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Wild, selvaggia storia di avventura e di rinascita

Il nuovo film di Jean Marc Vallée con Reese Whiterspoon è una storia terribile, ma edificante: due ore di emozioni visive, testuali e sensoriali. [Ivo Mej]

Wild, selvaggia storia di avventura e di rinascita

GdS

25 Marzo 2015 - 22.55


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di Ivo Mej

Che cosa ci si può attendere da una ragazza che di nome fa ‘Randagia’? Cheryl Strayed, un destino nel proprio nome – vero – è una donna alla ricerca del senso della vita.

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Non lo facciamo forse tutti noi? Certo, ma per Cheryl, dalla morte della madre Bobbi a 45 anni (Laura Dern) è diventata un’ossessione. E’ proprio questa, tuttavia, che la fa progredire, spingendola attraverso il doloroso Acheronte prima del sesso sfrenato, poi della distruzione del proprio matrimonio con Marco, quindi della droga e, infine, dell’impossibile impresa del Pacific Crest Trail: 4286 chilometri tra foreste, cime innevate e deserti dei quali Cheryl ne percorre quasi 1600, dai confini del Messico, all’Oregon.

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Il film di Jean Marc Vallée, regista canadese rivelazione di Dallas Buyers Club, è capace di liberare l’anima della protagonista – vera – e lo spirito del suo libro omonimo scritto da Cheryl nel 2012. Il vero ‘tocco’ del film, tuttavia è di Nick Hornby, autore della sceneggiatura, che ha saputo spremere il succo di questa storia terribile ma edificante in due ore di emozioni visive, testuali e sensoriali (un esempio: nella prima scena del film la protagonista, Reese Whiterspoon, si stacca l’unghia dell’alluce ormai distrutta dagli scarponi, tra i versi di disgusto della sala). Si sa che gli Americani amano chi muore e risorge e la storia raccontata nel libro della Strayed ci ha messo poco a conquistare Hollywood.

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Proprio la Whiterspoon che, malgrado il suoi 38 anni, impersona in modo più che convincente una ventiseienne Cheryl, è stata una delle prime sponsor della storia. Fu lei in persona, nel 2013, ad assicurarsi i diritti cinematografici del libro e del film è anche produttore.

Non si può parlare troppo della storia senza togliere allo spettatore il gusto di scoprire il viaggio catartico verso l’eterna ‘nuova frontiera’ insieme alla protagonista. Cheryl punteggia il suo lungo cammino con i versi di straordinarie poesie di autori americani come Robert Frost, William Faulkner o Emily Dickinson e fa nove incontri importanti più uno. Tra questi, indimenticabile il divertente Jimmy Carter, nero, (“non siamo parenti”) che la scambia per una clochard e la intervista per il suo magazine ‘Barboni moderni’ (mi immagino le risate di Nick Hornby nello scrivere la parte); un contadino grasso con moglie anche più espansa di lui che la rifocillano facendole riscoprire il calore familiare; alcuni escursionisti maschi che la aiutano senza doppi fini restituendole un po’ di fiducia nell’altro sesso; un bambino incredibilmente facondo e il suo lama; una volpe che la segue fino alla fine, muta, misteriosa, inavvicinabile.

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Tutto il viaggio è scandito da questi incontri, dalla bellezza della natura e dai ricordi. Camminare da soli tutto il giorno vuol dire riflettere ore ed ore su se stessi, su quello che si è vissuto, su quello che abbiamo sbagliato, su coloro che abbiamo amato e che abbiamo ormai lasciato dietro di noi. Sono i ricordi, a volte gli incubi a dare il ritmo al film ed è nella sapiente miscela di presente e passato che si riconosce il ‘mestieraccio’ di Hornby.
Il viaggio di Cheryl – nel film e per davvero – è durato ben 97 giorni, fino al ‘Ponte degli Dei’. Qui una nuova vita è cominciata davvero per Cheryl, che si è poi risposata con Brian e ci ha fatto due figli. Bobbi, la femminuccia, omonima della mamma morta, nel film interpreta Cheryl bambina, mentre la stessa Cheryl appare a mo’ di Hitchcock-cameo a bordo di un camion che dà un passaggio alla protagonista.

Wild è una favola vera che fa vivere tutti felici e contenti, anche gli spettatori paganti.

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