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Montaldo: "La mia battaglia per restituire la dignità a Sacco e Vanzetti"

Intervista a Giuliano Montaldo, il regista di Sacco e Vanzetti: la storia dei due emigrati italiani condannati a morte ingiustamente

Montaldo: "La mia battaglia per restituire la dignità a Sacco e Vanzetti"

Marco Spagnoli

23 Agosto 2017 - 13.39


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“Sono nato davanti alla ‘pianura liquida’. Con i miei amici passavo ore a guardare le navi che partivano. Se uscivano dal porto andando a destra per noi si recavano sempre a New York anche se, forse, si fermavano a Marsiglia.
Se dirigevano la prua a sinistra ecco che partivano per la Cina, anche se, forse, si fermavano a Livorno o a Napoli.” Così Giuliano Montaldo, uno dei più importanti registi italiani ed europei ricorda la sua infanzia a Genova, ‘schiacciato’ da quella montagna che lo ha ‘obbligato’ a partire, a viaggiare. “Sono stato in tutto il mondo.” Dice “Non c’è continente che non abbia visitato o dove non abbia lavorato.”
Aggiunge questo ottantatreenne elegante e sempre divertente, l’unico italiano ad avere vinto un Emmy per la serie televisiva Marco Polo, la prima grande coproduzione mondiale tra Italia, Cina, Germania ed America.
“Ho sempre amato la figura di Marco Polo” ricorda “Che non era matto come quel mio conterraneo genovese, Cristoforo Colombo che aveva semplicemente sbagliato strada dando inizio ai massacri degli indiani.” Montaldo ha iniziato come attore e poi, grazie soprattutto alla complicità dell’amico di una vita, Gillo Pontecorvo, esordisce alla regia nel 1962 con Tiro al Piccione.
Il seguito sarà una lista di titoli indimenticabili come Sacco e Vanzetti, L’Agnese va a morire, Giordano Bruno, Il giocattolo, la serie televisiva Marco Polo e più di recente I demoni di San Pietroburgo e L’industriale.
Il film, però, che l’ha rivelato al grande pubblico internazionale è stato Sacco e Vanzetti ricordato anche per il celeberrimo brano di Joan Baez. “Avevo il copione in inglese e in italiano di Sacco e Vanzetti ed ero partito per l’America.” Ricorda il regista “Incontro per caso a New York il giornalista Rai Furio Colombo, e gli dico: “Mah, io sto sperando di poter incontrare la Baez”. “La vedo stasera”. “Come?”. “La vedo stasera – mi dice Colombo – a casa sua”. “Ma non ci credo! Io volevo darle il copione di un film con la musica di Ennio Morricone”. “Dammelo”. Colpo di scena.
L’indomani mattina in albergo ricevo una telefonata della Baez che mi dice: “Sono pronta”.
Io, una cosa così, non immaginavo nemmeno che potesse accadere.
Parliamo di Sacco e Vanzetti…

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Una pellicola ed un’esperienza molto coinvolgente che, peraltro, tradotto nella valuta di oggi ha guadagnato nel 1971 l’equivalente di 18 milioni di Euro. Un film trainato dalla musica di Ennio Morricone e dalla canzone di Joan Baez Avevamo deciso di darle molto spazio come se fosse una ballata popolare. A questo film è legato uno dei momenti più commoventi della mia vita. Quando i due sono stati riabilitati, vedere il pronipote di Sacco che mi abbracciava a Boston dinanzi al governatore del Massachussets mi ha profondamente toccato. Al film è legato anche un episodio curioso. Nel master televisivo fu eliminata al missaggio audio la battuta finale di Vanzetti che sussurrava “Viva l’anarchia!”. Che, però, al cinema c’era. Scrissi all’epoca una lettera durissima contro la Rai per capire cosa fosse accaduto.

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Guardando indietro alla sua carriera che immagine le viene restituita di se stesso?

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Di grande ingenuità: quando ho fatto il mio primo film Tiro al piccione, ad esempio, non sapevo che la pellicola si sarebbe incuneata nella logica dei blocchi contrapposti tra destra e sinistra. Fui “massacrato”, perché il film era uscito “prima” del tempo. Del resto io sono convinto che un film sia una sorta di messaggio in bottiglia che va per conto suo, naviga e non sai dove va a finire. In seguito sono stato cacciato dall’Iran perché – dopo la proiezione di L’Agnese va a morire – gli studenti iraniani avuto una reazione imprevedibile. Ancora, non avrei mai pensato che Giordano Bruno al Festival di Mosca sarebbe stato preso come un film sulla dissidenza politica, tesi peraltro avallata dal fatto che i suoi giudici sullo schermo sono vestiti di rosso… Noi facciamo un mestiere in cui il nostro lavoro arriva al pubblico sempre due anni dopo da quando ci hai messo mano. I film seguono corsi e ricorsi storici imprevedibili.

Lei, però, nel corso del tempo ha presentato più volte i suoi film ai giovani di diverse generazioni in momenti differenti. E proprio i giovani sono – in qualche maniera – i principali destinatari dei suoi film come Sacco e Vanzetti…

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E’ vero. Io non sono un grande utente di Internet, ma mi dicono che l’uscita di alcuni film come Sacco e Vanzetti ottiene una larga risonanza sul web. Forse, oggi, c’è bisogno di rileggere certi momenti in maniera del tutto diversa. Del resto io ho incontrato spesso i giovani. Oggi, molti insegnanti pensano che i ragazzi siano così più addormentati. Personalmente non lo credo. Sono piuttosto convinto del contrario: ovvero che i giovani di oggi siano più riflessivi e abbiano più capacità di approfondire e discutere tematiche che fino qualche anno fa erano da considerare tabù.

Il documentario di Marco Spagnoli su Giuliano Montaldo “Quattro volte vent’anni

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