Teatro Comico: uno spettacolo che scaraventa oltre la soglia

Lo spettacolo di Goldoni, diretto da Roberto Latini, in cui il regista interpreta Orazio e il Capocomico, ma è anche Arlecchino, o “l’arlecchinità”

Il Teatro Comico di Roberto Latino

Il Teatro Comico di Roberto Latino

GdS 22 marzo 2018

di Chiara D'Ambros 


Teatro Comico di Roberto Latini ti porta sulla soglia e scaraventa oltre. Non puoi propriamente decidere tu spettatore dove vuoi stare, da dove guardare, devi lasciare lo spazio alla possibilità. La sua regia si insinua nel testo di Goldoni in cui una compagnia teatrale sta facendo le prove per uno spettacolo e ne scompone la forma. Lo fa sin da subito attraverso uno sparo che irrompe da dietro il sipario e colpisce al cuore lo stesso Latini, che come sempre accade nei suoi spettacoli, è anche in scena e qui interpreta Orazio e il Capocomico, ma è anche Arlecchino, o “l’arlecchinità” ma forse anche come suggerisce lui stesso, il personaggio mosca che nello spettacolo è un tormentone, un filo rosso ritmico che rimbalza tra i personaggi e nel farlo svela il suo ruolo storico, abusato alla tradizione,


“Infatti” – ci dice Latini – “partiamo da lì, da quando all’inizio viene presa e poi andiamo in soggettiva proprio su di lei, sulla mosca. Se fosse possibile è la mosca che parla.”


Senza esplicitarlo, ma in una dimensione di senso più ampia, come sveste la scena della tradizionale scenografia, mostra le quinte e la macchina teatro, come invita gli attori a stare nel ruolo ma anche a dissacrarlo, così il regista lascia libera la mosca che ci racconta.


“Chi è quello che spara? – prosegue Latini - È la mosca stessa, certe volte mi sembra possibile che possa essere la mosca. Quello tutto vestito di nero. Forse è la mosca il capo comico. Vista così è un po’ diversa.


In questo spettacolo vengono ripercorse alcune tappe fondamentali del teatro goldoniano in quel preciso luogo, il Piccolo Teatro Grassi di Milano tempio dell’Arlecchino di Strehler, interpretato da Soleri. La statua di Arlecchino fissa a lato del palco, in proscenio, lo ricorda per tutto lo spettacolo, immobile colonna di un tempo passato, di una eccellenza italiana come la commedia dell’arte che a partire da Goldoni conosce il tramonto. Latini sembra esplorare quella fase in cui le ombre iniziano ad allungarsi sull’arte dell’attore, oggi compromessa, dice lo stesso Latini: “a partire dall’età del neorealismo”, dalla superficiale idea che “basta avere una bella faccia per fare l’attore”. Non basta. Questo Teatro Comico ti immerge in un’esperienza in cui non basta nemmeno essere spettatori protetti dal buio della sala. Chi guarda è chiamato, ad una presenza vigile da un lato, dall’altro a lasciare andare la dimensione del giudizio, di una comprensione lineare del testo e della storia, ad aprirsi in una dimensione di ascolto più ampia e lasciarsi condurre nella multiformità dell’immaginazione Luci, ombre, suoni, apparizioni, corpi incarnano parti e ruoli traslandoli oltre la dimensione della finzione, verso quella soglia della realtà possibile nell’esperienza teatrale del passato che incontra il presente, e nel presente ri-vive. Lo fa, non nel senso che viene “riportata in vita”, ma piuttosto perché le viene data un’altra opportunità di vita, nel qui ed ora, ogni giorno differente, perché questo è il teatro nella sua essenza profonda, nel momento presente dell’ incontro tra attori e spett-attori. Lo stesso Latini .infatti, ci dice: “Io lo spettacolo lo cambio perché cambio anch’io, lo spettacolo cambia. Ad esempio a partire da una replica, dopo la prima settimana, ho chiesto che il sipario rimanga aperto il più possibile, anche quando gli spettatori rientrano dalla pausa. Quindi si vedono questi attori che si aggirano sul palco, sono ancora fuori spettacolo, ma è assolutamente pertinente rispetto alla compagnia teatrale che sta per fare le prove. Sono delle sfumature che, però tolgono anche un po’ la confezione, che secondo me va un po’ attaccata e manomessa dato che è sempre un po’ consolatoria per chi è seduto in platea. Invece essere aggiunto a questa dimensione vuol dire anche essere un po’ convocato nella responsabilità, non puoi sederti nel giudizio, devi sederti nella disponibilità dell’incontro altrimenti quel gioco serio non può crearsi. Non possiamo stare nel patto. Se mi trovo davanti chi viene con la paletta o verde o rossa nel dare i voti, non ho capacità mai. Non farei regia, farei strategia.”


La chiamata alla partecipazione attiva dello spettatore a quello che sta avvenendo è in un qualche modo ancora più significativa se non si conoscono le ricche e numerose di citazioni del teatro Goldoniano, e non solo, e della sua messa in scena da parte di due registi come Giorgio Strehler, Arlecchino, servitore di due padroni e Leo De Bernardinis, con il Ritorno di Scaramouche - la cui “lezione attoriale vive nelle persone degli attori Elena Bucci, Marco Manchisi e Marco Sgrosso”, come si legge nel programma di sala.


Un basso continuo di inquietudine attraversa lo spettacolo, ma in certi momenti si dissolve tra i giochi dei personaggi, nelle loro relazioni, nello stare con la lezione di teatro, in una dimensione logica più immediata e condivisa ma anche continuamente contraddetta da quello che accade che svela quanto le relazioni e le necessità, la vita trasformino la logica stessa e quindi la realtà, e la superano dando forma ad apparizioni che fanno volare l’immaginazione di chi assiste. Si vede nel banale gioco della frase che passa di personaggio in personaggio come nel gioco del telefono senza fili dei bambini. L’equivoco è un gioco necessario alla commedia, al Teatro Comico ma decentrato dal suo ruolo narrativo classico delle commedie, diventa uno dei momenti di disvelamento della macchina teatrale stessa, un frammento di parole e risa attorno che preparano i silenzi, affacci, forse, in quella che Latini stesso definisce “dimensione metafisica”, tra la ricerca dell’equilibrio nel mare in tempesta e il fluttuare nell’aria.


È un viaggio di consapevolezza, in profondità poco risolutive e risolte e per questo di grande interesse come sempre accade negli spettacoli di Latini. Quando si entra “lì dentro”, si va oltre il velo, oltre la crosta, rompendola, magati attraverso uno sparo, quando ci si addentra in quei bui e in quelle luci, il sistema simbolico di riferimento viene messo in discussione, scosso ribaltato qui anche grazie alle musiche e ai suoni di Gianluca Misiti, alle scene di Marco Rossi, e alle luci ed ombre di Max Mugnai. Il linguaggio delle ombre, il controluce che crea una sospensione molto intima che ti fa entrare in quella dimensione metafisica, dell’ascolto oltre la ragione. A questo proposito Latini spiega: “Questo è l’altro mondo rispetto a quello che succede nei testi. Nei testi la qualità delle parole è data dai silenzi che riescono a produrre. Il silenzio che viene prodotto dalla qualità del testo, è la qualità del silenzio. Quando leggo un testo, penso alla qualità di silenzio che riesce produrre quel testo. La stessa cosa avviene con le ombre, come fosse la qualità del silenzio che viene dalla luce, dalle immagini.”


In questo Teatro Comico, e tutt’altro che comodo, il teatro riflette se stesso e nello specchiarsi esplora e si interroga sulla sua identità, forse sul senso sia come significante (più che significato) che come direzione, tra ombre e luci che “sono solo amore”, parole, respiri e bellezza necessaria.


Teatro Comico è in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano ancora fino al 25 marzo.