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Innamorarsi di “questo immenso non sapere”: apprendere la pratica della meraviglia con Chandra Candiani

L'ultimo libro di Chandra Candiani, "Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e con il cuore umano".

Innamorarsi di “questo immenso non sapere”: apprendere la pratica della meraviglia con Chandra Candiani
Chandra Candiani

GdS

2 Maggio 2022 - 14.35


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Francesca Parenti

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La poetessa Chandra Candiani (Milano, 1952) è una fuoriclasse per talento, riservatezza e profondità, una numinosa stella nel firmamento letterario in grado di brillare di luce propria. Non di riflesso.

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Già vincitrice del Premio Camaiore con l’eccezionale raccolta La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore (Einaudi, 2014), ha pubblicato decine di libri e pare ormai destinata ad entrare nell’olimpo poetico.

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Una lirica, la sua, che seppur vicina a quella di altre grandi autrici e celeberrime donne si distingue sempre: la Candiani si riconosce grazie alla sottilissima finezza da un lato e al vigore espressivo ed inusuale dall’altro. Ci abbaglia, culla ed investe ogni volta.

L’ho incontrata, letterariamente disquisendo, grazie alla sua “bambina pugile” e me ne sono perdutamente innamorata. Un’affezione cresciuta nel tempo, cementata da altre sue pubblicazioni (tra le quali otto solo per Einaudi) e deflagrata con quella di cui mi accingo a parlarvi.

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Il suo ultimo libro, Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e con il cuore umano (Giulio Einaudi Editore, 159 pp, 12 €) ha solidificato quel trasporto, acuendo l’interesse benefico verso la sua scrittura e la sua vicenda umana. Verso di lei.

Un volume in prosa, secondo la ripartizione canonica e obsoleta dei generi, ma che, in verità, è molto più lirica di quanto non possa essere una poesia, magari una di quelle che segue la metrica e sta attenta pure alle rime.

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Questo dato, già da solo, è stupefacente, eppure ad essere davvero sorprendente è il contenuto.

In apertura l’autrice chiarisce e traccia una mappa confusa, come l’unica possibile: “questo è un libro nato disordinato. E ho scelto di lasciarlo così. Perché ogni disordine ha un suo ordine interno e misterioso. Forse è l’andatura della mente, forse quella del ricordo, forse è l’intenzione di essere volatile o l’aspirazione alla semplicità, in ogni caso è qualcosa di sfuggente che non vuole essere imbrigliato in un piano. Il disordine è questo essere così come si è seguendo un filo illogico di stare al mondo. Il disordine di un libro lascia intravedere il suo sottotesto: niente da dimostrare, eccomi solo qui. Un libro disordinato è un invito alla sovversione”.

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Abbiamo dunque a disposizione: una materia plasmata frammentariamente nel proporsi attraverso le pagine e un invito a reagire; in aggiunta, incredibilmente diretta e univoca, per il messaggio inequivocabile che sottende l’opera e arriva al lettore.

La Candiani, infatti, attraverso un processo che l’ha vista personalmente coinvolta in un’acquisizione di ulteriore crescita e consapevolezza, ricorda e insegna ad esercitarsi alla pratica della meraviglia. Esatto, avete capito bene: la meraviglia.

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Non lo fa per compiacimento o con la volontà di generare stupore, ma perché lo ritiene necessario.

Intento ed intenzione non sono sinonimi intercambiabili e lei lo sa perfettamente.

Svela appunto che: “una buona pratica, preliminare a qualunque altra, è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo e vede ora. La pratica della meraviglia è una pratica che cura anche il cuore più ferito della terra. Si apre un universo minimo. Infinite vicende, mutamenti, arrivi, partenze, forme sempre più piccole man mano che lo sguardo si limita a vedere. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura”.

La meraviglia è, ed è stata, necessaria per lei e, credo, per chi tra noi possa, con coraggio, affrontare questa lettura. Serve temerarietà per appropriarsi delle sue parole e provare a farle nostre. La viltà non è contemplata. Perché la Candiani passa da un registro di nettare e ambrosia ad uno di dolore con la stessa abilità funambolica di un acrobata. Il prezzo da pagare e raggiungere, senza mezzi termini e scappatoie, è la verità, anche se sanguinante: “e poi ci sono le ferite che non guariscono, quelle che non guariranno mai. Sono le ferite che difendono la dignità.

Vanno tenute in vita. Non si accettano inviti a dimenticarle, a placarle, a addomesticarle. Non si può preferire il benessere alla verità. E ci verrà offerto molte, molte volte, dalle più diverse persone. Ci diranno che soffriamo perché non lasciamo andare, e sapremo che si tratta del complotto per salvare la faccia ai violenti, per coprire il male, per zuccherarlo, e vivere nella menzogna. Esiste una lotta, tra chi vuole fare del mondo un posto grazioso, avvolto dal pensiero positivo e dal nascondimento delle tenebre e chi nelle tenebre c’è stato, ne ha i segni addosso e vuole vivere, ma non vuole dimenticare, vuole stare nell’onore al vero. È una lotta all’ultimo respiro, non bisogna soccombere e non si tratta di diventare violenti ma saldi, decisi, feroci: la verità dell’esistenza, la dignità di portare ferite, non si tocca. E non si tratta. Non si scende a patti. Il mondo è anche un inferno e chi c’è stato vuole ricordarlo, e dirlo”.

Alcuni suoi passaggi ricordano la dolcezza nei sospiri poetici della raccolta Colloqui con le ombre di Emily Dickinson, altri lasciano scorgere fessure e afflati di potenza amorosa e introspettiva vicini ad Anna Achmatova o a certi passi di dolore fulminante patito della grande Alda Merini.

Tuttavia nella Candiani c’è qualcosa di temperamento diverso, di unico, di atipico che risiede nel compendio tra l’individualità, il cosmico e quasi l’unione panica, nella pura accezione filosofica, dell’io con la natura: “andare in profondità meditando non è solo l’archeologia della storia personale, ma anche sentire che non c’è persona, assaporare la sofferenza senza cadere nella rete del raccontarsela, ma lasciando che sia lei a raccontare, se ha qualcosa da rivelarci, e sentire che i suoi racconti servono solo a renderci più precisi nella compassione verso noi stessi, più acuti nel riconoscere il c’è della sofferenza in noi e attorno a noi. Impersonalità non è diventare invisibili e innocui, ma innocenti, consapevoli della propria fragilità e della propria capacità di nuocere, consapevoli del c’è. Consapevoli anche di splendere. E splendere”.

Non poco hanno influito su di lei i soggiorni in India, le lezioni del buddhismo e della meditazione che, dal 1986, la portano ad assumere il nome di Chandra (ovvero luna in sanscrito), evidenti tra le righe. Scaturiscono, così, rivelazioni che ci colgono di sorpresa: “sono entrata in familiarità lentamente col non sapere” o ammissioni stranianti e straniere alle logiche consuete che la vita, il quotidiano e le relazioni ci impongono: “alberi e animali mi hanno dato un’altra possibilità, un prezzo diverso al tempo, non di sola perdita, quasi una tradizione immutabile, una continuità dove si vive all’insaputa di sé”.

La meraviglia e la pratica nell’esercitarsi a provarla non portano a sognare ad occhi aperti, ma ad un perdersi necessario per ritrovare e ritrovarsi. Il risultato è la voglia di scoprire il mondo, senza accontentarsi di solcarlo, ma con il desiderio di addentrarsi nelle sue cavità. È uno scavo cavernoso e abissale a cui tendiamo la mano. Se, come per lei, il minor sapere è viatico per sperimentare maggiormente e con curiosità, fuggendo lo spaesamento naturale ed iniziale (“meno sapevo, più sperimentavo”, “restavo allibita dal non sapere”), al tempo stesso è tra le poche possibilità per non sprofondare nella banalità ed emergere come esseri pensanti ed operosi: “la disposizione a restare aperti e presenti, a riposare nella vastità”.

Della Candiani avevo fame e me ne sono nutrita perché “in ognuno di noi c’è un cane spaventato dalla discontinuità dell’esperienza.” Abbandonati pregiudizi e paure, mi sono ritrovata pronta a cannibalizzare le sue parole, appropriandomene come fossero cibo. Chiunque riesca a fagocitare le sue pronunce di smarrimento, addentandole, troverà nutrimento per le affamate anime in cerca.

Lei e noi giungiamo in comunione a comprendere ciò che ci era stato precluso: “più tardi mi sono accorta di come chi sa o crede di sapere molto sperimenta solo esperienze di seconda o centesima mano, non è mai in intimità con niente, non trema davanti al non conosciuto e non si inoltra”.

L’età adulta, le difficoltà delle nostre vite, i contesti caotici delle metropoli, la pandemia e il conseguente allontanamento dalle pratiche di socialità e condivisione che caratterizzano l’essere umano, ci portano a perdere prima di tutto, secondo Chandra, la capacità e il sapere che meravigliarsi è ancora possibile, che può ancora portare ossigeno ai polmoni, sangue alle vene e luce ai nostri occhi.

Io avevo realmente bisogno di questo libro. E credo che in molti ne avvertano la medesima urgenza.

“Cosa resterà di noi? Una bella domanda da tenere in fondo al cuore”.

Umani e fallibili, friabili e coriacei lo siamo. Di certo.

Ma noi, siamo anche gli unici noi che abbiamo, perciò torniamo a casa. Torniamo da e in noi.

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