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Il Silenzio di Scorsese: un film poco riuscito

Ci sono alcune parole chiave che occorre avere in mente per discorrere dell’ultimo film di Martin Scorse, Silence: tempo, attori ed eterogenesi dei fini.

Il Silenzio di Scorsese: un film poco riuscito

GdS

10 Gennaio 2017 - 10.05


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di Ivo Mej

Il tempo.
Due ore e 41. Una maratona-Mentana del cinema che non ha la presa che ve la fa sembrare solo un’oretta. Le quasi tre ore sebrano giorni, mesi, anni. Anche perché la storia raccontata da Scorsese se può essere interessante sul piano storico ha veramente, veramente poco di cinematografico. Soprattutto, si ha la sgradevole sensazione di una ripetizione all’infinito della medesima situazione con un’azione relegata in pochissime scene. Pensavate ad un paragone con Mission? Beh, diciamo che Silence sta a Mission come un documentario sulle cavolaie può stare ad una finale di formula uno.
Mission, naturalmente, è in campo perché l’argomento dei due film è similare e cioè le missioni dei Gesuiti in giro per il mondo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.

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Silence, cinquantottesimo film di Scorsese, tratto da un omonimo libro del 1969 di Shusaku Endò, racconta le sfortunate, catastrofiche esperienze di alcuni padri missionari partiti per il Giappone con l’intento di evangelizzarlo. La storia racconta che non ci riusciranno, perché quel paese saprà difendere meglio di ogni altro nel mondola propria cultura e le proprie convinzioni filosofiche grazie a governi incredibilmente illuminati per quei tempi. Certo, molto più illuminati di quelli coevi europei.

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Gli attori.
Andrew Garfield (padre Rodrigues) è a suo agio nei panni di un gesuita come lo sarebbe un maori ad un gala della Regina Elisabetta.
Adam Driver (padre Garupe ma in circolazione anche come Paterson) sfoggia più orecchie che bravura.
Liam Neeson (padre Ferreira) sembra ancora Ra’s al Ghul, di Batman begins, ma un po’ più rincoglionito.
Gli attori giapponesi: tutti eccellenti.

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L’eterogenesi dei fini.
L’espressione, come ci racconta Wikipedia, venne coniata dal filosofo e psicologo empirico tedesco Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». Insomma, si pensa di ottenere un risultato e invece ne esce fuori completamente l’opposto. E’ ciò che viene fuori dal film, almeno stando alle dichiarazioni di Scorsese: “i miei principi e le mie idee sono ancora basati sulla spiritualità del cattolicesimo in cui ero immerso da bambino. Una spiritualità che ha a che fare con la fede”. Orbene, se c’è una cosa che spicca in Silence è il trionfo della ragionevolezza sulla religione; la sconfitta totale della fede. L’inutilità del credere che, anzi, fa anche grave danno. I Gesuiti sono descritti dai Giapponesi (giustamente) arroganti personaggi che arrivano in un altro paese di cui ignorano ogni cosa con la pretesa di imporvi la loro religione spacciandola per verità assoluta.

Esemplare una frase detta dal saggio Inquisitore Inoue che suona più o meno così: “perché cercare di convoncere a tutti i costi qualcuno delle tue credenze quando ci sono tanti punti di contatto sui quali dialogare, come, per esempio, la misericordia, presente anche nel Buddismo?”
Molto più buonsenso e tolleranza di quanto i fervorosi uomini neri della fede del 1600 potessero portarne con loro.

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Leggendolo così, si può dire che Silence sia un film poco risuscito in tutto, perfino nel messaggio che avrebbe voluto trasmettere ma se volete evitare di dare la colpa al povero anziano Martin, leggete bene i titoli di coda. Scoprirete che tra i produttori c’è una nostra vecchia conoscenza…Vittorio Cecchi Gori.

Silenzio, please.

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Silence esce in Italia il 12 gennaio.

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