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Quel Lupin nero che dà fastidio a censori e puristi della razza bianca anche nelle opere di fantasia

Omar Sy, e quindi anche il suo Lupin, è nero. E - citando il pezzo del Corriere della Sera - questo ‘stravolge la storia, in nome del politicamente corretto’.

Quel Lupin nero che dà fastidio a censori e puristi della razza bianca anche nelle opere di fantasia

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21 Gennaio 2021 - 17.08


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di Giuseppe Cassarà 

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Compare oggi sul Corriere una recensione di Lupin, la serie targata Netflix ispirata al personaggio creato da Maurice Leblanc con protagonista Omar Sy, attore noto per il film campione di incassi Quasi Amici.

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Nella ‘recensione’, il giornalista si sofferma non sull’opera, la regia, la recitazione, la trama, la sceneggiatura. Se di recensione volessimo parlare, dovremmo concentrarci su un giudizio spicciolo, buttato lì giusto perché si doveva: “una serie spegni-cervello”.

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È un giudizio legittimo. Se non fosse che fluttua in una lunga filippica contro una ‘deriva’ che sembra preoccupare tantissimo i censori di tutto il mondo: Omar Sy, e quindi anche il suo Lupin, è nero. E – citando il pezzo – questo ‘stravolge la storia, in nome del politicamente corretto’.

La diatriba è ben nota: a molti dà fastidio che personaggi tradizionalmente bianchi e maschi vengano rappresentati come nere, e donne. 007 è un altro caso, dato che è in produzione il primo film in cui l’agente con licenza di uccidere sarà interpretato da un’attrice nera. La Sirenetta è un altro esempio: la nuova versione della Disney avrà per protagonista una sirena mulatta, e non bianca e nordica come nella favola originale di Andersen.

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È sempre molto deprimente notare come questa passione incontrollabile per la verosimiglianza storica si riaccenda quando si toccano i personaggi bianchi: d’altronde, nel caso di Lupin sarebbe fin troppo facile far notare che il più noto Lupin della storia, il ladro gentiluomo con cui generazioni di bambini sono cresciuti, non è certo quello di Maurice Leblanc ma quello di Monkey Punch, mangaka giapponese, che creò Lupin III, cartone animato giapponese, innamorato di Fujiko, inseguito dall’ispettore Zenigata. Ma almeno era bianco, quindi va tutto bene.

Non esiste storicità nelle opere di fantasia. E per opere di fantasia dobbiamo necessariamente intendere tutto, dalla fiaba per bambini alla mitologia. E non è un riferimento campato per aria: nella stessa recensione, il giornalista si lamenta del fatto che in ‘Thor: Ragnarock’, terzo capitolo della saga del supereroe Marvel (anche qui: trasformare un Dio norreno in un supereroe va bene, basta che rimanga bianco) una delle Valchirie sia una donna nera. Nello stesso film, la corte di Odino è composta da alieni, mutaforma e giganti di ghiaccio ma guai a inserire una donna nera, per carità: che fine ha fatto la veridicità storica?

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Sarebbe legittimo protestare nel caso in cui, ad esempio, si pretendesse di fare un film biografico su un personaggio storico realmente esistito e lo si facesse di un’etnia diversa. Ma nessuno, nemmeno il più delirante ideologo del politicamente corretto penserebbe mai, ad esempio, di mostrare Van Gogh giapponese o Marco Polo jamaicano. Ma finché ci muoviamo nel regno della fantasia, della libertà di espressione artistica, della ‘fiction’, possiamo, per un momento, sorvolare sul colore della pelle di personaggi inventati?

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