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Diaz, quando la democrazia si fermò

Sulla Diaz nel 2012 è uscito un film corale, violento, potentissimo, firmato da Daniele Vicari. Riproponiamo oggi questo attento pezzo di Alberto Crespi.

Diaz, quando la democrazia si fermò

GdS

7 Aprile 2015 - 12.00


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di Alberto Crespi

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È veramente singolare recarsi, per parlare del film „Diaz“ con il regista Daniele Vicari e con i suoi attori, a un indirizzo che recita „Gendarmenmarkt“. Il film, come è noto, parla della famigerata notte della Diaz durante il G8 di Genova, estate del 2001. Il ruolo della polizia nella feroce incursione è descritto con toni molto duri, e l’idea di incontrare il regista al „mercato dei gendarmi“ suona bizzarra, ma è quello l’indirizzo del lussuoso hotel Hilton, nel cuore della vecchia Berlino Est. La fermata del métro si chiama Stadtmitte, „centro città“. Siamo a due passi dalle antiche strutture del potere della Rdt, una sedicente „repubblica democratica” che di democratico non aveva veramente nulla. E anche in Italia, quella notte, la democrazia si fermò.

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“Diaz” è un film corale, violento, potentissimo. Daniele Vicari ha fatto un grande lavoro. Non era da tutti padroneggiare centinaia di comparse, ricostruire in modo autentico i selvaggi pestaggi di quella notte, raccontare il “dietro le quinte” con la preparazione del blitz, tenere al guinzaglio per due ore una trama con 128 attori in ruoli “parlanti”. Vicari ci è riuscito. Quello che segue è un dialogo a più voci con lui e con alcuni dei suoi attori: Claudio Santamaria, che fa il poliziotto “umano”, quello che nel mezzo del massacro decide all’improvviso di fermare i suoi uomini; Renato Scarpa, l’anziano signore che alla Diaz ci andò a dormire per sbaglio, e non l’avesse mai fatto; Davide Iacopini, uno dei giovani organizzatori del Genoa Social Forum; Fabrizio Rongione (l’attore italo-belga dei Dardenne), un signore di passaggio a Genova che, come l’anziano di cui sopra, capita nel posto sbagliato al momento sbagliato e viene trattato come un black-bloc; e Ralph Amoussou, francese di origine africana, nel film l’unico black-bloc, e paradossalmente l’unico che la passa liscia, salvato dalla generosità del padrone di un bar.

VICARI: “La sceneggiatura del film nasce dalla lettura di 10.000 pagine di atti processuali, che fra le righe raccontavano un’incredibile quantità di storie. Capimmo subito – io, la sceneggiatrice Laura Paolucci e i nostri collaboratori, Alessandro Bandinelli ed Emanuele Scaringi – che dovevamo fare un film corale, ma serviva comunque una traccia, una struttura. Ce l’hanno indicata i PM, che sono dei narratori straordinari, non a caso diversi di loro diventano romanzieri. Nel corso del processo hanno ricostruito i movimenti delle persone usando una tecnica molto simile a quella del montaggio cinematografico: attraverso le testimonianze ‘portavano’ un soggetto o un gruppo di soggetti fino alla Diaz, poi dicevano, ok, ora ‘aspettateci’ lì e vediamo nel frattempo cosa succede a questi altri, cercando di tenere insieme azioni che avvenivano contemporaneamente in diversi punti della città. È un vero e proprio montaggio alternato, quello che dovevamo fare anche noi nel film. C’è un grande modello: “Rapina a mano armata” di Stanley Kubrick. È un film che racconta la rapina alla cassa di un ippodromo dal punto di vista di più personaggi, e ogni volta ne segue uno fino al momento in cui comincia la corsa, per poi tornare indietro e seguirne un altro. La struttura narrativa nasce dagli atti del processo”.

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SANTAMARIA: “Non ho incontrato il vero poliziotto al quale si ispira il mio personaggio, ho ricostruito il suo ruolo nella vicenda leggendo ovviamente la sceneggiatura e ripercorrendo i materiali usati dagli sceneggiatori. Ho letto i verbali, ho fatto ricerche in internet. È un privilegio raro interpretare un film storico su un evento che hai vissuto di persona. La storia corale è talmente travolgente che annulla ogni divismo attoriale, ogni individualità. È un film con grandi prove d’attore, ma non è un film di attori”.

VICARI. «Il casting è stato fatto in base al talento e alla giustezza delle facce, ma prima di tutto verificando il coinvolgimento emotivo degli interpreti. Non si poteva girare un simile film con attori che, diciamo così, se ne fregassero”.

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SCARPA: “Quando ho letto il copione pensavo contenesse elementi di fantasia. Non credevo che si fosse arrivati a certi comportamenti, e quando mi hanno spiegato che era tutto vero ho capito che il fascismo non è un’ideologia, ma appunto un comportamento. Quando mi hanno proposto il film ho fatto una gaffe: davanti a Daniele ho detto che per padroneggiare questa storia ci voleva uno bravo come Costa-Gavras. Sono stato indelicato, ma Daniele ha capito cosa intendevo. È una bella persona. Anzi, è una persona. Punto”.

IACOPINI: “Ero ‘dentro’ l’argomento già da tempo: avrei dovuto intepretare un film che Vicari non è riuscito a fare, la storia di Edoardo Parodi, l’amico di Carlo Giuliani che era stato con lui fino alla sera prima della sua morte, che lo ha riconosciuto dalle scarpe vedendo le immagini in tv, e che è morto sei mesi dopo di miocardite acuta durante le manifestazioni di Davos”.

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RONGIONE: “Da figlio di emigranti, ho con l’Italia un rapporto viscerale. Crescendo, e capendo le cose, è diventato un rapporto di odio-amore. Non avete idea di quante volte, negli ultimi vent’anni, sono stato preso in giro da amici e colleghi belgi per le imprese politiche ed erotiche di Berlusconi. L’Italia è la Diaz, una cosa orribile… ed è il film di Daniele sulla Diaz, una cosa bellissima”.

AMOUSSOU: “Io nel 2001 avevo 12 anni. Le immagini del G8 di Genova sono la prima cosa che mi ha sconvolto attraverso la tv. La seconda è stata l’11 settembre… Sono cresciuto vedendo guerre in tv e facendo la spola tra la Francia e l’Africa, da dove vengono i miei genitori. In Africa sono ‘il francese’, in Francia sono un negro! Sono felice di essere parte di un film che mi sembra prima di tutto una cosa utile”.

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IACOPINI: «Io invece, nel 2001, avevo 17 anni. Avrei potuto essere a Genova… invece ero a casa mia, a Novi Ligure: 60 chilometri, un altro mondo. Non ero ancora molto interessato alla politica. Mi è rimasta una sorta di rimorso. Fare il film è stato un modo di rimediare».

RONGIONE: «Io ero in Belgio, ho visto i servizi dei tg belgi, ma ho capito la gravità della situazione dopo un paio di giorni, sintonizzandomi anche sui tg italiani».

SCARPA: “Durante il G8 ero a Roma, a casa mia. Ho visto tutto in tv, sono rimasto sconvolto. Credo che se l’Italia spera di risorgere, dopo anni di crisi, deve guardare negli occhi ciò che è successo in quei giorni”.

VICARI: “È proprio questo il motivo per cui ho voluto fare questo film. Il G8 di Genova è un momento scatenante, uno snodo storico fondamentale. Io credo che l’Italia stia vivendo una sorta di dopoguerra. C’è questo sentimento di dover ricostruire il paese, persino la classe política sembra essersene resa conto. Beh, la ‘guerra’ è iniziata a Genova. Ricordiamoci che la città era militarizzata, con i razzi Patriots puntati verso il cielo. In quei giorni, e in particolare alla Diaz, c’é stata una dichiarazione di guerra da parte delle classi dirigenti del mondo verso le proprie stesse popolazioni. Due mesi dopo, con l’attentato alle Twin Towers, la guerra è iniziata davvero, a livello mondiale. Noi italiani l’abbiamo vissuta come uno show televisivo, ma a un certo punto la crisi da politica e militare è diventata anche economica e lì abbiamo intravisto il baratro. Ma ripensare all’ultimo decennio solo nell’ottica dei nostri conti in banca è sbagliato. Come è sbagliato parlare della Diaz come della ‘notte cilena’, o del ‘fascismo’ della polizia. È un modo di togliere responsabilità. Quella notte c’è stata una sospensione dei diritti civili, quindi della democrazia, e la cosa è tanto più grave perché avvenuta in un paese democratico. Facciamoci una domanda. Subito dopo la Diaz, per alcuni giorni, diversi cittadini di paesi dell’UE – soprattutto tedeschi – sono scomparsi. Nessuno aveva loro notizie, e su nessuno di loro erano state formulate accuse, non si sapeva dov’erano, se erano o no in stato di arresto. In altri momenti questo avrebbe causato una crisi diplomatica. Perché non è successo? Perché c’era una strategia, perché le diplomazie europee avevano deciso di non disturbare la repressione in atto”.

[b]RONGIONE:[/b] “Io dico una cosa che vi sembrerà dura. Io non ero sorpreso. Indignato sì, sorpreso no. Già il fatto che Berlusconi fosse al governo mi sembrava una cosa allucinante. Genova era la conseguenza di un potere marcio. Fu una cosa incivile, ma semplicemente perché l’inciviltà era al potere”.

SANTAMARIA: “Finito il film, mi è rimasta dentro una gran rabbia. È incredibile a quali livelli di brutalità possa arrivare l’uomo”.

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