Capodacqua è una frazione a sud di Arquata del Tronto sotto la strada che s’incunea tra i monti per arrivare a Norcia. Il 24 agosto 2016 fu tra i luoghi colpiti più violentemente dal terremoto che, nelle Marche e nell’Umbria meridionali, sferrò i colpi peggiori il 26 e 30 ottobre. Qui il Ministero della cultura e il Fai – Fondo ambiente italiano nel novembre 2024 conclusero il restauro del prezioso oratorio di Santa Maria del sole con i suoi affreschi cinquecenteschi e il campanile.
A fronte di questo bel risultato nel paese tutt’intorno regna il silenzio, le piante rivestono muri sbrecciati delle case crollate, mentre assi di legno, tegole e i nastri arancioni dei cantieri occupano uno slargo vicino al monumento; gli edifici in là sembrano integre e sono deserte, inagibili.
In un pomeriggio domenicale di fine agosto ci fa da guida Berardina Di Cesare. “Anche per la vastità del Cratere, dopo dieci anni secondo me la ricostruzione è molto in ritardo”. Cosa si dovrebbe fare? “Il freno è la burocrazia. Si snelliscano le pratiche burocratiche, spesso inutili, che gravano su tutto il territorio. Servirebbero deroghe, sanatorie, purché con la massima serietà, la sicurezza è basilare. E bisognerebbe dare la priorità al vero cratere, Arquata, Accumoli, Amatrice”. Almeno fino a Castelluccio o Castelsantangelo sul Nera? “Certo. Senza togliere nulla agli amici dei comuni limitrofi, non è una lotta, però i tre che ho citato hanno pagato con 300 vittime quindi, per rispetto, avremmo dovuto avere una priorità rispetto ad altri”.

Nel paesino ai bordi del parco dei Monti Sibillini transita e parcheggia l’auto un signore di nome Gianni. È sconsolato: “Sono qui perché ho casa ma non ci hanno dato la possibilità di fare i progetti per ristrutturarla, non è distrutta, è inagibile. Vivo a Roma, Capodacqua è al punto zero”.
Poco più sotto nella valle lungo la via Salaria si distende il villaggio delle casette prefabbricate denominate “Sae”, soluzioni abitative in emergenza, di Pescara del Tronto.
Ci vive la signora Luciana: “Le case cominciano ad avere problemi con le infiltrazioni d’acqua, con le tegole, i pannelli solari manco funzionano più, in una settimana mi si sono rotte la valvola del boiler, la scheda della caldaia, la lavatrice. All’inizio dicevano che avremmo abitato qui per quattro-cinque anni”. Quando spera di poter rientrare nella sua casa in paese? “La speranza si è affievolita parecchio. Finché non vediamo con i nostri occhi i lavori iniziati a Pescara del Tronto non ci crediamo”. Emergono preoccupazioni frequenti. “C’è stato uno spopolamento gravissimo negli ultimi anni – dice ancora Luciana a globalist.it –. Prima del terremoto nel comune di Arquata mi sembra fossimo 1.200, adesso a viverci sempre saremo 400”.

Accanto a Luciana nella veranda siede Vincenza: “Dobbiamo prendere la macchina per qualsiasi cosa e non tutte le donne qui guidano, molte stanno sopra gli 80 anni. Abbiamo un negozietto, una macelleria. Per la banca o l’ufficio postale aperto solo la mattina dobbiamo spostarci. La farmacia è a qualche chilometro da qui, a Trisungo, non è sempre aperta; abbiamo il dottore per due ore due volte a settimana”.
Vincenza ha un cruccio: “Qui non c’è vita sociale. In 25-26 casette con due o al massimo tre persone non veniamo tutti dallo stesso posto, noi paesani ci ritroviamo uno qua, un altro là … In più con il fiume a 20 metri c’è umidità. E spesso non ci possiamo muovere: vengono cinghiali, lupi, volpi, ma il posto è loro, non nostro, noi non dovremmo stare qua”.

Dalla Salaria si scorgono alcune gru ad Arquata del Tronto: sono di cantieri partiti. Per il paese sbriciolato in più punti è stato elaborato e avviato un progetto unico speciale affinché una struttura sotterranea attenui sensibilmente gli effetti delle scosse sull’abitato una volta ricostruito visivamente com’era prima. L’Ufficio speciale ricostruzione Usr Marche prevede di completare i lavori pubblici, comprese le case private, in sei anni; dopo saranno i privati a rifinire la propria casa.
Andrea Izzi è il referente operativo e coordinatore dell’associazione Arquata Potest. “Abito ad Ascoli ma ho fatto domanda per una Sae a titolo oneroso per spostare la residenza qui dove vivevo. Qualcosa della ricostruzione è partito nell’ultimo anno, soprattutto a Borgo d’Arquata, Trisungo e nella parte alta di Pretare. Tante altre frazioni però rimangono indietro. Se tutto fila liscio ci sarà da aspettare almeno altri 15 anni”.
Prospettive di lavoro? “Fino a tre anni fa avevo un negozio di computer ad Ascoli. Poi ho fatto una scelta di vita. Siamo capofila di un progetto con la Fondazione Carisap e questo mi ha dato l’opportunità di diventare dipendente dell’associazione”. È fondamentale un’ottima connessione internet? “Assolutamente sì. Rispetto a prima del terremoto e ad altre aree interne la situazione qui è migliore. La possibilità di lavorare online potrebbe attrarre persone per delocalizzare qui la propria attività o fare come me”.

A Borgo d’Arquata, poco sotto il capoluogo, il Comune è insediato in nuovo palazzo antisismico. Nell’edificio multiuso del Rotary Club il suggestivo museo aperto da un anno grazie agli sforzi di più istituzioni “L’identità ritrovata” espone a rotazione opere d’arte restaurate da siti inagibili del territorio. Da questa estate accoglie un ospite in più, un leone dell’XI secolo in arenaria: lo staccarono dalla disastrata chiesa locale dei santi Pietro e Paolo il restauratore Massimo Ippoliti e il Comando dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Ancona.
La piccola raccolta ospita visite guidate e stimola dibattiti. Il 30 agosto l’Unione Montana del Tronto e Valfluvione ha organizzato un incontro sulla storia di Arquata con lo scrittore Marco Rotunno. Studioso del territorio, guida turistica e direttore del Museo dell’innovazione e della tecnica industriale dell’Iti Montani di Fermo, a globalist.it dichiara: «Spero che la necessità di concludere non comprometta la qualità, ma credo che faranno degli ottimi lavori. Ma bisogna preservare anche la forma perché è parte della tradizione architettonica di Arquata: non si può abbandonare del tutto la pietra per costruzioni che potrebbero essere fabbricate ovunque».
Rotunno avanza una proposta per il Cratere del sisma 2016: «Bisogna organizzare studi con le università, dalle tesi ai dottorati, affinché si conoscano meglio le tradizioni, la storia locale, affinché emergano dagli archivi informazioni preziosissime. In più bisogna intervistare gli anziani perché dalle storie della gente comune viene fuori moltissimo della cultura, della vita e della tradizione di Arquata».

Autore di un notevole e appassionato reportage sulla vita nelle zone del terremoto del centro Italia, “Gli spaesati” pubblicato da Ediesse con foto di Giovanni Marrozzini, lo scrittore marchigiano Angelo Ferracuti con un post su Facebook del primo settembre scorso estende lo sguardo oltre il Cratere con queste parole: «I paesi stanno morendo di desertificazione perché perché hannpo portato via i luoghi della socialità, dei servizi, l’ufficio postale, il falegname, il negozio di alimentari, perchè non c’è un vero progetto politico per farli rivivere, per dare loro un futuro”. Ferracuti accusa: la politica, sinistra compresa, ha abbandonato l’Italia interna.