Perché irrita tanto Carmen che uccide il violento invece di morire?

Aver sovvertito il finale dell'opera di Bizet a Firenze, dove la gitana ammazza Don José, obbliga a pensare al femminicidio. Non è un piegarsi al "politicamente corretto"

Carmen al Teatro del Maggio Foto © Pietro Paolini - TerraProject - Contrasto

Carmen al Teatro del Maggio Foto © Pietro Paolini - TerraProject - Contrasto

GdS 9 gennaio 2018

Stefano Miliani


 


Ha scatenato reazioni a catena e perfino editoriali in prima pagina, la Carmen al Teatro del Maggio musicale fiorentino con la regia di Leo Muscato che reagisce e uccide a colpi di pistola Don José nei panni di un poliziotto. Nel libretto dell’opera di Georges Bizet, scritto da Henri Meilhac e Ludovic Halévy sulla novella di Prosper Mérimée, è l’amante focoso ad ammazzare la donna che vuole essere libera di amare, per esempio il toreador Escamillo o chiunque voglia lei. Nella scena stavolta ambientata in un campo rom dei nostri tempi arrivano anche i poliziotti anti-sommossa. E nel finale Don José prende a manganellate Carmen, lei incassa e reagisce, gli sfila la pistola e spara. Alla “prima” di domenica la pistola giocattolo ha fatto clic invece di bum, chi dietro le quinte doveva ovviare esplodendo colpi da un’altra pistola giocattolo era e in altro affaccendato, per cui l’effetto è stato involontariamente straniante se non comico. Ma è stato un incidente di scena. A irritare i più è l’aver sovvertito il finale, su indicazione del sovrintendente del teatro Cristiano Chiarot, per ricordare che il femminicidio è un'urgenza. 


 


Far morire il violento invece della donna ha suscitato pareri beffardi e scandalizzati a iosa. Il pubblico, alla “prima” domenica sera, ha in gran parte fischiato e inondato di “buu” il regista. Oggi, martedì 9, un drammaturgo eccellente e attento al nostro tempo come Stefano Massini scrive un articolo, peraltro saporosissimo e colto, su Repubblica che si fa beffe del “politicamente corretto” proponendo di riscrivere “Moby Dick”, “Otello”, “Romeo e Giulietta” e altre opere dal finale poco edificante e poco educativo. Naturalmente il sottinteso è che così si compiono misfatti e disastri e la catarsi nella tragedia si dissolve perché una tragedia senza finale tragico non è più catartica.
Eppure due elementi vanno considerati: primo, Muscato e Chiarot hanno riportato l’opera lirica in mezzo al dibattito civile e culturale ed è un primo risultato, buono peraltro per il teatro, su un argomento scottante; secondo, invece di scorrere liscio e anonimo il femminicidio di Carmen fa drizzare antenne e dobbiamo pensare a quante donne vengono uccise, violentate, minacciate, molestate. Contro assassini, violenti, stupratori, molestatori servono le leggi, ma prima ancora serve un cambio culturale, un cambio di marcia nel pensiero e nel sentire di tutti, mariti, amanti, fidanzati, padri, figli, tutti gli uomini in testa. Una Carmen che non si fa ammazzare e uccide essendo uno spettacolo non è la Bibbia né la Divina Commedia, è passeggero. Ma obbliga a farsi domande su noi stessi in forma di opera e in un modo non scontato. L’importante è che la pistola non si inceppi anche nelle repliche. Peraltro tutte sold out.


 


 


 


 

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