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Hotel Girotondo, a Bologna in scena 50 attori provenienti da 20 Paesi

Conclusione del progetto Esodi del Teatro dell’Argine, sarà in scena dal 10 al 12 luglio 2015 all’Eremo di Ronzano.

Hotel Girotondo, a Bologna in scena 50 attori provenienti da 20 Paesi

GdS

30 Giugno 2015 - 11.54


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di Ambra Notari

Cosa ci fanno decine di ragazzi provenienti da tutto il mondo dentro un hotel che apparentemente trasuda lusso e benessere? E perché la maggior parte di loro sorride ostentatamente lasciando trapelare insoddisfazione e sofferenza? Sono queste le domande alla base di ‘Hotel Girotondo – Fughe dal vecchio continente’, esito finale del laboratorio teatrale organizzato dal Teatro dell’Argine nato nell’ambito del progetto Esodi. ‘Hotel Girotondo’ sarà in scena all’Eremo di Ronzano da venerdì 10 a domenica 12 luglio (un’anteprima è stata organizzata in occasione della Giornata mondiale del rifugiato), con la regia di Vincenzo Picone.

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Al progetto – iniziato a gennaio, della durata di 6 mesi, curato da Vincenzo Picone, Micaela Casalboni, Andrea Paolucci – hanno partecipato 50 persone provenienti da 20 diversi Paesi (Costa d’Avorio, Ciad, Bangladesh, Italia, Perù, Senegal, Guinea, Mali, Bulgaria, Tunisia, Gambia, Pakistan, Albania, Afghanistan, Camerun, Marocco, Iran, Romania, Nigeria, Cina): soprattutto giovani tra i 15 e i 25 anni, ma anche uomini e donne fra i 30 e i 60 anni, tra cui artisti del Teatro dell’Argine, studenti di Scienze della formazione e operatori sociali. C’è chi fa teatro da oltre vent’anni e chi è alla sua prima esperienza; chi è nato in Italia e chi è arrivato solo da poche settimane, in certi casi per studio o per lavoro, in casi altri casi come richiedente asilo politico. Inclusi nel progetto, un laboratorio teatrale condotto dalla compagnia in 3 lingue, uno stage intensivo con artisti tunisini, la partecipazione all’evento finale del progetto internazionale Tandem/Shaml e lo spettacolo all’Eremo. “Esodi è divenuto, nel corso del suo primo anno pilota, fonte inesauribile di incontri e suggestioni, all’insegna non solo della diversità culturale, ma anche dell’intergenerazionalità e dello scambio interdisciplinare – spiegano gli organizzatori –: per tutti questi motivi la speranza è che questa esperienza posso continuare anche negli anni a venire”. Esodi è totalmente autofinanziato, il cui unico sostegno è dato dagli spettatori che possono scegliere con quanto contribuire con il biglietto che preferiscono (3, 4, 5 stelle o superior delux: [url”[email protected]”][email protected][/url]).

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“L’hotel dello spettacolo, dove tutte queste persone si muovono, lavorano, entrano, giocano e dialogano potrebbe tranquillamente chiamarsi Europa – raccontano –: un hotel che vede continuamente arrivare al suo interno gente in cerca di un posto di lavoro, un letto in cui dormire, un volto da riconoscere; un hotel che al suo interno ha decine di attività ricreative per i turisti che arrivano da lontano e che, come molti, cercano probabilmente ristoro; un hotel dalle regole distopiche, dove ogni singola norma, appena annunciata, svela la sua insensatezza”.

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Il pubblico è preso per mano e accompagnato nelle stanze, nelle sale e nei cunicoli dell’hotel: la stanza relax, il ristorante dal menù pregiato, la sala da ballo e persino la sala reality, all’interno della quale si svolgono, seguendo parametri da format televisivo, i colloqui di lavoro per i futuri dipendenti. “Gli abitanti di questo insolito luogo – il personale preposto all’accoglienza dei nuovi arrivati, i lavoratori indefessi delle cucine, gli operai della manutenzione, qualche ‘estraneo’ che cerca di intrufolarsi e trovare una sistemazione – condividono un unico grande malessere, un’insoddisfazione senza fine verso questo Hotel – verso questa Europa – che, dietro pareti di specchi e argenteria scintillante, mostra le sue crepe, fatte di intolleranza, barriere, burocrazia, spettacolarizzazione della sofferenza. Crepe delle quali per di più nessuno è colpevole, dato che il fantomatico direttore di cui tutti parlano e che tutti annunciano, proprio come Godot, non arriverà mai”.

Alla fine dello spettacolo, quello che resta tanto agli abitanti quanto ai turisti, più che una plausibile risposta è un’utopia: “Un’immagine al rallentatore, l’ultimo fotogramma di una pellicola che sta bruciando e che mostra una corsa, forse una fuga, forse la marcia verso un altrove: fuggire, eso(n)dare, provare a fondare e rifondare un nuovo hotel, una nuova comunità, come una nuova Arca di Noè, in grado di dotarsi di altre regole, capace di inventarsi modalità di convivenza alternative, lontano dalla nuova e dalla vecchie barbarie, e da chi continua ostinatamente ad affermare che questo è il migliore dei mondi possibili”.

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