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Luigi Tenco, vita e morte di un cantautore contro

I suoi testi erano opposti al manierismo e stupidità di molte canzoni

Luigi Tenco, vita e morte di un cantautore contro

GdS

27 Gennaio 2017 - 10.17


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di Giancarlo Governi

Di Luigi Tenco si possono dire molte cose ma diremo, semplicemente, e sono sicuro che a lui piacerebbe, che Luigi Tenco è stato un grande autore e un personaggio coerente e coraggioso, anticonvenzionale e contro… Ma «contro» che cosa? «Contro» il manierismo e la stupidità della maggior parte delle canzoni che si cantavano negli anni Cinquanta e Sessanta e che avevano nel Festival di Sanremo il loro sacro tempio… Contro coloro che vogliono la canzone sempre e comunque slegata dalla realtà. «Contro» anche un certo modo di essere «contro» da parte dei giovani che in quegli anni portavano avanti una contestazione spesso di maniera. Contro, contro tutto e tutti, quindi… Talmente contro da arrivare a togliersi la vita nel momento del trionfo delle cose che avversava. Ed anche nel momento della propria sconfitta. Sconfitta subita proprio in quel tempio di Sanremo contro il quale Tenco si opponeva e dove era approdato malvolentieri. O forse no, forse c’era andato per una sfida, per dimostrare che si potevano scrivere e cantare canzoni diverse. In fondo, il pubblico giovanile aveva dimostrato di apprezzare le sue canzoni, di essere dalla sua parte.

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Luigi Tenco, in quel gennaio del 1967, arriva a Sanremo e cozza contro il muro di gomma della tradizione, del rito sempre uguale, dell’istituzione che tende a perpetuarsi, a non cambiare mai, e in ogni caso di salvaguardare certi valori. Soprattutto quando questi valori sono messi in pericolo dalla spinta delle nuove generazioni che in quegli anni stanno facendo sentire sempre di più la loro voce, una voce che preannuncia la contestazione e prepara quella che sarà la rivoluzione del ‘68. Ecco perciò il rigetto, il muro di gomma, l’applicazione del motto gattopardesco del «tutto deve cambiare perché tutto resti uguale». Infatti, gli altri protagonisti del Festival, i mestieranti, sono furbi, pronti a giocare – come scriverà Umberto Eco – su due tavoli, quello della contestazione e quello della conservazione. Hanno scritto canzoni che dicono una cosa e canzoni che dicono l’esatto opposto, in modo da cadere sempre in piedi. Molti titoli alludono ai problemi giovanili, ma quello che doveva essere il festival della protesta si rivela il festival di sempre.

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Umberto Eco scriverà ancora: «Hanno messo a Bob Dylan le mutande di Nunzio Filogamo, la maglietta di Carlo Buti e la barba di Padre Mariano». E quando Tenco è costretto a prendere atto della sconfitta, ecco la decisione di rispondere in maniera forte, dura, epocale, tragica. Una risposta che costituisca un’altra sfida – l’ultima, quella estrema – a quel mondo pieno d’ipocrisie al quale Luigi Tenco sembra aver dichiarato guerra da un pezzo…

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Faremmo torto a Luigi Tenco se sottolineassimo di lui solo il carattere ribellistico e contestatore e non ci soffermassimo sul suo talento e sulle sue qualità di autore e di cantante. Il talento è una cosa naturale, o c’è o non c’è. La qualità invece si acquista, lavorando. A differenza dei tanti improvvisati che in quegli anni si affacciano alla ribalta della canzone, Luigi viene da una lunga gavetta e da una ricerca quasi ossessiva della qualità. Innanzitutto la qualità musicale. Tenco aveva percorso tutte le strade della musica leggera, dalla canzone melodica, al rock ‘n roll, dalla canzone d’autore francese alla grande canzone americana, quella di Cole Porter, di Irving Berlin e anche di George Gershwin. Dall’ascolto attento del grande sassofonista Charlie Parker ha probabilmente mutuato alcune linee melodiche. E questo è il Tenco musicista. Poi viene il paroliere, o se preferite il poeta, insomma l’autore delle parole, quasi sempre sue. Parole che cercano di sfuggire all’ovvio, di evitare il ricorso al rimario amoroso usato nella maggior parte delle canzonette e di pescare invece nel linguaggio di tutti i giorni, che all’interno di una canzone finisce per risultare spiazzante, come “Mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare…” Con un occhio anche ai grandi poeti come Pavese, o Brecht.

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Poi c’è il Tenco cantante, che educa la propria voce, la rende calda, la mantiene su di un timbro basso, pastoso, alla ricerca di un colore personale che conferisca drammaticità ai contenuti. Tutto il contrario, insomma, di quel cantare all’italiana che andava così tanto di moda quando Tenco era un ragazzo. E non è un mistero che, nei primi anni di carriera, il suo modello fosse un grande cantante afro-americano, Nat King Cole, che era arrivato sugli schermi italiani grazie al film Gardenia blu, e da quel momento aveva conquistato il mercato con le sue canzoni…

Per Luigi Tenco, il passaggio da Milano a Roma rappresenta una svolta davvero decisiva. Milano costituiva in qualche modo il prolungamento di Genova, con gli amici e i collaboratori di un tempo che sembrano conservare lo spirito d’avventura degli inizi. Milano consente ancora gli esperimenti e Tenco, oltre a perfezionare lo studio del sassofono, si accompagna anche col pianoforte e con la chitarra.

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Ora eccolo nella Capitale. Che lo colpisce con la sua eccentricità, con la vivacità e la durezza delle quotidiane manifestazioni politiche, con le mille promettenti occasioni professionali. Certo, con i giornalisti i rapporti non sono facili, perché Tenco si ribella ai consumati riti delle conferenze stampa. Una volta, per esempio, presenta il suo nuovo 33 giri e quando si accorge che i giornalisti parlottano tra di loro anziché ascoltare le canzoni, blocca il giradischi e li investe con male parole, gridando: «Questo è il mio lavoro di un anno, pretendo che venga ascoltato!». Per contro, è coccolato nell’ambiente del cinema, anche per il suo indubbio fascino, e non gli è difficile incontrare le dive del momento, per una delle quali – come si racconta nelle biografie di Tenco – entra in lite con il vecchio amico Gino Paoli, anche lui passato alla nuova casa discografica. Per la quale incidono anche Dalla, Morandi, Endrigo, e la vedette Rita Pavone. Ma se la milanese Ricordi era una officina a conduzione quasi familiare, la romana RCA si muove invece con la forza di una multinazionale che non lascia nulla al caso. Tutto, alla RCA, è pianificato e calcolato, ogni mossa è studiata nei minimi particolari, dai servizi fotografici alle apparizioni televisive, che anche per Tenco cominciano ad arrivare. Ricordo personalmente quando Gino Cervi lo presentò quasi in modo paterno alla stampa, in occasione della proiezione dei primi episodi del commissario Maigret, la cui sigla di coda utilizzava appunto una canzone di Tenco, Un giorno dopo l’altro…

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