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Paolo Rossi: regista lirico e sarcastico in teatro

Intervista a Paolo Rossi, che racconta lo spettacolo di cui è regista al Teatro Nuovo di Spoleto: il dittico ‘Alfred, Alfred’ di Donatoni e ‘Gianni Schicchi’ di Puccini.

Paolo Rossi: regista lirico e sarcastico in teatro

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26 Settembre 2014 - 15.09


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di Davide Monastra

“Personalmente mi viene da ridere quando penso che sto facendo il regista lirico nei teatri, perché non avrei mai pensato che nella mia vita avrei poturo farlo, nonostante la musica abbia sempre accompagnato e sia stata sempre presente in tutta la mia carriera”. Si racconta così Paolo Rossi, che al Teatro Nuovo “Gian Carlo Menotti” di Spoleto presenta un’originale performance improntata sul tema della burla che affianca un’opera degli inizi del ‘900, “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini, ad una del nuovo millennio “Alfred, Alfred” di Franco Donatoni.

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Come è nata l’idea di realizzare questo spettacolo?

Tutte le attività che realizzo, nascono dalla proposta: al Teatro Nuovo di Spoleto ho deciso di portare questo progetto, questo dittico. Ho avuto la fortuna di incontrare Marco Angius e, nel momento in cui ci siamo compenetrati nel metodo, siamo riusciti insieme a costruire uno spettacolo circolare, mettendo vicini questi due atti che sembrano così lontani nel tempo e nelle modalità musicali. È un esprimento che, dalle prima anteprime, mi sembra sia riuscito anche abbastanza bene, soprattutto per i bambini, che hanno apprezzato tantissimi la parte di Donatoni, vedondola quasi come un cartone animato. Poi con Puccini, si va sul sicuro, perché bambini, ragazzi e adulti rimangono incantati dalla musica.

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Come è stata la collaborazione con il direttore d’orchestra Marco Angius?

Perfetta! Assolutamente perfetta e complementare. Io mi sono messo a sua disposizione e lui si è messo a mia disposizione: non abbiamo mai avuto problemi. Abbiamo fatto il massimo di quello che potevamo fare.

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Lei è legato alla città di Spoleto. Qui ha esordito alla regia lirica nel 2010 con “Il Matrimonio Segreto” di Domenico Cimarosa.

Sì, ma dopo Spoleto sono stato in Cina per realizzare opere liriche, sono stato anche al San Carlo di Napoli. Davvero non avri mai creduto che avrei fatto anche questo nella mia vita. Però, e ci tengo a sottolinearlo, effettivamente io ho debuttato all’inizio della mia carriera con “l’Histoire du Soldat” di Igor Stavinskij al Teatro La Scala di Milano con la regia di Dario Fo, dove facevo il mimo, l’attore, l’assistente: tutto quello che si faceva in quei tempi. Quindi la musica mi è sempre stata vicina in tutti gli spettacoli. Io non sono un musicista, tecnicamente parlando, però ho sempre lavorato con la musica che crea in me immagini, azioni, suggestioni. È come quando sei in macchina, no?, ascolti John Coltrane e ti immagini delle situazioni. Io passo dal jazz, a “La Balilla”, per dire, a Puccini in meno di un secondo, non ho problemi.

Oltre ad essere un divoratore di musica, come si approccia a questi grandi compositori, come Puccini e Cimarosa?

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Se vuoi proprio saperlo, ho anche un metodo divertente. Questa cosa mi è successa quando ho messo in scena “Il Matrimonio Segreto” di Domenico Cimarosa, mi è ricapitato anche con Puccini , anzi mi succede tutte le volte che sento tutte le altre cose che ho fatto. Quando ascolto questi pezzi di musica classica, mi vengono subito in mente dei pezzi di musica leggera odierni: cioè hanno saccheggiato tutto. Quando sento: (cantando, ndr) “L’eternità”, a me viene da finire con “…abbracciami più forte, io sono qua!”…

Ma oltre a farla divertire, la musica leggera ha fatto bene o male a “saccheggiare” la musica classica?

Hanno fatto bene, è giusto copiare questi grandi compositori: in arte rubare è una cosa buona, non è come negli altri ambiti. Se rubi dagli altri però l’importante è che cambi alcune note, alcune suggestioni, ma il risultato lo ottieni di sicuro.

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Che cosa si deve aspettare il pubblico dalla sua regia?

Se facessi un prologo, cosa non faccio in questo dittico, direi al pubblico nel primo tempo di diventare bambino e per il secondo tempo di concentrarsi sulla musica. Non è che non deve ascoltarla nel primo, per l’amor di dio, non voglio dire quello! Però sono due passaggi diversi. In Donatoni prima guardi le immagini e poi senti la musica e la percipisci, con Puccini avviene l’inverso: senti la musica e ti lasci andare a questi parenti, veramente infami, che si trovano un po’ in tutte le famiglie e in tutti i partiti politici.

Le manca la televisione?

Io proprio l’altro giorno ho fatto per la prima volta Ballarò e ho fatto un monologo proprio dal Teatro di Spoleto, che è andato non bene di più, nonostante la trasmissione pare non sia andata bene. Quando c’è l’occasione faccio televisione, giusto per far capire alla mia portinaia che non sono un balardo: non torno alle cinque di notte perché sono strano, ma perché lavoro. Anche perché, fai due cazzate in televisione e sei famosissimo, poi se vai a fare spettacolo in Albania, in Cina, vai qua, vai là, fai tournée in teatro in giro per il mondo, ma sarebbe troppo difficile da spiegare.

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