Moraldo Rossi: "Così Fellini mi impedì di menare Alberto Sordi"

Il sorprendente rapporto tra Sordi e il regista: lo racconta l'amico di Fellini in questa intervista ad Alberto Crespi tratta dalla rivista "Bianco e nero"

Alberto Sordi a Kansas City nel 1955. Autore ignoto, copyright Ed. Saylan

Alberto Sordi a Kansas City nel 1955. Autore ignoto, copyright Ed. Saylan

GdS 28 gennaio 2019
Un intero volume di una rivista di cinema su Alberto Sordi è decisamente un bocconcino editoriale prelibato e non solo per chi ama il cinema. Pubblichiamo allora buona parte de "L’amico vitellone. Intervista a Moraldo Rossi" firmata da Alberto Crespi e tratta dal numero 592 della rivista "Bianco e nero", edita dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e da Edizioni Sabinae (pp. 191, € 16). Il numero è curato da Alberto Anile ed è basato sull'esplorazione del Fondo Alberto Sordi, depositato presso il CSC-Cineteca Nazionale, ma di proprietà della Fondazione Museo Alberto Sordi. Alberto Crespi, già critico cinematografico all'Unità finché c'era l'Unità, è il responsabile della comunicazione, del sito e dell'editoria del Csc.

Alberto Crespi: "L’amico vitellone. Intervista a Moraldo Rossi"

Moraldo Rossi è un personaggio unico nella pur variegata storia del cinema italiano. A co-minciare dal nome: ignoriamo quanti “Moraldi” esistano in Italia e nel mondo, ma sicuramente è un nome insolito e chissà quanti spettatori si saranno chiesti come mai il protagonista di I vitelloni (Federico Fellini, 1953), interpretato da Franco Interlenghi, si chiami proprio così. La risposta è semplice: si chiama così perché nel frattempo Fellini aveva conosciuto Moraldo Rossi. Nato a Venezia nel 1926, fratello maggiore dell’attrice Cosetta Greco (il cui nome all’anagrafe è Cesarina Rossi), si trasferì giovanissimo a Roma per tentare la fortuna nel mondo dell’arte e dello spettacolo. Qui conobbe Fellini e per un po’ di anni i due divennero inseparabili. Al punto che il grande regista fece dell’amico non solo una compagnia “rassicurante” sui propri set – come Moraldo Rossi racconta in questa intervista – ma anche una fonte di ispirazione. Non solo per l’omonimo personaggio di I vi-telloni, ma anche per il Matto di La strada (1954) e per un progetto non realizzato, che sta accanto al Viaggio di Mastorna e ad America di Kafka nell’ideale scaffale dei capolavori mancati di Federico Fellini: fin dal titolo di quel soggetto, Moraldo in città, si capisce che doveva trattarsi di una sorta di seguito di I vitelloni che il regista ha probabilmente riassorbito in Roma (1972), nella parte autobiografica in cui si vede un Fellini diciottenne, interpretato da Peter Gonzales, arrivare nella capitale all’immediata vigilia della guerra.

In questa intervista Rossi non solo conferma un dato già noto, scritto da lui stesso in un arti-colo intitolato Tutta la verità sullo «Sceicco bianco»! apparso sul quotidiano «l’Unità» del 26 febbraio 2003. Ovvero, che i personaggi di Alberto Sordi nei primi due lungometraggi diretti “in solitaria” da Fellini (dopo l’esordio “a quattro mani” di Luci del varietà – 1950 – codiretto da Alberto Lattuada) sono in buona misura creati da Sordi stesso, almeno per quanto riguarda la scrittura dei dialoghi. Ma rivela un aspetto psicologico e biografico che getta su I vitelloni una luce, se non nuova, almeno insolita.
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In questa intervista gli abbiamo chiesto di rievocare il rapporto tra Sordi e Fellini.

A quando risale la conoscenza fra Alberto Sordi e Federico Fellini?
L’amicizia fra Alberto e Federico è antica, e precede di molti anni il loro rapporto di lavoro prima in Lo sceicco bianco poi in I vitelloni. Si conobbero durante la guerra, quando Federico si trasferì a Roma da Rimini. Alberto lavorava nella rivista. Più o meno in quello stesso periodo nacque anche l’amore tra Federico e Giulietta Masina. È un episodio famoso, e molto toccante: Federico e Giulietta si sposarono il 30 ottobre 1943, in una Roma cupa, già occupata dai tedeschi. La cerimonia si svolse in casa, non c’erano soldi né per un viaggio di nozze né per alcun tipo di festeggiamento e l’unico svago che i due sposini si concessero fu uno spettacolo di varietà nel pomeriggio. Sordi era in scena, li vide entrare, fermò lo spetta-colo e disse, più o meno: «È arrivato un amico, si chiama Federico Fellini, è un umorista, collabora al “Marc’Aurelio”. Si è sposato con Giulietta Masina, una brava attrice che avete sentito alla radio nel personaggio di Pallina. Vi chiedo di aiutarmi a fargli un dono, che mi costa pure poco, vi chiedo un applauso. Regalo al mio amico Federico questo momento di festa comunicandolo a tutto il pubblico del teatro».

Tu, invece, quando hai conosciuto Sordi?
Ci siamo conosciuti sul set di Lo sceicco bianco, e lì andò tutto liscio. Eravamo tutti molto complici: io, lui, Federico, tutta la troupe. Devo dire che solo quando poi girammo I vitelloni capii quanto era davvero profonda l’amicizia fra Alberto e Federico. E tutto, come a volte succede, nacque da uno scontro. Alberto aveva tante qualità e tanti difetti. Soprattutto aveva un vizio, quello di dare dello “stronzo” a tutti: alle comparse, agli altri attori, a tutti. Era un suo modo di scherzare, di relazionarsi con gli altri, ma non a tutti faceva piacere. Un giorno l’ha fatto con me. Io, che a mia volta posso essere “stronzo”, ho reagito male e l’ho aggredito. Stavamo girando alla stazione di Viterbo, quando mi ha rivolto questo epiteto e io l’ho presa male. Sapevo che lui scherzava… ma fino a un certo punto! Ho perso le staffe, gli son saltato addosso e l’ho sbattuto contro i cancelli della stazione ricoprendolo di improperi. Sapevo di non dover esagerare, capivo perfettamente i rapporti di forze: io ero un avventizio, stavo ancora imparando a fare il cinema mentre lui era uno degli attori protagonisti; sul set lui era indispensabile, io ero solo un passante. Insomma, ero pronto a prendere le mie cose e ad andarmene dopo averlo insultato. Ma lì è successa una cosa strana, che ha poi condizionato tutto il rapporto futuro fra noi tre: Alberto non ha reagito, ma ha reagito Federico. Devi sapere che durante quei film era nata un’amicizia molto forte tra me e Federico, e lui non voleva privarsi della mia compagnia. Era così, aveva bisogno di amici fedeli, di una costante spinta anche e soprattutto sul lavoro: riusciva a realizzare i suoi film, i suoi sogni, solo se si sentiva circondato da persone di fiducia. Insomma, quando ha capito che io e Alberto stavamo litigando è sbiancato, si è sentito perduto: non poteva certo cacciare Sordi, ma non poteva nemmeno cacciare me perché in qualche misura il film nasceva su di me, sul mio nome… così ha cercato di metter pace fra di noi usando la stessa parola incriminata: «Non fate gli stronzi, litigate mentre giriamo?». Io invece insistevo: se non se ne va lui – e lui non poteva certo andarsene – me ne vado io…

Come è finita?
Sordi ha ceduto per far piacere a Fellini. Non poteva esser lui a provocare la rottura fra di noi. Ha capito la “simbiosi” che esisteva tra me e Federico e ha capito che non poteva rom-perla. Così si è inventato lì per lì una battuta delle sue: mentre Federico ci obbligava a far pace, ha fatto una delle sue tipiche risate e ha detto in romanesco: «Davvero me volete menà?». Al che, io ho risposto con un’altra battuta: «Se era necessario, sì». Lì è nata una risata colletti-va che ha permesso a Federico di rasserenarsi e di continuare il lavoro senza perdere i suoi punti di riferimento. Questo botta e risposta è continuato fra di noi per tutto il resto del film: quando Alberto voleva distrarsi un attimo mi chiedeva: «Ma davvero me volevi menà?», e poi si rispondeva da solo: «Se era necessario, sì». E così siamo diventati amici anche noi. Con me fece una cosa clamorosa. Stavamo girando agli stabilimenti Ponti-De Laurentiis della Vasca Navale, a Roma. Nelle pause si andava al bar a prendere un caffè in compagnia e Alberto diceva sempre: «A chi tocca oggi pagà?», e toccava sempre a qualcun altro, lui non offriva mai. A nessuno. Ma un giorno, in pausa pranzo, mi ha invitato a sedere accanto a lui al ristorante della Vasca Navale e per tre giorni mi ha offerto il pranzo! Era una cosa che lasciava di stucco tutti quanti. In realtà, ormai lo sanno tutti, Alberto non era avaro. L’ha dimostrato alla sua morte, quando abbiamo scoperto che faceva un sacco di beneficenza e che aveva lasciato cifre importanti per i bambini poveri.

Quando girò Lo sceicco bianco Sordi era in disgrazia, agli occhi dei produttori, dopo il disastro commerciale di Mamma mia, che impressione!. E anche quando girò I vitelloni era considerato “letale” al box-office. Fellini era l’unico a dargli credito. Com’era il rapporto di lavoro fra di loro, al di là dell’amicizia personale?
Sordi all’epoca non piaceva a nessuno. E se la vogliamo dirla tutta, secondo me non piaceva nemmeno a Federico! Non gli dava la possibilità di inventare, di sviluppare i personaggi come voleva lui, da regista. Sul set di entrambi i film, Alberto mi dava dei foglietti con le sue battute, scritte da lui, degli scarabocchi buttati giù con una calligrafia molto grande… me li dava perché li portassi a Federico; e Federico non li leggeva nemmeno. Diceva: «Sì, se le ha scritte lui va tutto bene». Bisogna dirlo: tutti i dialoghi di Alberto in Lo sceicco bianco e in I vitelloni sono scritti da lui stesso. Si scriveva tutto, da solo, perché anche se aveva poco più di trent’anni e non aveva ancora avuto successo, Alberto Sordi era già “Alberto Sordi”, e Fellini non poteva costruirgli un personaggio addosso, doveva stare a quello che diceva lui. Ma questo a Federico, allora, stava bene: tanto è vero che per entrambi i film si dovette imporre, in maniera forte, per averlo. Senza il suo apporto creativo i due film sarebbero stati diversi. Però questo è anche il motivo per cui non hanno più lavorato assieme. Dopo I vitelloni c’è stato un solo momento in cui avrebbero potuto fare un’altra cosa assieme: Alberto voleva interpretare il Matto in La strada. Andò da Fellini e gli disse: «Te serve un matto? Se nun so’ matto io!». Fellini gli fece un provino per accontentarlo, ma non ebbe mai la minima in-tenzione di dargli quel ruolo. In realtà fece un sacco di provini per la parte del Matto. Ne feci uno anch’io. Ho ancora le foto vestito da clown. Ma non andavo bene, soprattutto perché Giulietta voleva accanto a sé un attore professionista. Scelsero Richard Basehart, che allora era il marito di Valentina Cortese e che lo fece benissimo, anche se servì un acrobata vero per le scene del circo.

Quindi il rapporto professionale fra Fellini e Sordi si esaurisce con I vitelloni?
A livello strettamente professionale, sì. Poi continuarono a vedersi, perché l’amicizia era rimasta. Anzi, credo che a Federico rimordesse la coscienza perché non aveva più fatto lavorare Alberto. Perché, ripeto, erano amici e l’empatia fra di loro era immortale. Insieme si divertivano. Hanno fatto delle cose per gioco: come il provino per Il Casanova, un divertimento nel quale Fellini coinvolse anche Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman sapendo benissimo che non avrebbe fatto il film con nessuno di loro.
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