Il Super Bowl si conferma non solo la finale più seguita dello sport americano, ma anche un palcoscenico dove musica, identità e politica si intrecciano. Sul campo abbiamo visto dominare nettamente i Seattle Seahawks contro i New England Patriots: 29-13. Ma il vero protagonista della serata, come afferma Francesco Prisco su Il Sole 24 ore, è stato Bad Bunny, reduce da tre vittorie ai Grammy, che dal palco del Levi’s Stadium ha trasformato l’half time show in una performance narrativa oltre che musicale, lanciando un messaggio di unità nazionale: «Assieme siamo l’America, l’unica cosa più potente dell’odio è l’amore».
L’esibizione si è aperta con una scenografia che ricreava l’immaginario della “Casita Rosa”, cifra estetica dell’ultimo progetto dell’artista: una sorta di villaggio simbolico, animato da ballerini, musicisti e figuranti provenienti da diverse comunità latinoamericane. Lo spettacolo ha alternato momenti intimi a grandi coreografie collettive, con un uso massiccio di luci e proiezioni che trasformavano lo stadio in uno spazio scenico immersivo. Accanto a Lady Gaga, che incanta cantando Die With A Smile, Ricky Martin, Cardi B, Pedro Pascal e Jessica Alba sono apparse persone comuni legate alla diaspora portoricana, chiamate a rappresentare storie reali di migrazione e appartenenza.
Momenti ad alto valore simbolico, come il dono di un Grammy a un bambino e la celebrazione in diretta di un matrimonio, si sono intrecciati con sequenze di danza corale, rafforzando i temi dell’inclusione e della famiglia, centrali nell’album del cantante. La chiusura, con l’elenco dei Paesi del continente americano e un corale God Bless America, ha suggellato l’idea di un’identità plurale.
Trump è intervenuto quasi subito sul social Truth definendo l’esibizione «lo show più brutto di sempre», uno schiaffo per il Paese. Il Presidente ha seguito l’evento da Mar-a-Lago, preferendo promuovere un concerto alternativo in area conservatrice organizzato da ambienti vicini al movimento Maga. La sua assenza è stata letta anche come critica alla scelta della Nfl di affidare l’half time show a un artista che canta in spagnolo, segnale della volontà della lega di ampliare il pubblico oltre i confini statunitensi. Una strategia che, come evidenzia Francesco Prisco, non è stata accolta positivamente da una parte dell’elettorato conservatore.
Negli Stati Uniti il Super Bowl resta una festa laica capace, almeno nelle intenzioni, di unire una nazione profondamente divisa. Proprio per questo ogni decisione artistica assume un peso politico. Le passate dichiarazioni della segretaria alla Homeland Security, Kristi Noem, sui controlli dell’Ice durante gli eventi sportivi hanno contribuito ad alimentare le tensioni, soprattutto in una città come Santa Clara, caratterizzata da una forte presenza di residenti nati all’estero.
Tra sport, musica e identità nazionale il Super Bowl si conferma non solo un evento globale ma specchio delle contraddizioni americane dove la ricerca di consenso e visibilità sui social sembra ormai inseparabile dalla narrazione politica.