove, le spiego le cose, le racconto le troiane sotto forma di fiaba, le lascio toccare le mie maschere… Lei negli occhi ha la voglia di fare teatro e io voglio che dopo aver visto il mio spettacolo ne abbia ancora più voglia.

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Cosa c’è nel futuro di Valentina Capone?

Adesso ho voglia di vedere se riesco a restituire qualche cosa agli altri e spero di affiancare in futuro al mio lavoro di attrice sempre più quello di regista. dopo alcune date di “Sole” ad esempio sarò a Roma per un laboratorio con altri giovani attori. Io sono molto positiva: ho fatto un percorso sempre di scelte e alla fine posso dire di essere una sopravvissuta del teatro, magari con più fatica, con un po’ mal di stomaco rispetto agli altri e pensieri che non dovrebbero esserci, perché dopo tanti anni di teatro vorrei avere un po’ di stabilità in più. Adesso PERò sono veramente consapevole. e dopo dopo l’esperienza forti che ho fatto ho io, pienamente, serenamente, la forza di camminare sulle mie gambe e quindi andrò avanti.

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