Petrolio di Pasolini censurato in mille modi

Estratto dagli atti del convegno “Petrolio 25 anni dopo” tenutosi all’Università di Pisa il 9 e il 10 Novembre 2017

Pasolini

Pasolini

GdS 27 marzo 2018

di Carla Benedetti 


Vorrei innanzitutto spiegare perché abbiamo pensato di dedicare un convegno internazionale a un’unica opera di Pasolini. La ragione non è solo che Petrolio è uno dei testi più importanti e complessi della letteratura e della cultura italiana del 900, e che le grandi opere hanno sempre bisogno di tempo per chiarirsi. Di qui l’utilità di tornare a Petrolio 25 anni dopo la sua prima pubblicazione, per stimolare ulteriori studi e da diverse angolazioni: letterarie, filosofiche, storiche. 


Oltre a queste ragioni, universalmente valide, nel nostro caso ce n’è anche un’altra, che è peculiare di Petrolio: il bisogno di restituire a quest’opera ciò che le è stato sottratto negli anni.


Le traversie e le avversità che Petrolio ha conosciuto da quando è stato iniziato fino a oggi hanno dell’incredibile. Che io sappia, non esiste un‘altra opera del 900 che sia passata attraverso peripezie analoghe - ma diciamo pure attraverso sfortune e violenze analoghe.  Proviamo a ripercorrerle tutte:


1) primo, l’opera è stata interrotta dall’omicidio del suo autore. Se Petrolio è incompleto, non è perché l’autore lo ha abbandonato, e nemmeno semplicemente perché è morto, come è successo a tante opere che consociamo: dal Requiem di Mozart all’Uomo senza qualità di Musil.  Ma perché all’autore è stato impedito di portarla a termine. Cosa di cui non conosciamo l’analogo negli ultimi secoli, per lo meno non in Europa. 


2) seconda avversità: il ritardo nella pubblicazione. Anche se è stato impedito all’autore di portarla a termine, Petrolio rimaneva comunque un’opera di più di 500 pagine, che aveva un senso, e che noi oggi infatti leggiamo e studiamo. Ma anche a quella è stato tolto qualcosa. E’ rimasta inedita per ben 17 anni. Perché tanto ritardo? Per quanto complessa potesse essere l’edizione di Petrolio, 17 anni sono tanti. Gli abbozzi de L’uomo senza qualità (1930,1933) lasciati da Musil, incompiuti, e complicati quanto Petrolio, se non di più, furono pubblicati un anno dopo la morte dello scrittore.


Così Petrolio è stato sottratto ai lettori del tempo. Gli è stata tolta la possibilità di parlare e di agire nel tempo in cui è stato scritto e nel momento storico per il quale era stata concepito. Ci è giunto tardi, fuori del suo contesto storico. Opera postuma anche per i suoi lettori.


3) ma non è finita qui. Terza violenza subita dall’opera. Non solo forzatamente interrotta, non solo tenuta nascosta per tanti anni, ma infine pubblicata incompleta, priva di alcune sue parti decisive. Mi riferisco essenzialmente a due lacune:


- la prima è “Lampi sull’Eni”, il famoso capitolo di cui resta nel libro solo un titolo e una pagina bianca e di cui, per il momento, si è persa traccia. 


- l’altra lacuna, anch’essa assai strana, sono i tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini teneva tra le carte di Petrolio. Questi, a differenza di “Lampi sull’Eni”, non si sono mai persi: sono tuttora conservati nell’Archivio Pasolini del Gabinetto Vieusseux di Firenze. Pasolini intendeva inserirli così come erano, senza modificarli, al centro del romanzo. Dovevano servire a dividere la prima dalla seconda parte, come scrive in una nota. Li considerava infatti rivelatori di ciò che stava succedendo in Italia, e cioè il passaggio da un potere di stampo clerico-fascista a un nuovo potere, multinazionale, tollerante e criminale-mafioso: una sorta di “mutazione antropologica” della classe dirigente, oltre che del popolo.


Dato l’impianto compositivo di Petrolio e la sua impronta sperimentale, non è strano che Pasolini intendesse inserire nel corpo del testo alcuni materiali extra-letterari, presi direttamente dalla cronaca del tempo. Già nella prima pagina di Petrolioavverte il lettore che vi troverà molti “documenti storici” che hanno attinenza coi fatti del libro: specialmente per quel che riguarda la politica, e, ancor più, la storia dell’ENI”. 


Pasolini fonde nella sua scrittura alcuni di questi “documenti”, quasi riprendendoli alla lettera: così succede per un’intervista a Fanfani, per i famosi “mattinali” del SID, resi pubblici da un’inchiesta dell’“Espresso”, e per il libro Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente scritto da qualche nemico di Cefis con lo pseudonimo di Giorgio Steimetz. Altri invece intende inserirli tali e quali, senza rifonderli, ed è questo appunto il caso dei discorsi di Cefis, che infatti tiene pronti nella cartella (in fotocopia, uno in ciclostilato), senza ricopiarli. 


Eppure, nonostante l’importanza che quei discorsi rivestivano nell’economia del romanzo e nonostante l’indicazione precisa dell’autore, essi sono rimasti fuori da tutte le edizioni di Petrolio. Perché?


4) quarta peripezia subita dall’opera. L’uscita ritardata e mutila di Petrolio fu accompagnata in Italia da aspre polemiche. Anche queste, a riguardarle oggi, hanno dell’incredibile. Si arrivò persino a sostenere che sarebbe stato meglio non pubblicare Petrolio, lasciarlo nei cassetti come giustamente avevano fatto gli eredi per 17 anni, e come avrebbero dovuto continuare a fare. Si arrivò persino a evocare il rogo di quelle carte. Anche questo è un altro triste record di Petrolio.


Voglio ricordare qualche pagina di giornale uscita in quei giorni: due su “Repubblica”, una sul “Giornale”, una su “Avvenire” (quindi giornali di tutte le tendenze: di sinistra, di destra, cattolico). Cominciamo da “Repubblica”, dove il 28 ottobre compare un articolo firmato da Nello Ajello, forse il più feroce di tutti:


“…si tratta di un immenso repertorio di sconcezze d'autore, di un'enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall'autore di Salò e le centoventi giornate di Sodoma ci si può aspettare. [...]


E’giusto pubblicare Petrolio? Non sarebbe stato preferibile astenersene?”


 Si noti che Petrolio esce il 30 ottobre. Quindi questo articolo, datato 28 ottobre, è stato scritto prima che il recensore avesse avuto la possibilità di leggerlo, basandosi soltanto sull’anticipazione che ne aveva fatto ”l’Espresso” due giorni prima, il 26 ottobre 1992, pubblicando in anteprima uno stralcio dell'Appunto 55 “Il pratone della Casilina”. Nel numero successivo, del 1 Novembre, lo stesso settimanale torna a pubblicare altri stralci di Petrolio. Questo il titolo e l’occhiello dell’articolo:


“Petrolio” le pagine choc. Così facevo l’amore


L’Espresso anticipa alcuni brani di “Petrolio” presi direttamente dal manoscritto di Pier Paolo Pasolini


Quei ragazzi sul pratone della Casilina. L’incesto. Dal romanzo incompiuto di Pasolini tre avventure di Carlo-Pier Paolo”


Ritorna quindi “Il pratone Casilina”, con in più anche la scena dell’incesto. Ancora quindi pagine erotiche, o “pagine choc, come le definisce il settimanale. E si noti anche la chiave autobiografica che il titolo imprime a quei passi: “Così facevol’amore” e ”tre avventure di Carlo-Pier Paolo”.


Il “Giornale” del 29 Ottobre esce con un titolo e con un occhiello che si commentano da soli:


“P.P.P.: per lettori morbosi raffinati offresi.


Dopo “Sex” di Madonna, ecco “Petrolio” di Pasolini, con le dovute differenze ma sempre a luci rosse”


Sul quotidiano “l’Avvenire”, esce il 29 Ottobre un articolo di Giuseppe Bonura, meno sguaiato, ma con significato simile. Ci si preoccupa addirittura per il danno che questa opera postuma può procurare all’immagine di Pasolini:


“il libro rende un pessimo servizio all’immagine di Pasolini. Il lettore comune finirà per credere che la sua intelligenza era ottenebrata dall’eros […] Nell’ultimissimo periodo della sua vita, Pasolini era sprofondato nella sua “disperata vitalità”, in cuil’eros e la morte si corteggiavano a vicenda, con il risultato che sappiamo.  Questo libro è la radiografia del caos artistico e esistenziale dell’ultimo Pasolini, e noi temiamo fortemente che il lettore comune sarà indotto a dimenticare l’altro Pasolini, il grande poeta civile”.


Da notare le frasi: “l’intelligenza…ottenebrata dall’eros”; e, soprattutto, una notazione terribile, spesso evocata per Pasolini sia prima che dopo l’uscita di Petrolio: “l’eros e la morte si corteggiavano a vicenda, con il risulto che sappiamo”. In altre parole, Pasolini è andato a cercarsi quella morte: allusione all’omicidio di natura sessuale, che oggi sappiamo essere una sceneggiata, costruita per nascondere un altro tipo di delitto, ma allora tutti ci credevano – era, del resto, e lo è tuttora, la versione ufficiale del delitto. Ma quello che mi preme notare è il corto circuito, davvero sconcertante, che questo articolo instaura tra Petrolio e quella versione dell’omicidio. Si legge Petrolio come una conferma di quella versione della morte, e nello stesso tempo quella morte diventa la chiave interpretativa di Petrolio.


Lo stesso cortocircuito ritorna in molti altri articoli successivi, ad esempio in uno firmato da Ruggero Guarini su “Il Messaggero” del 7 Novembre 1992;


“Ora Petrolio scatena l’eccitazione dei critici. Ma in quelle pagine non c’è un capolavoro: solo funesta ossessione e brama di martirio “


 In altre parole, Petrolio sarebbe l’espressione dello stesso desiderio di martirio che avrebbe spinto Pasolini a andare incontro al suo carnefice.


Sarebbe interessante ripercorrere l’intera rassegna stampa, che è agghiacciante, e in cui si legge anche l’Italia, i suoi media, e i suoi intellettuali.  Ovviamente nei giornali di quei giorni vi furono anche articoli positivi, da parte di giornalisti e di studiosi: di Nicola Fano, di Gianfranco Ferretti e di Giulio Ferroni su ”l’Unità”; una lucida analisi di Antonio Socci sul settimanale “Il Sabato”, un articolo di Luigi Baldacci sul “Corriere” e di Federico De Melis sul “Il Manifesto”. Lo stesso Asor Rosa, che aveva criticato Pasolini ai tempi di Scrittori e popolo, si convertì alla sua stima proprio grazie a Petrolio.


Ma le recensioni negative, e soprattutto i titoli e gli occhielli che le accompagnavano (spia del senso comune o di ciò che si vorrebbe far diventare senso comune), furono feroci. Tutta questa aspra polemica risulta quasi incomprensibile ai nostri occhi di oggi. Soprattutto quando si incontrano nomi di studiosi seri, quali ad esempio Giancarlo Roscioni che arriva persino a evocare il rogo per le carte inedite di Petrolio. Il suo articoloanch’esso uscito in quei giorni su “Repubblica”, aveva questo titolo e questo occhiello:


 “Quando gli scrittori meritano il rogo”


“E’ giusto pubblicare i testi inediti postumi anche contro la volontà dell’autore?”


E Maria Corti, intervistata, disse che Petrolio andava pubblicato in appendice a una futura opera omnia di Pasolini, cioè per i soli studiosi, non in un volume a sé per il grande pubblico: posizione meno drastica delle altre, ma che comunque esprime perplessità sulla pubblicazione dell’opera.


5) c’è infine da ricordare un’ultima e più sottile violenza subita da Petrolio, questa volta da parte dei suoi interpreti, che, soprattutto nei primi tempi, ma anche più tardi, hanno voluto leggerlo come un testo autobiografico, o come una confessione, in cui l’autore parla di sé e della propria esperienza sessuale. Già lo abbiamo notato nella rassegna stampa. Ma una cosa sono i titoli dei giornali (che esagerano spesso in nome del sensazionale), altra cosa sono gli studiosi, i critici e gli scrittori.


Qualche altro esempio: Edoardo Sanguineti su “Micromega” del 1995, in un numero tutto dedicato a Pasolini:


“…  il sogno di quel mondo prestorico che non conosceva la peccaminosità del capitalismo borgese era andato in frantumi. Non gli restava dunque che buttarsi nell’orrore della morte e a quel punto il suo fondo sadomaso esplose attraverso una patologia molto manifesta. L’ultimo film è un documento inequivocabile di quella disperazione che sa di essere patologica […]  qualcosa di molto simile a quel che nella scrittura è Petrolio, i cui risultati catastrofici si possono considerare l’equivalente di Salò […] La scena del prato, per fare un solo esempio, è semplicemente sottopornografia”.


 Si noti la definizione che Sanguineti dà di Petrolio: non romanzo, non un’opera letteraria, ma un documento (documento “di una disperazione” e di una “patologia”). 


Questo è un saggio del 1995, cioè tre anni dopo l’uscita postuma di Petrolio. Ma ancora pochi anni fa, nel 2012, uno dei più stimati critici letterari italiani, Pietro Citati, sposando la tesi di Emanuele Trevi che sostiene che Petrolio sia la “cronaca di un’iniziazione alla violenza”, sul “Corriere della sera” scrive:


“Ai tempi di Petrolio, Pasolini aveva quasi completamente perduto la squisita gioia erotica, che aveva dato tenerezza e morbidezza alle sue opere giovanili [...] Ora voleva andare molto oltre il suo eros giovanile: voleva essere posseduto, dominato, violentato. Voleva [...] conoscere la vita nel momento della lacerazione e della morte. Solo così poteva contemplare il sacro”.


Povero Pasolini, viene da dire. Lui che intendeva fare di Petrolio un’“opera monumentale, un Satyricon moderno”, si ritrova invece ad aver fatto nient’altro che un documento della propria patologia sessuale, nient’altro che una cronaca della sua iniziazione alla violenza sessuale. 


Non credo che esista un caso analogo - per lo meno io non ne conosco - di un’opera altrettanto importante e altrettanto martoriata negli anni: prima nella stesura, forzatamente interrotta, poi nella pubblicazione ritardata e per di più mutila, infine nella sua ricezione da parte di giornalisti, critici e scrittori.


 


(dagli atti del convegno “Petrolio 25 anni dopo” tenutosi all’Università di Pisa il 9 e il 10 Novembre 2017)

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