Quando un capo viene comprato nel mercato dell’usato, il brand che lo ha prodotto non ci guadagna nulla; un esempio sono piattaforme come Vinted o Subito. Eppure il mercato della rivendita vale, solo in Italia, 27 miliardi di euro, pari all’1,2% del PIL nazionale. Secondo l’Osservatorio Second Hand Economy di BVA Doxa, a livello globale cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto alla vendita tradizionale, secondo Boston Consulting Group e Vestiaire Collective. I brand che hanno creato quei prodotti restano esclusi da questo mercato, senza ottenere alcun ricavo.
Le analisi condotte dalla startup Dresso mostrano come il mercato dell’usato non gestito rappresenti tra il 10% e il 20% del fatturato first hand del brand stesso, con picchi nel segmento del lusso e dell’abbigliamento per bambini. I prodotti di un singolo marchio possono arrivare a ventimila unità in vendita in un solo giorno sul mercato dell’usato, causando prezzi che sfuggono completamente al controllo del produttore e ne compromettono il posizionamento sul canale primario.
“Quando un brand analizza i dati della propria rivendita non gestita, scopre quasi sempre la stessa cosa: il suo concorrente più agguerrito non è un competitor di settore, ma il proprio prodotto già venduto che circola sul mercato secondario a prezzi che non controlla. È un fatturato reale e tracciabile che le aziende stanno semplicemente regalando al mercato”, afferma Enrico Pietrelli, cofondatore e CEO di Dresso.
Dresso, startup italiana, ha sviluppato la piattaforma 2NACT, che consente ai marchi della moda di gestire e valorizzare il proprio mercato dell’usato. Articoli che spesso perdono valore nel mercato tradizionale, se reimmessi in quello dell’usato, generano una nuova linea di ricavo e riducono gli sprechi della filiera.
Il sistema è basato su una tecnologia brevettata dedicata alla tracciabilità tramite passaporto digitale dei prodotti nel mercato secondario della moda, che utilizza blockchain e tag NFC o QR code per registrare ogni passaggio di proprietà del capo nel tempo. Questo metodo permette ai brand di reinserirsi nel mercato dell’usato e offre all’acquirente una garanzia sul prodotto acquistato.
Due obblighi in particolare costringeranno presto i brand a ripensare la gestione del proprio prodotto dopo la vendita:
- il passaporto digitale di prodotto, introdotto dal Regolamento ESPR (UE) 2024/1781, entrato in vigore nel luglio 2024, sarà obbligatorio per il settore tessile entro il 2027. Ogni capo dovrà avere un’identità digitale univoca, accessibile tramite QR code o NFC, contenente informazioni su composizione, filiera, durabilità e ciclo di vita.
- Il divieto di distruzione degli invenduti, introdotto dall’ESPR, in vigore per le grandi imprese dal 19 luglio 2026 e per le medie entro il 2030, pone fine a una pratica che ogni anno in Europa porta alla distruzione tra il 4% e il 9% dei tessili invenduti prima ancora che vengano indossati, generando circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, un volume comparabile alle emissioni nette annue della Svezia. I brand dovranno trovare alternative verificabili, con obbligo di rendicontazione pubblica sui volumi eliminati: rivendita, ricondizionamento, riuso.
Per rispettare queste nuove normative, i brand dovranno sapere dove si trovano i loro prodotti, chi li ha acquistati e quante volte hanno cambiato proprietario, creando così una tracciabilità completa dei prodotti.