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Chiusi in casa lontani da casa: la vita degli studenti fuori sede ai tempi del Covid

Una studentessa fuorisede a Siena racconta come lei e i suoi coinquilini, in una casa da studenti, stanno affrontando l'esperienza della quarantena forzata

Siena
Siena

redazione

12 Marzo 2020 - 17.48 Globalist


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di Manuela Ballo 
Regna il silenzio, nelle strade, nelle piazze e nei locali. Siena appare come un deserto desolato. Bella come sempre. Però desolata. Lo scenario è quasi apocalittico. Le strade che, poche settimane fa, pullulavano di studenti, turisti e cittadini oggi appaiono diverse, vuote e silenti. È l’effetto del Covid: in un baleno ha colpito noi studenti fuorisede costringendoci a modificare radicalmente tutte le nostre abitudini.
La sveglia suonava di buon mattino, ci si alzava per correre in facoltà e ascoltare quelle lezioni che potevano esser tanto amate quanto odiate. Sono passati pochi giorni eppure Delia ripensa a quei modi di vita fatte di ore e ore di lezione, di tempo che sempre mancava per gli esami che inesorabilmente si avvicinavano di sessioni e appelli stringenti. Le ripensa già con un velo di nostalgia: “Quanto sarebbe bello tornare a occupare aule, biblioteche e università, sentire in presa diretta la voce del professore, conversare con i colleghi e con gli amici. Oggi tutto questo ci è negato, per il nostro bene, la nostra salute e per quella degli altri. Ognuno di noi si trova nella propria cameretta (un luogo sicuro lontano dal virus) in compagnia di un cellulare o di un PC, strumenti che ci permettono di abbattere le distanze e di continuare a coltivare i nostri affetti: quant’è bello poter vedere il volto di mia madre anche dietro uno schermo, mandarle un bacio, rassicurarla e dirle che va tutto bene, che ho già comprato l’amuchina e la mascherina”. I computer permettono di resistere e di reagire al protrarsi di questo periodo d’assoluta solitudine. Difatti si continua a scrivere, sudare e lavorare, perché la vita non si ferma e l’università continua a esser viva.
Docenti e studenti sono impegnati nel comune sforzo di comprensione dei nuovi sistemi didattici attraverso il digitale: lezioni interattive, collegamenti in contemporanea e, nei prossimi giorni, anche la sfida delle prime tesi online. Ci mettono anche un pizzico di fantasia, i docenti, tenendo in vita un ciclo di lezioni interdisciplinari, Studium, con dirette su Instagram nelle quali proporranno narrazioni personali sul contagio: chi parlerà della peste raccontata da Boccaccio o da Manzoni e chi si soffermerà sull’Asiatica del ’56. È un modo per confrontare ciò che accade oggi con ciò che è accaduto nel corso dei secoli: quel tanto che basta per evitare noia e intorpidimento mentale.
Angoscia, disagio e disordine nell’apparente ordine, sono le sensazioni che prova Riccardo, anche lui studente fuorisede, combattuto l’acuto desiderio di tornare nella sua terra natia, la Sicilia, e l’impossibilità di questo ritorno proprio in nome dell’eccessivo amore per la sua stessa terra e per i suoi affetti: “Volevo riabbracciare il nonno ma lo potrà fare solo quando tutto sarà finito”. In molti hanno scelto questa strada, sono rimasti nelle proprie zone rosse diventate zone grigie dell’esistenza, dentro una casa che casa non è, nel silenzio e nella solitudine della propria camera, impegnati in un esercizio di pazienza estraneo ai ragazzi del ventunesimo secolo, in genere abituati ad avere tutto e averlo subito, spinti da impulsi e impeti tipici della gioventù. Quell’impeto non contenuto che ha portato molti fuorisede, non curanti delle successive conseguenze, a spostarsi in massa per raggiungere l’attesa Itaca. La paura dell’isolamento può appannare la vista e indurre a scelte dettate dall’incoscienza. Questo fenomeno del tutto nuovo ha colto molti di noi impreparati. È una generazione, la nostra, che non ha vissuto i grandi traumi delle guerre o che ha vissuto solo di sfuggita l’incubo del terrorismo. Sono nuovi i sentimenti, sono nuove le paure. Di fronte a una così grande novità è naturale che ci si possa sentire confusi e disorientati, incapaci di discernere con immediatezza tra ciò che e bene o male. Inizialmente c’è stata una mancata consapevolezza del rischio in cui si poteva incorrere. Adesso i giovani stanno prendendo coscienza dei giovani, sempre più impegnati in una lotta comune, in una resistenza ed esercizio di pazienza che si spera possa portare alla fine di quest’atroce spettacolo del dolore. Il virus ci ha costretto a fare i conti con le nostre fragilità, e noi come nuovi partigiani scacceremo via questo male che ha stravolto le nostre giornate e trasformato la nostra amata Italia in una terra grondante di dolore.

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