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Ci ha lasciato Florian Schneider, il cofondatore dei Kraftwerk

Il creatore di suoni, europeista e ambientalista, aveva 73 anni. Il pioneristico gruppo tedesco di musica elettronica ha influenzato Joy Division, New Order, David Bowie, Coldplay

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GdS

7 Maggio 2020


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di Giuseppe Costigliola

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Il 2020 si sta rivelando nemico giurato dell’arte. Un altro pezzo di storia della musica del Novecento è volato via: all’elenco di artisti scomparsi si è aggiunto Florian Schneider, il cofondatore del pioneristico gruppo di musica elettronica dei Kraftwerk, deceduto pochi giorni dopo aver compiuto 73 anni.
La notizia, diffusasi su Facebook – a darla il produttore Mark Reeder –, è stata poi confermata all’edizione online di “Billboard” da Ralf Hütter, l’altro fondatore della storica band, dal “Guardian” e infine dall’ufficio stampa e dalla famiglia. Da quanto è trapelato, Schneider sarebbe scomparso una settimana fa, e le esequie si sono svolte in forma privata.

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“Autobhan”, “Radio Aktivität”, “Trans-Europe Express”: pietre miliari
Nei numerosi articoli in suo tributo che stanno apparendo potrete leggere del percorso di questo artista di Düsseldorf, che si avvicinò alla musica suonando il flauto e che un giorno, preso dal demone della sperimentazione, acquistò un microfono, degli altoparlanti e un sintetizzatore e sprofondò nell’incommensurabile universo dei suoni. Leggerete del suo incontro nel 1970 con Ralf Hütter, della fondazione della band che li porterà alla notorietà con l’avvio di un percorso avanguardistico ancor oggi gravido di frutti. Leggerete della loro discografia, di album pietre miliari nella storia della musica (la micidiale sequenza “Autobhan”, “Radio Aktivität”, “Trans-Europe Express”, “Die Mensche Maschine”, “Computerwelt”, che segna indelebilmente gli anni ’70 e apre alle sperimentazioni computeristiche del nuovo decennio), dell’enorme influenza della “Centrale elettrica” (Kraftwerk in tedesco) su numerosi generi musicali (dal tetragono rock alla new wave, dal synthpop all’hip-hop, dalla psichedelia al prog, ovviamente alla techno), dei tanti artisti e gruppi che ne hanno tratto ispirazione (tra gli altri, Derrick May, Joy Division, New Order, Depeche Mode, Soft Cell, Human League, Afrika Bambaataa, i Coldplay, che nel brano “Speed Of Sound” utilizzano un campionamento di “Computer Love”) e troverete citata la frase di David Bowie, che nel 1976 in un’intervista a “Rolling Stones” dichiarò: “La mia band preferita è una band tedesca chiamata Kraftwerk”. Leggerete del coinvolgimento europeista di Schneider (con il singolo “Tour de France”, 1983) e ambientalista (“Radioactivity”, il recente singolo da solista “Stop Plastic Pollution”, edito nel 2015), dei Grammy vinti in mezzo secolo (quello alla carriera nel 2014, nella categoria dance-elettronica per l’album antologico “3-D The Catalogue” nel 2017, quello per “Autobahn”, entrato nella Hall of Fame nel 2015): questo ed altro leggerete.

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L’idea di “progetto” deve molto alla coppia Schneider-Hütter
In effetti è difficile sottostimare il percorso artistico e umano di Schneider, l’influenza prodotta dalla sua band, la grande eredità lasciata. Probabilmente l’idea di “progetto” riferito ad un percorso musicale, di macrostrutture che inglobano la musica con altri aspetti artistici in cui la multimedialità riveste un aspetto centrale, deve molto alla coppia Schneider-Hütter, al lavoro intrapreso con la loro band, di cui proprio quest’anno ricorre il cinquantenario. Certo, alla fine degli anni Sessanta e in area psichedelica erano in molti a sperimentare questo aspetto, ma è una questione di densità: i Kraftwerk sono riconosciuti pionieri nella sperimentazione visionaria, con il loro approccio libero e fantasioso, che superava barriere e steccati di genere, forme produttive e realizzative, che si avventurava in campi e soluzioni musicali che prevedevano anche la creazione di una propria strumentazione, in grado di dare forma a sonorità uniche.

Forme identitarie rispetto al rock e pop anglosassone
A differenziare la produzione di Schneider c’è poi il contesto. Egli è infatti parte dell’inimitabile nidiata di musicisti tedeschi nati all’indomani della Seconda guerra mondiale, cresciuta nella rimozione dell’esperienza nazista e venuta a maturazione negli anni Sessanta, periodo di riscoperta del tragico passato e di formazione di identità nuove. Questo milieu unico segna il percorso umano di Schneider e degli artisti tedeschi della sua generazione, che cercarono nella creatività forme identitarie non costruite soltanto sul distacco e sull’odio per la generazione dei padri, e, in ambito musicale, di una identità altra rispetto al rock e al pop anglosassone all’epoca imperanti. Nacque così il krautrock, termine (forse dispregiativo) coniato dagli inglesi per definire il nuovo genere sperimentale che si produceva in Germania, anche se Schneider e compagni si sarebbero piuttosto definiti “Kosmische”.

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Sperimentatore nato
Ma quella, per Schneider, fu soltanto una tappa del suo percorso evolutivo. Era uno sperimentatore nato, e si tuffò nei meandri del suono: a partire da “Autobahn” (1974) i Kraftwerk abbandonarono i sentieri battuti dai tanti gruppi della galassia del krautrock, dando vita a una peculiare esperienza avanguardista, qualcosa che (s)cavalcava l’elettronica, la psichedelia, il prog: una sorta di “sintesi additiva” che metteva da parte i microfoni che registravano pianoforti, chitarre elettriche e percussioni acustiche, per sintetizzare forme di onde sonore create da oscillatori elettronici, su cui si innestava un mix linguistico (soprattutto tedesco, ma anche spagnolo, polacco, russo, giapponese), con voci distorte dal “vocoder”. Il risultato fu un universo sonoro primigenio, mirabilmente fuso in un caleidoscopio di immagini: un progetto che si ricollegava idealmente alle avanguardie del primo Novecento, in particolare al futurismo russo, declinato nella nascente era dei cyborg, con l’immagine di un collettivo umano-robotico non si sa bene se fuso con la tecnologia o di essa schiavo. E la riflessione portata avanti dal “progetto” Kraftwerk sull’impatto della tecnologia sull’essere umano, della fusione tra uomo e macchina, un’analisi non soltanto critica, ma anche venata d’un infantile stupore, rimane di estrema attualità.

Un artista-ingegnere
Ho sempre considerato Florian Schneider (e Ralf Hütter) come un artista-ingegnere alla inesausta ricerca del puro suono, in grado di rendere la cosmicità dell’essere umano. Non era lontano dal vero Hütter quando definì l’amico “un vero feticista del suono”. Dietro questo “feticismo” si cela la genialità, la capacità tutt’altro che scontata di suscitare emozioni con l’elettronica, di rendere umani pad synth, rhythm machine, sequencer virtuali, o al contrario di conservare l’umano nella macchina: non semplice alienazione, bensì l’individuo calato nell’onnipresenza tecnologica. Dunque, un artista non solo in grado di creare un nuovo genere, ma trasformarlo in emozione, quella che sempre conserverà chi ha avuto la ventura di assistere alle inimitabili performance dal vivo dei Kraftwerk.
Danke, Florian. Möge Dir die Erde Leicht Sein.

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