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Giorni di collera e annientamento con Francesco Permunian

L’intervista a Francesco Permunian, autore di ‘Giorni di collera e annientamento’ edito da Ponte delle Grazie

<picture> Giorni di collera e annientamento con Francesco Permunian </picture>

GdS

19 Ottobre 2021


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Di Rock Reynolds 
Chi di voi ha mai assaggiato quello strano liquore giallo che è
ormai meno famoso del premio letterario a cui è associato indissolubilmente? Viene quasi da pensare che, se non ci fosse il premio, quel liquore non verrebbe neppure più prodotto e venduto. Chi si aggiudica l’ambito riconoscimento deve, volente o nolente, sottoporsi alla cerimonia dell’assaggio e alla foto di rito che lo ritrae di volta in volta con l’espressione più o meno schifata o ironicamente baldanzosa. Non serve grande immaginazione per capire che mi sto riferendo al Premio Strega. Quando ancora muovevo i primi passi nel mondo dell’editoria, restai di stucco di fronte alle parole schiette del responsabile delle pubbliche relazioni di un’importante casa editrice che mi disse che stava per recarsi a Roma allo scopo di raccogliere qualche voto in più in vista dell’imminente consegna del premio.

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Ebbene, è proprio dall’improvvida assegnazione di quel premio a Don Fifì, il protagonista del suo ultimo romanzo, che prende le mosse Giorni di collera e di annientamento (Ponte alle Grazie, pagg 171, euro 15,90) di Francesco Permunian.

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Di lui e del suo libro tutto si può dire tranne che gli manchino coraggio, gusto dello sberleffo, originalità. Giorni di collera e di annientamento, insomma, non è materia per chi si non si sia ancora rotto le scatole del classico giallo italiano avente per protagonista l’altrettanto classico poliziotto dall’immancabile relazione sentimentale burrascosa o – in alternanza e talvolta in associazione – dall’inclinazione pericolosa all’alcol e pure dall’ossessione per il cibo, resa una sorta di inevitabile topos del genere da Manuel Vasquez Montalban su tutti.

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Non c’è nessun giallo da risolvere nel romanzo di Permunian, sempre che la vita stessa non possa essere considerata un bel noir da dipanare. In quel caso, Permunian lo si potrebbe tranquillamente travestire da autore di genere, con la sua verve implacabile, una predisposizione quasi naturale alla critica feroce e, per assurdo, all’esaltazione della società provinciale italiana oltre che al grottesco che si sublima nei personaggi ruotanti intorno a Don Fifì, satelliti nell’orbita di una follia resa ancor più dura dal Covid. Perché proprio dalla pandemia e dalla claustrofobia che rende ancor meno sopportabile la vita chiusa della provincia in qualche modo prende le mosse Giorni di collera e di annientamento, romanzo in tre parti, in ognuna delle quali si riflettono i drammi e le miserie del protagonista”: il fallimento delle sue aspirazioni da cantante confidenziale costretto dalla vittoria del premio a una carriera letteraria indesiderata (metafora dell’insipienza dei manager discografici tanto quanto dei soloni dell’editoria, sottoposti a una critica feroce), ovvero la collera; il ritrovamento di un manoscritto perduto che racconta una provincia ormai andata, con le sue miserie; e, per finire, l’annientamento del periodo del Covid. Don Fifì è un editor ipocondriaco che non trova pace nemmeno sulle sponde asfittiche del Lago di Garda, assediato da torme di “aspiranti scrittori… caccaioli e piscioni” che inzaccherano la sua villa delle loro stesse deiezioni, sorta di metafora della “merda letteraria” che scrivono, e che trova sollazzo meretricio in Iolanda e sua figlia Patrizia. Ed è proprio con Iolanda, di fede orgogliosamente fascista, che vive le avventure più entusiasmanti, scorrazzato sul sidecar dalla donna che ogni tanto lo porta in pellegrinaggio a Predappio.

Tutto normale. In fondo, a Predappio il pellegrinaggio è davvero costante, con tanto di “Faccetta Nera” cantata a squarciagola da imbecilli in camicia nera che ne ritmano la cadenza con anfibi di origine militare contro cui, probabilmente, ai tempi della naja hanno imprecato a più non posso.

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Francesco Permunian non usa escamotage e scorciatoie verbali per esprimersi, tanto nei suoi libri quanto nelle interviste a cui talvolta accondiscende.

 

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Negli ultimi tempi, la nostra letteratura di rado cerca spunto nelle microstorie della nostra provincia, da sempre fucina di storie e talenti. Mi viene in mente Giovannino Guareschi, con il suo Mondo Piccolo a me caro perché è il mondo in cui vivo tuttora, e pure Andrea Vitali con le vicende fosche e morbose di Bellano, sul Lago Maggiore. Cos’ha di tanto irresistibile questa nostra provincia?

A costo di deluderla, devo confessare che la mia provincia (che è humus di quanto io scrivo penso e sogno) non è quella di Guareschi o di Vitali. Bensì essa è, per così dire, “uno stato mentale”, un inferno dell’anima assai più simile alla provincia austriaca descritta da Thomas Bernhard oppure, meglio ancora, ai paesini galiziani di Bruno Schulz. Nel mio mondo provinciale manca infatti il confortevole e gratificante gusto dell’amarcord, né c’è traccia di quel perbenismo d’antan tipico della piccola borghesia strapaesana che anima i racconti di Vitali e di Guareschi.                                            Anzi, direi che è proprio l’idea stessa di “provincia” con i suoi demoni oscuri ossia con tutte le sue frustrazioni esistenziali e i soliti “peccati” sessuali ad alimentare quell’infame teatrino dell’assurdo quotidiano che caratterizza i miei personaggi.                                                                                           I quali, eredi infelici e nevrotici di una religio cattolica ridotta ormai ad orpello domenicale, si dibattono costantemente tra bigottismo e voglia di trasgressione lasciandosi andare a turpi erotomanie per sfuggire al loro agro destino di falliti.

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Il protagonista della sua storia, Don Fifì, vince quasi per caso un prestigioso premio letterario, una sorta di maledizione: davvero un riconoscimento può distorcere la vita?

Credo proprio di sì, specie quando quel riconoscimento non è cercato ma subìto. E ti capita fra capo e collo quando meno te l’aspetti diventando il vademecum per un altro mondo, quello dell’editoria, dove l’incauto Don Fifì – un aspirante cantautore da balere di provincia – mai aveva pensato di mettere piede. E dove si compirà il suo destino di editor  e quindi di “lanciatore” di nuovi talenti nell’arena letteraria, i quali lo ripagheranno lanciandogli contro le loro insopportabili e nauseanti cacchine d’autore.

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Don Fifì avrebbe voluto fare il cantante confidenziale. Che gliene pare della riscoperta del Liscio e di ciò che lo circonda? Mi riferisco all’operazione sorniona degli Extraliscio e pure della fioritura di libri sul liscio?

Effettivamente è un’operazione sorniona che mescola sapientemente, e astutamente, l’alto e il basso. Il pop e il trash. Un fenomeno già intuito e predetto, vent’anni fa, da Tommaso Labranca allorché aveva “elevato” il trash a emblema indicando, di conseguenza, in Orietta Berti il più genuino modello artistico nazional popolare.  Quell’Orietta – guarda caso – che è un’altra recente riscoperta di questi ultimissimi tempi contrassegnati da un processo di “rottamazione e restaurazione continua”, visto e considerato che di norma si attinge all’inesauribile serbatoio della provincia quando le fontane di città si stanno prosciugando.

Il premio Strega io l’ho sempre trovato una solenne presa in giro. Che gliene pare?

Lo Strega è un’istituzione italiana, un carrozzone al pari del festival di Sanremo o dello Zecchino d’Oro. Serve a far vendere il libro del vincitore di turno, indubbiamente una bella boccata d’ossigeno per gli editori che piangono sempre per via dei loro bilanci in rosso. A me, personalmente, non è mai interessato granché partecipare allo Strega. L’ho detto e spiegato anche al mio attuale editore. Sono convinto difatti che si possa fare un proprio onorevole percorso letterario anche standosene fuori da certe competizioni. Tuttavia conosco diversi autori giovani e meno giovani, maschi e femmine, che farebbe letteralmente carte false pur di entrare nella cinquina dei finalisti! I più penosi sono quelli che, a parole, sputano su quel premio per darsi arie da rivoluzionari o da antagonisti, ma che poi fanno regolarmente pervenire il loro ennesimo “ovetto” letterario alla giuria dello Strega sperando in cuor loro di vincerlo finalmente.

Questo suo romanzo ha riferimenti al Covid. Ma lei è stato bravo a non banalizzarlo. Che impatto ha avuto la pandemia sulla capacità critica della gente e, soprattutto, sulla creatività di chi si spaccia per artista?

Chi si spaccia per artista, oltre ad essere un povero illuso e un eterno velleitario, è soprattutto un grande idiota. E, in quanto tale, immune da qualsiasi virus (Covid compreso) che non sia quello della stupidità, una forma di “santità” laica tanto amata dal Flaubert di Bouvard e Pécuchet, quello straordinario monumento alla stupidità umana che ho riletto l’anno scorso quale mio unico placebo contro le ombre incombenti del coronavirus.

A un certo punto lei parla di “Metodo Lunfardo”, ovvero, “cercare autori a cazzo”. Non le pare che questo metodo sia un po’ la regola nel nostro mondo editoriale?

Per certi aspetti – e per certi editori – la risposta è: ebbene, sì! Nel senso che si prende e si pubblica tutto ciò che si può vendere in quanto, da diverso tempo in qua, a decidere il destino di un autore sono soprattutto il marketing e la visibilità mediatica dell’autore. E le cosiddette “scuole di scrittura” non selezionano affatto, anzi, non fanno altro che ingolfare a dismisura il numero di coloro che si illudono di diventare scrittori frequentando una di quelle terribili fabbriche dei sogni di carta stampata.

Ma lei se li immagina Sciascia, Calvino, Pasolini, Tabucchi, Busi – tanto per fare qualche nome – diligentemente seduti sui banchi di quelle volenterose combriccole paraletterarie? Se le immagina le tremende risate dall’oltretomba di Gadda o di Manganelli? A saper ascoltare (oggi come oggi, un’impresa quasi impossibile), basterebbe l’eco di quelle risate per non mettere mai più piede in nessuna scuola di scrittura. Garantito!

Il lago mi fa venire in mente un mondo chiuso, una società ancorata al passato, che non vuole saperne di influenze esterne. Alcuni dei personaggi più riusciti della sua storia sono smaccatamente, dichiaratamente fascisti. In fondo, a Salò ha trovato il suo canto del cigno il fascismo, nel tentativo disperato di rigenerarsi. Cos’è che tanto affascina ancora gli italiani di quel mondo e dei suoi presunti valori?

Valori presunti, per l’appunto. In quanto l’Italia fascista e l’Italietta bigotta degli anni Cinquanta non esistono più da un pezzo. Qui sul Garda è svanito ormai  per sempre il mondo dei contadini che per secoli popolarono le sponde del lago, l’entroterra lombardo-veneto e così pure quello dei pescatori, i “contadini dell’acqua”. È tutta roba morta e sepolta. Tutta roba per cartoline turistiche, tant’è che, con l’avvento del turismo di massa e della nascente industria alberghiera all’inizio degli anni Sessanta,quel piccolo mondo antico se n’è andato definitivamente in soffitta. Da dove, però, di tanto in tanto, manda ancora qualche flebile ed equivoco segnale sotto forma di parate nostalgiche popolate da ferrivecchi d’antan.

Per finire, quand’è che ha capito che avrebbe voluto scrivere e, soprattutto, quali libri l’hanno spinta a farlo?

Non l’ho mai capito bene, a dire la verità. Non c’è mai stato un vero inizio né mai, spero, ci sarà una fine se non nel momento in cui me ne andrò da questa vita. Perché è stata la vita vissuta, con tutte le sue tragedie e commedie, la mia unica maestra di scrittura. Quanto ai libri, li  ho sempre amati, specie i diari, gli epistolari e le raccolte di poesie. Forse non è un caso se ho fatto il bibliotecario in provincia per tanti anni: si vede che il mio destino era quello di leggere e, forse, di scrivere.

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