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Gli anni di Bologna nel Dams di Umberto Eco

A dieci anni dalla scomparsa dello studioso, il professor Giovanni Manetti, suo allievo, traccia per noi il profilo del grande semiologo, partendo dagli anni della originale esperienza vissuta nell'università bolognese.

Gli anni di Bologna nel Dams di Umberto Eco
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12 Febbraio 2026 - 15.36 Culture


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di Giovanni Manetti

Sono passati esattamente 10 anni dalla scomparsa di Umberto Eco e si stanno moltiplicando da varie parti le iniziative per celebrare in maniera degna un intellettuale così importante per la cultura italiana e non solo. Certamente si metterà in evidenza innanzitutto il suo contributo ad una disciplina che ha marcato la contemporaneità come la semiotica, che Eco ha insegnato all’Università di Bologna dal 1974 fino alla conclusione della sua carriera universitaria, e alla quale ha dedicato la maggior parte della sua ricerca scientifica.  Una visibilità forse maggiore, soprattutto per il grande pubblico, avrà sicuramente la figura di Eco come romanziere, grazie al successo mondiale che i suoi libri – soprattutto Il nome della rosa (1980) – hanno avuto, e si parlerà di certo anche della sua trasposizione cinematografica con il film di Jean-Jacques Annaud (1986), della versione in fumetto che ne ha fatto Milo Manara (2023), fino alla sua recente realizzazione come  opera lirica con musica di Francesco Filidei e rappresentata al Teatro della Scala nel 2025 con la regia di Damiano Michieletto.

Ma Eco è stato anche molte altre cose. È stato filosofo del linguaggio, massimo studioso di Charles Sanders Peirce e di molta della attuale filosofia analitica. A questo proposito si ricorderà anche che in un periodo di strutturalismo imperante, tutto centrato sulla dimensione astorica del codice, e sulla contemporaneità, Eco ha richiamato anche l’esigenza di individuare le radici storiche della semiotica (si veda, appunto, il volume del 1984, Semiotica e filosofia del linguaggio) e le ha indicate nelle teorie dei filosofi dell’antichità (Aristotele, gli Stoici, Agostino di Ippona), che avevano elaborato accanto ad una concezione equazionale del segno (un significato sta per un significante) anche una concezione del  segno come meccanismo inferenziale, sganciato da un codice e funzionante secondo i criteri della logica formale (un segno mette in relazione due fatti o due eventi e permette di risalire dall’uno all’altro con il ragionamento); filosofi antichi ripresi poi dai teologi-filosofi medievali (Tommaso, Ruggero Bacone, Ockam, per non citare che i maggiori), fino ad arrivare a pensatori della modernità come Locke e Condillac (si veda, a questo proposito l’“Introduzione” a Lo sviluppo della semiotica Di Roman Jakobson del 1978).  

È stato poi studioso di estetica, già con la sua tesi di laurea sulla teoria dell’arte in San Tommaso, sostenuta all’Università di Torino (pubblicata poi con il titolo Il problema estetico in San Tommaso, 1956) che aveva la supervisione di Luigi Pareyson, un filosofo che ha segnato il percorso intellettuale iniziale di Eco e ha sicuramente contribuito a portarlo  all’originale concezione estetica sulla cultura contemporanea; si ricorderà a questo proposito il celebre volume Opera aperta (1962), nel quale venivano evidenziate tutte quelle esperienze artistiche in cui l’opera d’arte (letteraria, figurativa, musicale) non era in sé conclusa, ma aveva bisogno della collaborazione del fruitore, sempre mutevole. Tutto questo avrebbe condotto Eco alla nota concezione, sviluppata in seguito nel volume Lector in fabula (1979), definita come “cooperazione interpretativa”, secondo la quale il destinatario lettore è necessario per far funzionare la “macchina pigra” rappresentata dal testo.

È stato, ancora, acutissimo analista delle comunicazioni e della cultura di massa, fino anche ai suoi esiti digitali. Molti ricordano il suo giudizio negativo su coloro che fanno un uso indiscriminato e acritico del web e dei social in particolare, anche se spiace un po’ l’espressione che gli è “dal sen fuggita”: “gli imbecilli del web”. Ma si sa, ai grandi si perdona un po’ tutto. È stato, infine, studioso di letteratura (da Joyce alle avanguardie; tra l’altro, è stato anche traduttore di Exercises de style di Raymond Queneau (1983) – un’impresa che rasenta l’impossibile per i giochi linguistici dell’originale – e di Sylvie di Gérad de Nerval), senza dimenticare i suoi interventi in materia di politica culturale, ed anche di politica tout court. Tutto questo verrà sicuramente approfondito nei convegni e nei numeri speciali di riviste scientifiche che gli verranno dedicati.

Ma qui vorrei portare l’attenzione anche su qualche aspetto più personale, concernente il clima che si respirava intono a lui all’Università di Bologna, soprattutto nei primi anni della sua attività. C’era un’atmosfera di grande effervescenza ed entusiasmo per la grande ricchezza culturale che si era venuta a creare intorno alla cattedra di Semiotica di Eco, dalla quale sono passati una grande quantità di studiosi, che erano i massimi esponenti delle discipline linguistiche e semiotiche, sia italiani che stranieri dell’epoca. Ma se ci spostiamo agli inizi del percorso universitario di Eco si ricorderà che aveva ricevuto nel 1974 un incarico di insegnamento di Semiotica al DAMS, grazie alla intelligente direzione di quell’Istituto da parte di Benedetto Marzullo, dopo aver insegnato negli anni precedenti a Milano e a Firenze. L’anno successivo gli sarebbe stata assegnata la cattedra di Professore ordinario di Semiotica, la prima cattedra italiana di quella disciplina.

All’epoca la Semiotica era ancora una materia per così dire, carbonara. Aveva cominciato ad essere praticata, in gran parte provenendo dalla Francia e dai paesi francofoni, ma non aveva alcuna tradizione accademica in Italia. Esisteva soltanto un incarico di Semiotica, prevalentemente letteraria, a Torino, tenuto da D’Arco Silvio Avalle. Eco, dunque, era il primo che in Italia deteneva a Bologna una cattedra di Semiotica generale. Questo lo aveva spinto a richiamare intorno a sé studiosi anche provenienti da altre università, che collaborassero al progetto di istituzionalizzazione della disciplina. Io (e mi si perdoni questo accenno a me stesso, che faccio con una certa resistenza) avevo avuto il privilegio di essere tra quelli, ovvero di essere uno dei tre primi collaboratori di Eco (insieme a Patrizia Magli e Patrizia Violi). In seguito, si sarebbero aggiunti al piccolo nucleo iniziale Marco De Marinis, per la semiotica del teatro e Massimo Bonfantini, per la linea degli studi peirceani. Contemporaneamente erano venuti a Bologna per lavorare su tematiche semiotiche Omar Calabrese, all’Istituto di arti visive, e Ugo Volli, che all’epoca aveva ottenuto al DAMS un incarico di Filosofia del linguaggio. Eco mi aveva chiamato perché avevo svolto all’Università di Pisa una tesi dal titolo Per una semiotica del comico nel 1973 e voleva che partecipassi ad un seminario sul comico – e in particolare sui meccanismi umoristici delle crittografie mnemoniche – che aveva organizzato nel 1974 insieme a Marina Mizzau, la quale avrebbe scritto in seguito un libro dal titolo L’ironia. La contraddizione consentita (1994).

Questo tema – quello delle crittografie mnemoniche o crittogrammi – avrebbe segnato molti dei momenti di pausa nei giorni di attività universitaria a Bologna. Eco era uno straordinario conversatore ed una persona capace di istaurare relazioni con le persone più varie, mettendo in contatto democraticamente esponenti della cultura – e talvolta anche della politica – con noi giovani ricercatori ed anche talvolta con gli studenti più geniali e appassionati. Così era frequente che nelle occasioni conviviali a Eco piacesse proporre agli astanti dei giochi linguistico-logici. Ne ricorderò due: le crittografie mnemoniche, appunto, e gli ircocervi.

Le prime sono un gioco enigmistico, con possibili risvolti umoristici, che consistono nel proporre una “frase stimolo”, a cui bisogna replicare, per risolvere il gioco, con una “frase risposta” che abbia due sensi: uno che costituisca una parafrasi o un’espressione sinonima della “frase stimolo” ed un altro che sia relativo ad una espressione stereotipa nella lingua o nel deposito culturale condiviso. Ne sono buoni esempi i due seguenti: “Macbeth à Il compagno di banco (/Banko)” (gioco omofonico, anche se non omografico), che crea un cortocircuito tra la letteratura alta (il dramma di Shakespeare) e la banalità della vita quotidiana (l’ambito scolastico); “Adamo ed Eva à La prima coniugazione nel passato remoto”, in cui si scontrano una matrice biblica e una grammaticale. Eco li proponeva ai commensali e faceva parte del gioco conversazionale andare per prova ed errori fino alla soluzione. Eco era anche un abile inventore di queste forme enigmistiche. Una volta ne propose uno a me personalmente, credo per il fatto che mi chiamo Giovanni: “Giovanni dalle Bande Nere all’attacco”. Ci pensai un po’ e poi ebbi l’illuminazione “Medici in prima linea” (Il personaggio era un Medici e “Medici in prima linea” era il titolo di una nota trasmissione televisiva). Non era semplice trovare subito la soluzione e tutti erano un po’ timorosi di non fare abbastanza bella figura, anche se molto stimolati. Ricordo che una volta era presente ad una di queste situazioni conviviali Benigni, che invece era velocissimo a trovare le soluzioni. Comunque, un ampio studio sulle crittografie mnemoniche divenne il tema del numero monografico 18/1977 di Versus, la rivista fondata da Eco nel 1973.

L’altro gioco erano gli ircocervi. “Ircocervo” (τραγέλαφος) è una parola usata da Aristotele all’inizio del De interpretatione e indica un essere ibrido a metà tra un caprone e un cervo. Il gioco consisteva nel trovare un’espressione che unisca linguisticamente due entità, il cui abbinamento surreale crei un corto circuito semantico con effetti umoristici, come nei seguenti casi: “Fred Asterix à De ballo gallico”; “Man R.a.i. à Dada Umpa”; Eduardo de Filippide à Filumena Maratona”; “Muzio Evola à Alla ricerca di una nuova destra”. Eco così definiva questo gioco: “Dico che, se il nome è nuovo, il concetto non lo è, perché in fondo si tratta di applicare la tecnica del pun, o calembour, o mot-valise (tipica dell’ultimo Joyce) ai nomi propri e dire esplicitamente quel che potrebbero suggerire al lettore”. Anche qui si tratta di trovare una risposta che sia in linea con l’espressione enigmistica che viene proposta. Molti di questi giochi elaborati nelle situazioni conviviali finivano poi nella rubrica settimanale che Eco teneva per l’espresso, La bustina di minerva, e non erano pochi i lettori che poi si appassionavano al gioco e mandavano a Eco le loro invenzioni. Il gioco aveva contagiato anche il disegnatore vignettista Massimo Bucchi, che in un libro intitolato ‘900 (1998), che ha del resto la prefazione di Eco, da cui è tratta la citazione precedente, aveva disegnato circa un centinaio di ircocervi verbo-visivi. Tra questi mi sembrano particolarmente riusciti i seguenti: “Mikey Mao”, l’immagine di un incrocio tra Topolino e Mao Tse-Tung; “Madre Teresa di Cossutta”, un’improbabile fusione tra Madre Teresa di Calcutta e il noto politico della sinistra italiana degli anni ‘ottanta; ed infine “Ilona Stalin” esplosivo mix tra Ilona Staller, la pornodiva, e il leader dell’Unione Sovietica della prima metà del secolo scorso (vedi immagini allegate).

È noto, infine, l’impegno civile di Eco e sono conosciute le sue prese di posizione rispetto a tanti problemi politici. Meno noto è lo spirito etico con cui Eco teneva il suo insegnamento. Vorrei concludere ricordando quest’ultimo aspetto; e a questo proposito mi sia consentito di richiamare ancora un aneddoto personale. Eco non mancava mai ad una lezione ed era sempre disponibile a parlare con gli studenti. Una volta doveva andare a ricevere un premio in Belgio e, temendo di non riuscire ad arrivare in tempo per svolgere la sua lezione nel giorno del suo rientro in Italia, mi aveva chiesto di preparami un argomento e di tenermi pronto per sostituirlo nel caso non avesse fatto in tempo ad arrivare. Quella lezione io non l’ho mai tenuta!

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