Gabriele Lavia mette in scena le favole di Oscar Wilde a Tindari e Taormina

Il regista e attore Gabriele Lavia per le rappresentazioni di Tindari e Taormina ha scelto due favole di Oscar Wilde:"Il principe felice" e "Il Ragguardevole razzo" e lo ha fatto un po' per caso, consutando la sua libreria

Gabriele Lavia, ph Filippo Manzini

Gabriele Lavia, ph Filippo Manzini

Redazione 10 agosto 2021

di Alessia de Antoniis

 

Per la prima volta Gabriele Lavia incontra Oscar Wilde. Con “Le Favole di Oscar Wilde”, il grande maestro del teatro italiano sarà oggi, 10 agosto, al Teatro Greco di Tindari e il 16 agosto al Teatro Antico di Taormina.

Scritte per i figli Cyril e Vyvyan, allora bambini, le Favole sono storie malinconiche, popolate da personaggi memorabili: principi ingenui, regine in incognito, giganti insicuri, usignoli generosi, fattucchiere piacenti, razzi vanitosi e nani da circo.

 

Maestro Lavia, è la prima volta che affronta Oscar Wilde. Perché?

Nella mia vita tutto avviene per caso. Mi trovavo nel corridoio di casa mia, arredato con una lunghissima libreria, e ho notato un libro che sporgeva. Cercando di rimetterlo a posto, mi sono accorto che dietro c’era un altro libro. Erano le Favole di Oscar Wilde. Un libro per bambini, che immagino di aver letto ai miei figli da piccoli. Mi hanno chiesto qualcosa da portare in scena e ho pensato alle Favole. Ora me le chiedono in continuazione.

Grazie a Lei, Wilde torna in Sicilia, l'ultima terra che ha visitato prima di morire.

Costretto a lasciare il Quisisana di Capri, dove era stato riconosciuto e dove “mi hanno negato anche il pane” - disse ad Axel Munthe – arriverà a Taormina, dove nessuno lo conosceva. E dove, comunque, non sarà perseguitato per quell'amore che non osa dire il suo nome, per il quale aveva invece scontato una pena detentiva nel carcere di Reading.

Quelle di Wilde sono favole dove non c’è mai il lieto fine...

No, Oscar Wilde non ha mai il lieto fine. Wilde, come Pirandello, ha il sentimento del contrario. Non c’è nessuno che visse felice e contento. Vissero tutti infelici e scontenti. Questa è la caratteristica di queste favole così complesse, amare, ma anche comiche se vogliamo.

Marito, padre, processato per omosessualità.

La storia del suo matrimonio non la conosco bene. Mi riesce difficile pensare che un uomo come lui, un omosessuale dichiarato, a tal punto che ha pagato di persona questo suo modo di essere, si sia potuto sposare e fare anche dei figli. Non so perché si sia sposato. Forse perché la società lo potesse vedere in una luce di normalità. Non riesco a capirlo. Non credo che, a un certo momento della sua vita, Oscar Wilde sia diventato omosessuale.

Credo che la moglie Constace abbia sofferto molto. Quando andò in prigione, lei dovette andar via con i suoi figli. Chissà come è nata questa storia d’amore... E fu amore? Certo  non nascondeva la sua omosessualità. Anzi, la esibiva.

Sicuramente è stato un uomo che ha sofferto. È morto solo e povero, malato. È stato anche un uomo sprovveduto perché non ha mai nascosto il suo stile di vita esponendosi ai rischi della società contemporanea.

Se avessi potuto dargli un consiglio, gli avrei detto di essere solo un po’ più prudente. Ma se fosse stato prudente, non sarebbe stato Oscar Wilde.

Dopo 120 anni dalla sua morte, troverebbe un mondo realmente cambiato?

Sì, lo troverebbe molto cambiato. Proprio perché è molto più aperto verso quelle che si chiamano le tendenze sessuali, che allora venivano nascoste. Soprattutto in Inghilterra. Che poi è una delle patrie storiche dell’omosessualità. Shakespeare ne parla tantissimo e prima di lui Marlowe. Basta leggere l’Eduardo II di Marlowe, che è innamorato di Gaveston ma è sposato. - “Se questo non vi soddisfa ancora, spezzate questa monarchia in vari regni, e dividetela fra di voi in parti uguali, ma che io abbia almeno un cantuccio, o un angolino, dove mi possa godere il mio diletto Gaveston.” - Ci racconta molto delle pulsioni sessuali nella tradizione del Regno Unito.

Perché ha scelto queste due favole, Il principe felice e Il ragguardevole razzo?

Il principe felice non è la mia favola preferita, ma è la più famosa. In fondo, tutte le favole sono autobiografiche. Questo principe, questa statua, si spoglia di tutte le sue ricchezze per darle ai poveri ed è amato soltanto da una rondine. In qualche modo è una trasfigurazione di se stesso. Così come il razzo, ossia questo fuoco di artificio destinato a suscitare la meraviglia di tutti quelli che lo vedranno facendo fuochi e scintille, che ha però un carattere sensibile: la sua sensibilità lo porterà a piangere in continuazione, a bagnarsi tra le lacrime fino al punto di non poter più volare. E quando, finalmente, sarà di nuovo asciutto e messo sul fuoco da alcuni bambini, e partirà verso il cielo facendo fuochi magnifici, non sarà visto da nessuno. Quindi è un fuoco di artificio fallito, perché è fatto per essere visto da tutti, di notte, non di giorno, quando il sole impedisce di poter vedere le meraviglie di un fuoco che scoppia. Sono favole strane.

Quale avrebbe scelto?

La mia prediletta è Il figlio delle stelle. Il figlio delle stelle deve attraversare il calvario, perché lui è bellissimo in mezzo a un mondo di brutti. Tutte le favole devono mettere alla prova il bello. Perché il bello deve essere punito come se fosse un peccato o un delitto? Perché devi attraversare il calvario della bruttezza e del dolore? In fondo, i personaggi di Oscar Wilde lottano contro un mondo mediocre. È quello che è accaduto a lui: ha combattuto e perduto.

Gli viene attribuita una frase: “il cattolicesimo è l'unica religione nella quale morirei”. Eppure è quella morale che lo ha distrutto.

Non conosco la fede di Oscar Wilde. C’è stato un periodo in cui la religione aveva un grande potere. È stato un periodo molto buio per gli esseri umani. Considero la religione, tutto sommato, una pestilenza.

“Considero la religione una pestilenza” è un endecasillabo. Trovo che non sia male come finale.