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Identità in conflitto: la frattura tra l’universo inclusivo di Harry Potter e le posizioni di J.K Rowling

Qualcuno potrebbe pensare che la posizione politica di un autore sia desumibile della sua narrativa. Ebbene, il caso di una delle autrici più lette e vendute di questo secolo testimonia non sia così.

Identità in conflitto: la frattura tra l’universo inclusivo di Harry Potter e le posizioni di J.K Rowling
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15 Aprile 2026 - 10.57 Culture


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di Chiara Monti e Christopher Catania

J.K. Rowling è una delle scrittrici più premiate e influenti del panorama editoriale contemporaneo. Il successo della saga di Harry Potter,  poi trasformata in un fenomeno cinematografico con Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint, ha contribuito a costruire un immaginario condiviso, capace di parlare soprattutto a chi si è sempre percepito ai margini. Ancora oggi, l’universo narrativo continua a vivere anche grazie a nuovi progetti targati HBO.

Negli ultimi anni, però, la figura pubblica di Rowling ha suscitato forti controversie. Le sue posizioni sul tema dell’identità di genere, in particolare il sostegno alla centralità del sesso biologico e l’appoggio a interpretazioni restrittive dell’Equality Act,  l’hanno resa una delle protagoniste più polarizzanti del dibattito contemporaneo. Il suo sostegno a realtà come For Women Scotland e il consenso espresso verso la sentenza della Corte Suprema britannica del 2025 ha consolidato questa immagine.

Tuttavia, più che la posizione in sé, colpisce la frattura che sembra emergere tra queste idee e il mondo narrativo che lei stessa ha costruito. Se si entra nello specifico della saga, infatti, l’universo di Harry Potter è attraversato da una critica costante alle logiche di esclusione basate su categorie rigide. Il conflitto tra “purosangue” e “mezzosangue” è una metafora esplicita di ogni forma di discriminazione legata all’identità. I Mangiamorte e Lord Voldemort fondano la loro ideologia proprio sull’idea che esista una purezza da difendere e una contaminazione da respingere. Eppure, l’intera narrazione lavora per smontare questa visione: i personaggi più positivi sono spesso ibridi, imperfetti, difficili da classificare.

Non solo. Figure come Remus Lupin,  discriminato per la sua condizione di licantropo, o gli elfi domestici, trattati come una sottoclasse naturale, mettono in scena dinamiche di marginalizzazione che richiamano direttamente il tema del riconoscimento sociale. Anche Severus Snape, pur nella sua ambiguità morale, è costruito come un outsider segnato da origini umili e da un’identità mai pienamente accettata.

A rafforzare questa lettura inclusiva si può aggiungere anche un episodio significativo legato a Albus Silente. In una discussione su Twitter, un fan chiese a Rowling perché avesse dichiarato che Silente fosse gay, sostenendo che “non lo sembrava affatto”. La risposta dell’autrice fu tanto semplice quanto incisiva: suggerì ironicamente che forse fosse perché “i gay appaiono proprio come persone normali”. Con questa presa di posizione, Rowling difendeva esplicitamente la normalità dell’omosessualità e si schierava contro ogni forma di discriminazione. Sottolineò inoltre il proprio diritto autoriale nel definire il personaggio, ribadendo che Silente “è quello che è”. La risposta ebbe un’enorme risonanza sui social, venendo ampiamente condivisa e celebrata come un esempio efficace di contrasto all’omofobia.

In questo senso, la saga sembra suggerire che l’identità non sia qualcosa di fisso o determinato una volta per tutte, ma piuttosto un processo complesso, fatto di scelte, relazioni e trasformazioni. È un mondo in cui le categorie rigide,  sangue, origine, natura,  vengono costantemente messe in discussione. Ed è qui che si può percepire una dissonanza piuttosto netta. Le posizioni pubbliche di Rowling sembrano invece insistere proprio sulla necessità di definizioni stabili e confini chiari, soprattutto quando si parla di identità e diritti. Mentre la saga di Harry Potter mette in discussione l’idea che la “natura” determini il destino di una persona, le posizioni pubbliche dell’autrice sembrano invece, almeno in parte, ribadire proprio questo concetto.

Questa distanza emerge ancora di più se si pensa al messaggio che molti lettori hanno tratto da Harry Potter: l’idea che chi è diverso, per nascita, per condizione, per identità,  meriti riconoscimento e protezione, non esclusione. È un immaginario che ha funzionato, per anni, come spazio di identificazione per soggetti marginali. Proprio per questo vedere la sua autrice sostenere posizioni percepite come escludenti produce un effetto di straniamento.

Naturalmente, si potrebbe sostenere che la lettura inclusiva della saga sia stata, almeno in parte, una costruzione dei lettori stessi. Ma resta il fatto che il cuore dell’opera si basa sulla concezione che i “cattivi” credono nelle identità pure e immutabili, mentre i “buoni” vivono nella complessità e nella mescolanza.

Le conseguenze di questa frattura sono visibili anche sul piano pubblico. Parte del cast ha preso le distanze e iniziative simboliche come quella della libreria The Bookish Type, che ha invitato i clienti a vandalizzare una copia di Harry Potter in cambio di una donazione per finanziare l’assistenza a  persone transgender, mostrano quanto il conflitto sia diventato anche culturale oltre che politico. In conclusione, solo evitando semplificazioni e contrapposizioni assolute si può aprire uno spazio di dialogo reale che non tradisca quella complessità, paradossalmente, raccontata dall’universo letterario di Harry Potter.

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