di Luisa Marini
Viviamo in un mondo in cui le informazioni abbondano, ma trovare notizie accurate non è sempre facile. Il festival Voices (https://voicesfestival.eu/), dal 2024 opera per avvicinare cittadini, giornalisti e professionisti dei media e per ricordare il ruolo fondamentale che giornalismo e pubblico informato svolgono nelle società.
Non è un festival come tanti altri, dunque, ma un movimento verso una società informata. L’iniziativa è itinerante, si sposta in diverse città europee: la quarta edizione di Voices si terrà a Salonicco dal 26 al 28 novembre 2026.
Nell’arco dei tre giorni fiorentini al Teatro del Maggio, il festival ha esplorato i temi del festival con dibattiti, workshop interattivi, mostre e opportunità di networking, raccogliendo oltre 70 voci interessanti dell’attuale panorama dell’informazione. Tra queste, spicca quella di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Francesca Albanese ha dialogato online con Catherine Cornet, giornalista specializzata in politica e cultura mediorientale, sulla difficoltà di raccontare il genocidio.
L’intervista ha chiuso idealmente la giornata, che ha ospitato il panel di discussione con giornalisti che hanno vissuto e raccontato il dramma di Gaza e della Palestina. Voci molto diverse che hanno riportato il fallimento, ma anche il potenziale del giornalismo oggi.
Di seguito trascriviamo, adattandole alle esigenze del nostro quotidiano, alcune parti dell’intervista a Francesca Albanese. L’intervista completa è comunque visibile su https://www.youtube.com/watch?v=bNMXavk1gVs&t=2358s dal minuto 28:10.
Tu come ti informi quotidianamente su Gaza?
Studio questa situazione da tanto tempo. Ci sono fonti che, soprattutto negli ultimi anni, hanno cercato di fare un’informazione quanto più corretta possibile. La questione palestinese è complessa perché è una questione storica la cui problematicità affonda le radici in un secolo di sviluppi politici e di promesse tradite, di diritti violati. Immagino che per una persona comune sia difficile orientarsi. Invito tutti , come faccio io, a consultare le fonti locali e regionali oltre a seguire anche alcune fonti internazionali di cui ho fiducia perché in genere non mentono e non sterilizzano il linguaggio che usano.
Che cos’è un’informazione corretta?
E’ quell’informazione che porta al centro i dati su ciò che realmente accade e i fatti storici veramente accaduti e che sono stati verificati, usando un lessico neutro e possibilmente offrendo un’analisi all’interno di un contesto storico, spiegandone le caratteristiche. Nel caso palestinese raccontando cosa sta accadendo a Gaza.
Questo capita molto di rado in Italia. Per te non è difficile parlare del genocidio, non è difficile dire la verità?
E’ difficilissimo dire la verità, portare i fatti contestualizzati con rigore giuridico. Quindi capisco perché anche tanti giornalisti fatichino a fare il proprio mestiere: purtroppo l’informazione è sempre più asservita a centri di potere economico e finanziario. Stando così le cose è difficile per la gente farsi un’idea di che cosa stia accadendo.
Veniamo ai temi dei tuoi lavori più recenti e importanti come il libro “Quando il mondo dorme” e il rapporto che svela come più di 60 paesi siano complici di un crimine collettivo avendo reso possibile il genocidio. In che modo la stampa ha contribuito ad addormentare il mondo rendendolo complice?
“Da quando mi occupo di questo mandato, dal maggio del 2022, ho con sempre maggiore chiarezza denunciato il fatto che ci sia spesso, soprattutto nella stampa occidentale, un’ampia diffusione di narrazioni distorte o parziali sulla Palestina che sono spesso influenzate da interessi politici o editoriali, che a volte coincidono. Molte testate internazionali si rifiutano di parlare di genocidio. Non esiste un’organizzazione che si occupi di diritti umani che non lo abbia denunciato. Lo fanno anche storici israeliani; una delle più importanti organizzazioni per i diritti umani, israeliana, B’Tselem, ha scritto un rapporto che ha un titolo che suona ancora più infamante dei miei titoli di rapporti: Il nostro genocidio, che in ebraico ha una potenza detonante.
Si continua anche a parlare dei combattimenti a Gaza come se si trattasse di una guerra. Israele non ha diritto di essere nel territorio palestinese occupato, non si capisce perché la stampa non parli del fatto che c’è un’occupazione illegale. Si tende a riportare la narrazione israeliana, ma Israele sta portando avanti una pulizia etnica e non lo nasconde: lo dicono i politici, lo dicono i coloni, e sono veramente pochi gli israeliani che si stanno opponendo a questo piano. C’è mancanza di attenzione al contesto storico e legale, c’è la semplificazione della realtà palestinese appiattendola sui numeri: si parla di 20.000, 30.000, 50.000, 70.000 morti senza che veramente risuonino dentro, senza contare i feriti e il fatto che Gaza sia stata rasa al suolo.
Una cosa che poi mi ha fatto impressione del giornalismo è lo sbeffeggiare le fonti palestinesi come se non fossero attendibili, la “vilificazione” di professionisti che hanno perso la vita mentre raccontavano quello che stava succedendo al proprio popolo. Questa diffidenza sulla narrazione palestinese è molto grave. Il diritto internazionale umanitario protegge i giornalisti durante una guerra e in questo caso Israele ha preso di mira i giornalisti in modo deliberato. Non abbiamo mai avuto un conflitto con così tanti morti nel mondo del giornalismo ed è un crimine di guerra. Israele ha fatto saltare completamente in aria questi principi del diritto umanitario internazionale applicati al giornalismo”.
Secondo te questo che tipo di implicazioni avrà? Siamo a un punto di non ritorno?
Sì, io credo che lo abbiamo già raggiunto e quello che è successo negli ultimi 18 mesi lo conferma. Già nel marzo 2024, quando presentai il primo rapporto che documentava i fatti con grande cautela, già a 5 mesi da quel tragico ottobre del 2023, guardando la condotta militare di Israele a Gaza osservavo che si trattava di un’esplosione totale di tutti i principi cardine dell’ordinamento giuridico internazionale in condizioni di conflitto: il principio di proporzionalità, il principio di necessità, il principio di distinzione tra i civili e i combattenti, tra tutto quello che è infrastruttura civile e quello che è sacrificabile per esigenze militari. .… Questa guerra sconsiderata contro i civili veniva fatta in barba a qualsiasi principio internazionale e nell’impurità più totale. Quella stessa modalità distruttrice è stata poi utilizzata nei confronti del Libano. Questo modo di operare così violento e senza alcun rispetto della vita dei civili è continuato.
L’anno scorso ci sono stati bombardamenti a tappeto mentre si affamava la popolazione, perché mentre all’inizio, dopo l’ottobre del 2023, Gaza aveva ancora delle risorse sulle quali fare affidamento, i magazzini pieni, giacenze commerciali, c’era ancora un po’ di agricoltura locale, tutto questo adesso è stato distrutto, ci sono quasi 1.900.000 persone che vivono sulla spiaggia in tende di fortuna, questa è quella che Forensic Architecture chiama la cartografia del genocidio. Chi ha ideato e ordinato quel genocidio è ancora in giro per il mondo e vengono ricevuti e accolti anche in Italia. E’ diventato tutto normale, anche bombardare persone che vanno a cercare disperate del cibo, 1600 persone solo nelle zone dove si distribuivano gli aiuti. Quindi è chiaro che Israele con gli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea, ha continuato a sfaldare l’impianto del diritto internazionale.
Vedete oggi che cosa succede nella guerra contro l’Iran. Qui non si tratta di esprimere simpatie nei confronti del regime degli Ayatollah- nessuno può simpatizzare con un regime che ha ammazzato migliaia di persone poco più di un mese fa- però questo non dà diritto agli Stati Uniti e ad Israele di bombardare un paese ammazzando civili, ma soprattutto chiedendo una transizione di governo. Mi sembra proprio pedagogia “neocoloniale 2.0”. Siamo ad un punto di non ritorno, però la mia speranza è che ci si renda conto tutti assieme che questo è un sistema che mette in pericolo tutti noi, ma ancora non si riesce a capire, siamo ancora lì a proteggerci. Quindi, se non ci fa paura questo, cosa ci fa paura?
Questo punto di non ritorno lo si riscontra anche nel nostro modo di parlare: in questi ultimi due anni la narrazione distorta della realtà ha raggiunto, nei media, una forma importante. Tu hai parlato di “camuffamento umanitario”. Cosa sta succedendo al nostro linguaggio?
Al nostro linguaggio ancora non lo so, però so che il linguaggio del potere è entrato chiaramente nella logica del camouflage, della mimetizzazione, nel senso che ormai si adorna tutto di un linguaggio che alluda alla pace, che faccia pensare alla transizione, al benessere, alla ricostruzione. Ma di cosa? Gaza è chiusa e non è cambiato nulla. Certo, i bombardamenti si sono ridotti e quindi non si muore più a centinaia, si muore fino a 10 persone al giorno, e non si muore solo di bombe, si muore di stenti. Le nostre generazioni non hanno la capacità di immaginare quel dolore fisico che si prova a non avere di che dare da mangiare ai propri figli, a non potersi lavare per giorni o per mesi, a dover dividere un bagno con 1000 persone al giorno, a non avere più ospedali, a dover dipendere dagli aiuti umanitari perché ormai non esiste più niente. Con questo Board of peace mi sembra che ci sia stato un tentativo di spazzare via il dissenso popolare che è cresciuto, è diventato globale. Però questo momento storico ci sta facendo anche capire come organizzarci; come possiamo esercitare noi un potere: scendendo in strada a milioni, per esempio. Non c’è pace perché il genocidio continua, l’occupazione continua e per di più questo Board of peace, cui anche il governo italiano fa occhi languidi. sembra essersi sostituito alle Nazioni Unite, che per quanto claudicanti, per quanto limitate, comunque rappresentavano tutto il mondo, mentre questo qui rappresenta veramente una plutocrazia senza scrupoli.