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Margò Paciotti: Ho 44 anni, sono transgender e un essere umano

Si è concluso il "Drag me up- Queer Art Festival ",il cui tema di quest' anno è stato Nostereotypes.Un festival dove c' è stato spazio anche per le esperienze di vita. Sul palco a raccontasi la Drag Margò Paciotti

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Redazione

16 Dicembre 2021


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di Alessia de Antoniis

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Si è concluso il “DRAG ME UP – Queer Art Festival”, ideato e diretto da ONDADURTO TEATRO, con la collaborazione delle Drag Queen HoliDolores e del duo Karma B. Il tema di questa edizione è stato #NOSTEREOTYPES. Un festival dove Raffaella Carrà e Bertold Brecht sono andati a braccetto. Dove c’è stato spazio per il divismo drag, ma anche per le esperienze di vita. Come Blue Moon, portato in scena da HoliDolores al teatro del Lido di Ostia.

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HoliDolores nella vita è Margò Paciotti. All’anagrafe è ancora Marco. Durante lo spettacolo dice: “ho quarantaquattro anni, mi chiamo Margò, sono transgender e sono semplicemente un essere umano”. Margò è nel mezzo del suo percorso di transizione MtoF (Male to Female) e sul palco si racconta nei panni di una drag queen.

 

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Perché hai scelto di raccontare la tua storia?

È stata una scelta istintiva. L’ho sentita come una necessità fisica. Volevo raccontare quello che può accadere a ognuno di noi. Magari tra il pubblico c’è chi dice: allora non sono l’unico, l’unica. È un’azione sociale e un mio modo per esternare un processo interiore che ancora sto affrontando. La difficoltà è stata nel non farmi coinvolgere emotivamente.

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Con tuo marito Lorenzo Pasquali, hai fondato Ondadurto teatro. Ma lavori anche nelle scuole. Sei stata accolta senza problemi?

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Lavoro con ragazzi delle elementari e delle medie facendo teatro. Per alcuni alunni, vedermi un anno come Marco e poi diventare Margò è stato impattante, ma ha fatto emergere dubbi e domande, che hanno generato discussioni che hanno mostrato nuove possibilità. Io non faccio un lavoro di educazione di genere nelle scuole, faccio un lavoro teatrale, ma attraverso questo cerco di abbattere le barriere degli stereotipi di genere. Anche semplicemente lavorando con Shakespeare con i più piccoli.


Anche con Romeo e Giulietta, io do sempre la possibilità a tutti di scegliere il ruolo. Quest’anno un bambino ha deciso di interpretare Giulietta. All’inizio ha provocato un po’ di ilarità nei compagni, soprattutto nei maschi: poi, parlandone, è come se avessi dato a questo bambino la possibilità di esprimersi realmente e di cercare attraverso il personaggio delle cose di se stesso. Se fosse stato possibile quando io avevo quell’età, mi sarei risparmiata molte sofferenze.
Noto spesso che i più piccoli danno pochissima importanza all’apparenza. È una costruzione sociale che viene col tempo. Quando io metto una parrucca e la lezione dopo la cambio, possono fare un intervento simpatico tipo: “rossa sta meglio che bionda”, ma non c’è mai un atteggiamento giudicante da parte loro. E le insegnanti imparano molto dai piccoli.

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In scena ripeti “chi sono io?”. Questa domanda è rivolta a te stessa e hai imparato a risponderti. Anche le persone che si relazionano con te se lo sono chiesto?

Ho lavorato molto sull’identità ma anche sulla visibilità; sull’importanza di rendersi visibili innanzitutto a se stessi. Ho iniziato tardi il mio percorso di transizione e ho vissuto i miei primi quarant’anni come se avessi creato un’identità sostitutiva, che però non mi consentiva di essere realmente visibile a me stessa e, di conseguenza, agli altri. Ho capito che accettando la mia vera identità, mi sono resa visibile anche agli altri. Nelle relazioni interpersonali ho meno difficoltà. Pensavo che, presentandomi come Marco, fossi agevolata. Era un errore e l’ho capito. Accettando profondamente la tua identità e rendendoti visibile, ti rendi visibile anche agli altri. E questo abbatte tanti ostacoli.


Cosa ti ha reso felice nel processo di transizione?

Guardarmi allo specchio e vedere che riflette me. È una sensazione strana e forse anche per questo ho sentito l’esigenza di raccontarla. Durante il percorso di transizione, ho ricordato molti avvenimenti del mio passato, rapporti, sensazioni che ho vissuto fin da piccola. È come se avessi lucidato uno specchio e reso nitida l’immagine che appare davanti a me. Questo mi da una felicità grandissima.


Come hanno reagito i tuoi genitori? Avevano già affrontato il tuo coming out, ma eri sempre Marco…

Per loro è stato un terzo coming out. A 18 anni ho fatto il primo, dicendo che ero omosessuale. Perché questo pensavo di essere. Poi ho fatto un altro coming out quando ho deciso di andare a vivere con Lorenzo e di sposarci. Due anni fa ho fatto il terzo, il più complesso. Ormai per loro era normale avere un figlio gay, sposato con un altro uomo, accettatissimo, con le cene di Natale con le due famiglie unite… Dopo vent’anni era una situazione ormai consolidata. Rimettere tutto in discussione è stato complesso. Questo percorso, però, non è mai solo personale: è collettivo. Tutte le persone che sono intorno a te, che ti vogliono bene, vengono coinvolte. I genitori, poi, si chiedono che tipo di responsabilità hanno avuto.


All’inizio ho dato loro una grande responsabilità. Ricordo quando, da piccola, mi veniva rifiutato di giocare con alcuni giocattoli perché non erano da maschio. Ricordo quando le amiche di mia madre, nelle foto, mi scambiavano per una bambina: non dall’aspetto, ma dalla postura. Sono tutte esperienze che mi hanno fatto male. Consideravo i miei genitori gli unici responsabili di questa situazione. Per non aver capito, per non avermi difeso, per non avermi aiutata. In terapia ho capito che ogni persona ha il suo percorso, il suo background culturale ed emotivo, e sono riuscita ad accoglierli. Ho capito che erano spaventati. Erano nel mezzo di una situazione sconosciuta. Vedere il loro primogenito, maschio, che a Natale chiedeva una Barbie o giocava con le bambine a fare la parrucchiera… Cose semplici che mi rendevano felice, ma che fin da piccola ho imparato a fare di nascosto. Nascondevo le bambole sotto al letto quando arrivava mio padre. Non è stato semplice e da lì è iniziato il rancore.


Sei sposata con Lorenzo, ma il vostro rapporto si basa su un equilibrio tra due uomini. La transizione sta mettendo in discussione il vostro equilibrio?

Al di là della dell’aspetto affettivo, sentimentale, c’è un equilibrio all’interno della coppia che viene completamente stravolto. Questa è stata la mia paura più grande e quello che mi tocca più profondamente. È ciò che all’inizio mi ha frenata nell’affrontare il percorso. Ne abbiamo parlato a lungo. Lorenzo è un uomo che ha progettato la sua vita con un uomo. Un uomo dal quale è stato sempre attratto e di cui si è innamorato. È un uomo meraviglioso che continua a rassicurarmi. Sono fortunata ad averlo accanto. Il nostro rapporto va oltre la sessualità e i ruoli di genere all’interno della coppia. È un’intesa profonda. E dopo vent’anni di vita insieme, abbiamo deciso di affrontare questa nuova sfida.

Mi ha detto: “io sto con te in questo percorso, anche se non so quello che accadrà. Come non lo sai tu. Capiamo insieme, man mano, quello che accade”. Come tutte le cose non c’è certezza. Nessuno può dire “ti accetterò per sempre”. Io sono ancora nel mezzo della transizione. È un momento in cui non mi definirei né uomo né donna. E non so dove mi porterà questo percorso. Spero di poterlo condividere con lui fino in fondo e capire insieme come trasformare il nostro rapporto.


Dopo millenni di certezze culturali, dove tutto era diviso in bianco e nero, stiamo imparando a fare i conti con la diversità?

Ho la fortuna di fare un mestiere che mi mette costantemente in discussione e questo aiuta. Sia come coppia che come individui. È un mestiere che ci porta a viaggiare molto e a conoscere realtà differenti.

È per questo che il ddl Zan era importante. È gravissimo che nessuno abbia voluto trovare un accordo. Era un decreto migliorabile, ma intanto bisognava trovare una strada, non tanto politica quanto di civiltà. È per questo che continuo a lavorare nelle scuole. Ed è anche il contributo che vogliamo dare con il nostro festival, che abbiamo chiamato Nostereotypes. Quello che non fa la politica, dobbiamo farlo noi, dal basso. Creare una conoscenza che venga dall’esperienza diretta, della vita di tutti giorni, e che porti a una consapevolezza maggiore e a una richiesta politica differente.


Per chi non è fortunato come te esiste
 un progetto che si chiama Casa Marcella. È un progetto che finanziate con la vendita di un libro. Me ne parli?

“Casa Marcella” è un luogo di accoglienza temporanea per persone trans e non-binarie che non hanno una casa o scappano dalla violenza. Si trova in un luogo sicuro della Toscana. Pensa che ci sono adolescenti che si ritrovano le valige fuori dalla porta di casa e le serrature cambiate. Ci sono persone trans adulte che non intraprendono un percorso per timore di perdere lavoro, casa e famiglia.

Io sono stata fortunata perché sono in un ambiente aperto a determinate tematiche. Ho avuto comprensione da parte della mia famiglia e da parte delle persone che mi stanno accanto. Ma ancora oggi essere una persona transessuale o non binaria non è accettato nella di tutti i giorni. Abbiamo lo stereotipo che le persone transessuali sono tutte prostitute. È come se fosse una perversione sessuale.

 

Una transessuale che va a fare un colloquio di lavoro difficilmente viene assunto in un bar o in un negozio di abbigliamento. Se sei gay va bene. Perché? Una responsabilità ce l’ha la comunicazione. C’è stato un momento in cui il gay è stato sdoganato dalla televisione, dal cinema, dalla moda. Ovviamente in versione stereotipata, ma è stata aperta una strada. La politica è arrivata dopo. Ecco perché ti dico che si può arrivare dal basso. Ora si iniziano a vedere alcuni transessuali in televisione. La politica non ha interesse ad avvicinarsi alla realtà quotidiana.


“Casa Marcella” è una iniziativa che dovrebbe essere ripetuta ovunque sia possibile, perché ci sono persone che non hanno una famiglia accogliente che si ritrovano in strada. Ma in strada ci finiscono per sopravvivere. Spesso è la necessità che spinge a fare scelte non volute come prostituirsi. Iniziative come casa Marcella sono fondamentali per rompere questo circolo vizioso. Sono strutture che consentono di costruirsi un futuro differente. Per questo sosteniamo questo progetto con la vendita di un libro. È una di quelle iniziative che può cambiare la società partendo dal basso, dalla pratica. Partendo da noi.

 

Per accedere alle terapie necessarie alla transizione, c’è bisogno di una diagnosi. Ti senti malata?

Purtroppo è così. A livello diagnostico risulta che hai una disforia di genere, una malattia. È stata comunque una conquista. Da qualche parte bisognava iniziare. Poi però ci siamo fermati. Ecco perché è importante ripartire da noi, dal basso, dalla vita quotidiana. La politica arriverà.

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