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Il silenzio dell’essere migrante nella pellicola di Samadi e Asgari

La storia è quella di rifugiate curde, mamma e figlia, e di una diagnosi di tumore impossibile da tradurre.

Il silenzio dell’essere migrante nella pellicola di Samadi e Asgari
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3 Giugno 2016 - 16.02


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Protagonista della pellicola è la piccola Fatima, rifugiata curda in Italia insieme a sua madre. Durante una visita in ospedale, alla mamma viene scoperto un tumore al seno in stato avanzato: a Fatima, l’unica a parlare inglese, viene lasciato il difficile compito di tradurre la diagnosi, dal momento che la struttura non dispone di mediatori culturali. Ma non ci riesce e si chiude in un lungo silenzio. “La creazione di qualsiasi opera d’arte è in diretta relazione con l’emozione dell’artista. Il suo lavoro, infatti, può essere un riflesso dei suoi sentimenti e delle esperienze che vive, non solo come artista ma anche come essere umano. Questo cortometraggio ha una stretta relazione con le nostre vite. Ci siamo trasferiti in Italia per frequentare l’università e come migranti abbiamo molte esperienze che ci hanno ispirato per realizzare questo film – sottolineano i registi, entrambi di origine iraniana -. Abbiamo scelto di raccontare una storia semplice sulla comunicazione perché questo aspetto ha un forte significato simbolico per noi. Crediamo che la padronanza della lingua giochi un’importante ruolo nella comunicazione tra esseri umani, ma in un contesto di migrazione essa gioca un ruolo ancora più essenziale. In questo film volevamo rappresentare l’universo dei migranti e il loro confrontarsi con una nuova vita dopo esser giunti in un paese straniero. Ci siamo focalizzati sui bambini perché crediamo che siano silenti testimoni di ciò che sta accadendo intorno a loro”.

La storia è ispirata a quella dei tanti rifugiati in Italia, che devono scontrarsi ogni giorno non solo con le barriere linguistiche, ma anche con quelle burocratiche e culturali. “Produrre Il Silenzio è stato per noi un atto politico e necessario – spiega Giovanni Pompili, il produttore del film -. Attraverso lo sguardo delicato e poetico dei registi, la scelta del punto di vista e lo stile essenziale del racconto, “Il Silenzio” permette una riflessione sul significato dell’accoglienza e della condivisione. Per fare questo abbiamo creato rete con tutte quelle realtà che hanno svolto e svolgono ancora un ruolo di riferimento determinante per i rifugiati e per la comunicazione interculturale. I temi della migrazione, delle frontiere e dell’inclusione sociale, purtroppo non sono al centro di una riflessione politica globale ma sono di fatto relegati alla cronaca – aggiunge -. Siamo di fronte ad un’emergenza umanitaria complessa che spesso viene del tutto rifiutata. È per questo che un ringraziamento particolare va a tutte quelle realtà che senza il sostegno di governi nazionali e istituzioni europee riescono a garantire accoglienza ai rifugiati di tutte le nazionalità”. (ec)

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