La leggerezza spezzata: l'indissolubile legame tra Milan Kundera e la Primavera di Praga | Giornale dello Spettacolo
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La leggerezza spezzata: l'indissolubile legame tra Milan Kundera e la Primavera di Praga

Quella della Primavera di Praga fu una breve stagione di riforme e libertà intellettuale. Milan Kundera è stato un testimone diretto di quegli eventi e ne 'L’insostenibile leggerezza dell’essere' ha ripercorso l’entusiasmo e la paura del tempo, restituendo umanità a una svolta storica soffocata dai carri armati.

La leggerezza spezzata: l'indissolubile legame tra Milan Kundera e la Primavera di Praga
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10 Gennaio 2026 - 12.42 Culture


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di Martina Narciso

Nel 1968 in Cecoslovacchia dopo anni di controllo, paura e silenzi forzati, qualcosa si incrinò. All’alba del nuovo anno Antonín Novotný lasciò la direzione del Partito Comunista Cecoslovacco e al suo posto il 5 gennaio venne eletto Alexander Dubček. Originario della Slovacchia, era uno degli esponenti dei cosiddetti riformisti socialisti, il cui progetto venne presto sintetizzato in quella formula che passò poi alla storia come “socialismo dal volto umano”. Dubček, infatti, immaginava una riforma interna al sistema socialista di stampo liberale, che riconoscesse libertà politiche e culturali, abolisse la censura, separasse il partito dal governo, che garantisse una maggiore autonomia sindacale e parità tra le diverse componenti etniche del paese. Per otto mesi la Cecoslovacchia conobbe una liberalizzazione senza precedenti nel blocco sovietico e visse una fervida stagione di entusiasmo collettivo che venne soprannominata, per la sua ventata di vitalità e rivoluzione, “Primavera di Praga”. 

Accolta calorosamente dai cittadini cechi, non fu ugualmente ben vista dal governo sovietico. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, i carri armati del Patto di Varsavia entrarono nel Paese e misero brutalmente fine alla Primavera. All’alba, il primo ministro Dubček assieme agli altri ministri del governo fu arrestato e sostituito, su indicazione di Breznev, da Gustáv Husák che annullò quasi tutte le riforme del suo predecessore. Di fatti, dopo l’invasione la Cecoslovacchia entrò nel cosiddetto periodo di “normalizzazione”, per cui il Paese era nelle mani di leader favoriti da Mosca che dovevano ripristinarne le condizioni politiche ed economiche agli anni antecedenti alla Primavera, in modo da riportare in auge il comunismo sovietico e controllare direttamente che non si aprissero più crepe dissidenti nel mondo oltre la cortina di ferro. 

Le riforme furono cancellate, la censura ripristinata e la paura tornò a essere una presenza quotidiana. È in questo clima che si muoveva Milan Kundera, uno degli intellettuali e scrittori più brillanti non solo della letteratura ceca ma anche di quella europea del XX secolo. Nato a Praga nel 1929 Kundera visse la sua Primavera in prima persona, condividendone l’entusiasmo, parlando pubblicamente nelle piazze e incitando gli intellettuali a proteggere la cultura e a difendere l’autonomia delle arti dalle mani intrusive del governo. Autore di poesie, romanzi e saggi, l’opera per cui è universalmente noto è ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’. Sebbene sia stato pubblicato diversi anni più tardi nel romanzo gli eventi della Primavera di Praga rimangono centrali, dai suoi esordi sino al periodo buio della normalizzazione, incarnando tanto l’entusiasmo quanto la paura del tempo nei protagonisti, anch’essi spettatori diretti della storia. 

Tomaš e Tereza sono persone comuni, intellettuali travolti dalla repressione: il primo passa dall’essere un chirurgo stimato a un lavavetri, la seconda inizialmente fotografa entusiasta l’invasione, poi viene arrestata e minacciata ma, nonostante ciò, continua a scattare. “Del resto, i primi sette giorni dell’occupazione lei li aveva passati in una specie di trance che somigliava quasi alla felicità. Girava per le strade con la macchina fotografica e distribuiva le sue pellicole ai giornalisti stranieri, che se le contendevano. Un giorno che esagerò in temerarietà e fotografò da vicino un ufficiale che puntava la pistola contro un gruppo di persone, l’arrestarono e la tennero tutta la notte al quartier generale russo. Minacciarono di fucilarla, ma non appena la rilasciarono, lei tornò di nuovo per le strade a fotografare.

I primi giorni dell’occupazione erano vissuti come una sorta di trance, tra paura ed esaltazione, ed effettivamente la popolazione risposte con una resistenza passiva e straordinariamente pacifica, assediando la sede della radio, tappezzando la città di cartelli che deridevano gli invasori e coprendo con la vernice le indicazioni stradali per disorientare i soldati russi. Ma poi arrivò, tempo dopo, il crollo dell’illusione: “Pensava ai giorni in cui fotografava i carri armati. Com’erano stati ingenui! Credevano di rischiare la vita per la patria, e intanto, senza nemmeno saperlo, lavoravano per la polizia russa.” 

La fine della festa è segnata simbolicamente dal ritorno di Dubček, ormai non più eroe della riforma, bensì uomo distrutto che balbettava alla radio ed era stato costretto a firmare un compromesso umiliante: “Era ritornato umiliato e aveva parlato a una nazione umiliata. Era umiliato al punto di non poter parlare. … Se di Dubček non rimanesse nulla, quelle pause lunghe e terribili durante le quali non riusciva a respirare, durante le quali boccheggiava davanti all’intera nazione incollata agli apparecchi, quelle pause rimarranno dopo di lui. In quelle pause c’era tutto l’orrore che si era abbattuto sul paese”.

Da quel momento anche il paese avrebbe cominciato a balbettare. Negli anni successivi, infatti, Praga cambiò volto. Molti emigrarono, altri morirono. I funerali divennero eventi sorvegliati dalla polizia, filmati di nascosto per schedare i presenti. Ciò che descrive lucidamente Kundera è una società in cui “la disperazione che si era impadronita del paese si infiltrava attraverso l’anima e penetrava nei corpi annientandoli”. Già nel suo primo romanzo, ‘Lo scherzo’, aveva denunciato come bastasse una frase ironica (“Viva Trotskij”) per distruggere la vita di un giovane studente, nemico di un regime che non tollerava né le ambiguità né la libertà individuale, forte reclame della Primavera. 

Per Milan Kundera, la cultura non poteva e non doveva rimanere neutrale: scrittori, artisti e intellettuali avevano il diritto e soprattutto il dovere di difendere la libertà di pensiero. Non a caso il suo contributo è stato imprescindibile non solo nell’ambito letterario ma anche in quello storico, perché l’eco della sua voce e la potenza della sua penna lo annoverarono tra i dissidenti intellettuali più temuti. E così, oltre a vivere l’entusiasmo della stagione, ne subì anche le conseguenze venendo censurato, coi suoi testi messi all’indice, perdendo la sua cattedra all’università ed essendo costretto all’esilio.

Ciò che oggi sono i suoi libri, in cui la Primavera di Praga continua a esistere come esperienza vissuta fatta di entusiasmo, paura, umiliazione perdita. Nei romanzi di Milan Kundera la storia non è mai un mero sfondo, bensì una protagonista forte e imprescindibile che ritorna eternamente nelle vite degli uomini, schiacciati tra il desiderio di leggerezza e l’insostenibile peso della propria parabola esistenziale a cui ognuno attribuisce indifferentemente le proprie verità. La verità della Primavera di Praga non è stata cancellata anche grazie alla sua voce: Milan Kundera ne ha custodito le contraddizioni, le speranze e le ferite, trasformandole in letteratura. E in un sistema che voleva ridurre la cultura a propaganda, i suoi romanzi hanno dimostrato che raccontare era già un atto politico. Forse, è questa la sua eredità più duratura: aver mostrato che, anche quando la storia impone il silenzio, la letteratura può, e deve, continuare a parlare.

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