Nada: “Canto e suono chi sta fuori dal branco"

La cantante e rocker al via in tour da venerdì 8 marzo: "Trovo più politico parlare del vissuto e di esperienze che di politica. Con Motta abbiamo affinità, l'età non conta"

Nada. Foto: Claudia Pajewski

Nada. Foto: Claudia Pajewski

GdS 6 marzo 2019
Stefano Miliani
 
È un momento difficile, tesoro, si intitola l'album e il tour che Nada Malanima intraprende a partire da venerdì 8 marzo. Pubblicato dalla Woodworm Label e distribuito dalla Artist First, è un album dalle sonorità variegate, denso di sfaccettature tra il rock indipendente e la canzone, denso di riflessi intimisti. Chitarre essenziali, la voce roca con lontani e spiazzanti echi che sembrano non avere età, nel ciclo di pagine musicali emerge tenacia e desiderio di scavare nelle complicazioni, negli amori, nella luce e nelle sofferenze degli affetti per andare oltre. Con la cantante e scrittrice nativa di Livorno suonano quattro musicisti nella formazione classica del rock ma, puntualizza l'artista, tutti cantano e suonano più strumenti. La tournée parte da Arezzo, dal locale Karemaski; il disco è prodotto da John Parish (ha lavorato con gente come P.J. Harvey, gli Eels, i Giant Sand, gli Afterhours), che aveva già collaborato con Nada per l’album Tutto l’amore che mi manca (2004).

Nada, il titolo del "momento difficile" si estende al Paese oggi? Alla situazione politica?

C’è un po' tutto, dentro questo disco. Ma la politica in senso tradizionale a me ora non interessa. Lo trovo un momento basso, brutto, più che difficile. E trovo che parlare di se stessi, della propria intimità, del proprio vissuto e delle esperienze sia molto più politico che parlare di politica. Le canzoni dell’album sono una riflessione. Come dico in una canzone la realtà non soddisfa molto: il mondo sta attraversando un momento complicato e ci condiziona. Perciò l'album è un guardarsi dentro anche attraverso quello che abbiamo intorno, anche attraverso il contesto.

Nel modo di cantare rimanda talvolta ai Cccp e ai Csi. Specialmente il brano "O Madre".

Lo prendo un complimento.

Lo è: i Cccp e la tappa successiva dei Csi sono stati tra i gruppi più innovativi e geniali del rock.

I Cccp restano un gruppo più attuale anche di tanti altri. Chiaramente non li copio ma possono esserci riferimenti. Adoro i Cccp, ho lavorato anche con Massimo Zamboni, siamo molto amici, ma non copio.

Non si parla affatto di copiare quanto di affinità.

Sì, può essere. "Madre" è una canzone dove il cantato ha radici popolari. Oltre al mio rivedermi in questa donna il canto ricorda quello ipnotico, iterativo, delle processioni che da bambina vedevo e sentivo con mia mamma. Quando scrivi vengono fuori cose che non sai nemmeno di avere: non si decidono a tavolino e quando emergono è un momento magico, non è un momento difficile.

A Sanremo il duetto con Motta nella sua “Dov’è l’Italia?” è stato uno dei migliori del festival ed è stato premiato dalla critica. Com'è lavorare con lui, molto più giovane?

Motta ha suonato con me per cinque anni e tutto quello che poteva suonare, abbiamo fatto insieme tutti i miei tour e quindi è naturale che mi abbia chiamata. La musica va oltre: ci sono affinità al di là dell’età, ci sono giovani che sono vecchi e viceversa: può sorprendere dal di fuori ma l’amalgama tra noi è stato bello. Non era un duetto voluto e se gli ho dato qualcosa sono felice per lui e per me: è come un fratellino e penso si sia visto che era una cosa vera, sincera.

Non tutte le cose erano vere, nel senso di sincere, al festival.

No, ma non penso solo a Sanremo, non esiste solo quello, è passato, esiste molto altro. Al di là della musica c’è bisogno di verità concrete, di sincerità. Ma lo dico chiaramente: non voglio parlare di polemiche sanremesi.

Nella canzone "Un angelo caduto dal cielo" canta: “E arranco arranco / sono fuori dal branco / ma arrivo con il mio passo lento”: è difficile seguire una propria strada ma alla fine si arriva?

Spesso ti fanno sentire fuori dal branco, il che è anche bello. C’è una doppia lettura: è importante essere se stessi e arrivare come si è, se il branco non è giusto meglio esserne fuori, si sta bene. Anzi le minoranze non sono mai state importanti come adesso.

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