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Storia di Maria Oliverio, ossia Ciccilla: l'ultima brigantessa

Nel suo ultimo romanzo Giuseppe Catozzella, Italiana (Mondadori 2021, pp. 324, € 19), narra le vicende dei briganti della Sila, soprattutto raccontando la vita della protagonista Maria Oliverio, detta Ciccilla, moglie del brigante Pietro Monaco

Storia di Maria Oliverio, ossia Ciccilla: l'ultima brigantessa
La brigantessa Maria Oliverio detta Piccilla

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27 Gennaio 2022 - 10.44 Globalist


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di Antonio Salvati

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Da qualche decennio si è sviluppata una storiografia mirante alla rivalutazione di quello che fu il brigantaggio meridionale dopo l’Unità. I briganti erano guerriglieri contro l’«invasione piemontese» o, come sono stati raccontati, feroci malfattori? Alcuni li hanno definiti partigiani combattenti per la libertà. La ricostruzione storica ha fatto molti passi avanti, invitandoci a riflettere sulle cause sociali e politiche del fenomeno e sugli eccessi della repressione, che fu feroce, spietata e in certi casi disumana. Lo Stato unitario appena nato – com’è noto – si considerava minacciato e ciò spiega, ma non giustifica, le numerose sanguinose rappresaglie.

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Nel suo ultimo romanzo Giuseppe Catozzella, Italiana (Mondadori 2021, pp. 324, € 19), narra le vicende dei briganti della Sila, soprattutto raccontando la vita della protagonista Maria Oliverio, detta Ciccilla, moglie del brigante Pietro Monaco, un ex soldato borbonico ed ex garibaldino, datosi al brigantaggio dopo un omicidio. Pochissime donne furono ammesse ad un’organizzazione di briganti fino ad allora solo maschile. Ciccilla diventerà presto la prima e unica donna a guidare una banda contro la ferocia dell’esercito regio.

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La storia di Ciccilla è quella tipica delle famiglie contadine del tempo, ossia la narrazione della vita degli ultimi, dei poveri, degli ignoranti, destinati alla marginalità. Poveri e servili tanto da perdere la propria dignità pur di riuscire a portare di sfamare la propria famiglia.

Storie di figli dati in adozione – come accade nella famiglia di Maria – per avere una bocca in meno da saziare, con la rassegnazione a un domani che non cambia mai, senza sogni o prospettive per ii futuro. Tuttavia, come sempre la storia ci riserva delle sorprese. Ciccilla passa la giovinezza nei boschi circondata al massimo dai suoi familiari, ma comprende – grazie alla sensibilità della sua maestra – che «l’unica consolazione la trovavo nei libri, la solitudine di quei mesi mi ha fatto capire che sono gli unici amici fidati che una donna possa avere, sempre che abbia la fortuna di imparare a leggere». La sua maestra caparbiamente desidera consentire a Maria di proseguire gli studi, malgrado la manifesta contrarietà della famiglia che per lei riserva solo un futuro di miseria: «Papà ogni sera tornava con la schiena spezzata e davanti alla minestra di cavolo e cicorie scrollava la testa – La fatiga è a rarici i morta – La fatica è la radice della morte – diceva”».

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Per una serie di circostanza Maria non potrà proseguire gli studi. Del resto, sulle donne gravava pure la convinzione che l’istruzione le avrebbe “corrotte” e la ragione prima della sottomissione della donna del Sud stava nella sua atavica, inconscia accettazione di secolari abitudini. Questo le rende estremamente difficile mettersi su un piano di reale parità. Soltanto attraverso l’istruzione e un lavoro degno avrebbero consentito di rompere questo circolo vizioso. La lettura e la scrittura sono, per le donne, secondo la morale corrente ottocentesca, perdizione e, per certi versi, follia. Per evitare, allora, alle donne di “impazzire” si vieta loro di leggere e scrivere. Oggi sappiamo che spesso avviene il contrario: rende pazze l’obbligo a languire nella noia. Il tasso di analfabetismo nel 1871, dieci anni dopo l’Unità, era al Nord del 54,2% e al Sud dell’81%. In Sicilia erano analfabeti 93 abitanti su cento: tra le donne sapevano leggere e scrivere, in pratica, solo quelle appartenenti all’aristocrazia o comunque alle classi più elevate E non tutte. Il tasso di scolarità primaria, che in Lombardia e in Piemonte toccava già il 90%, nel Sud era appena del 18%. Nel 1921 ancora la metà della popolazione meridionale era analfabeta.

Nel 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa, di fatto, di esistere. Francesco II, ultimo Re di Napoli, ripara a Roma, ospite dello Stato Pontificio. Saranno le parole di Garibaldi ad esaltare gli animi e a accendere la speranza. Anche Pietro e Maria avevano ascoltato le parole del condottiero dei due mondi: «”A chi prenderà le armi” ha detto Garibaldi in un silenzio irreale “e appoggerà la rivoluzione e l’Italia unita sotto Vittorio Emanuele, prometto solennemente la redistribuzione delle terre. Il dimezzamento del prezzo del sale e del macinato. L’abolizione delle tasse comunali. Il riconoscimento degli usi civici delle terre. Potrete fare legna, pescare, cacciare, raccogliere verdura e frutta come cittadini liberi”». Il possesso e l’uso della terra rappresentavano un fattore scatenante di rivolte.

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Ma né le leggi eversive né l’esproprio dei beni ecclesiastici riuscivano a soddisfare la più antica aspirazione delle classi rurali, la proprietà della terra.  Terra ostile quella che i contadini lavoravano per conto di altri, aristocratici e latifondisti. Spesso sottratta – zolla dopo zolla – ai boschi, alle macchie ed alle pietraie montane. In cambio i contadini ricevono un salario che consente appena di sopravvivere.

Il mutamento di governo suscitò speranze che ben presto si rivelarono infondate. La terra cambia proprietario ma i contadini ne sono sempre fuori, messi nell’impossibilità pratica di acquistarla o riscattarla con i sofismi di una legge fatta da un parlamento di “galantuomini” per i “galantuomini”. Il destino dei contadini appare segnato: rassegnarsi o ribellarsi. Maria raggiunse la banda del marito, divenendone addirittura il capo di fatto. Le sue gesta si diffusero in tutto il circondario. Perfino i suoi stessi briganti ne ebbero terrore. Fu catturata dopo la morte del marito. Le condizioni di vita all’interno dei vecchi bagni penali borbonici, trasformati in carceri del Regno d’Italia, sono pessime. Costrette ad una vita di stenti, a continui spostamenti, a marce forzate le “brigantesse” accusano – più dei loro uomini – il peso dei disagi fisici e quando vengono catturate mostrano i segni della debilitazione.

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Il processo, che fu celebrato a Catanzaro, si concluse con la condanna a morte. Ed è uno dei rarissimi, se non l’unico, caso di sentenza capitale per una donna. La sentenza non fu poi eseguita ma tramutata nell’ergastolo perché il governo italiano non aveva interesse a mostrarsi all’opinione pubblica internazionale come giustiziere di una donna.

Ciccilla diventa famosa, come attestano i giornali del tempo, e delle sue gesta racconta perfino Alexandre Dumas. Più volte prima della cattura, Ciccilla ha visto la morte avvicinarsi e durante la notte rimpiange tanti momenti di felicità sfuggitale di mano. Giuseppe Catozzella, con il suo bel romanzo storico, ci fornito anche un quadro di un’epoca storica, mettendo in rilevo l’animosità dei sentimenti del popolo d’Italia, seppur allora diviso. Mostrandoci, inoltre, come il potere di decidere, di andare e venire, la dimensione eroica, la solitudine, lo scontro, diventavano durante il Risorgimento anche prerogative femminili in misura ben più massiccia, con un forte desiderio di riscatto nel sogno di una vita migliore.

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