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Tra i Padiglioni della Biennale 2026: Ildegarda mistica, Chiara Camoni ibrida, proteste e bambolotti queer

Tour in alcune sedi della mostra veneziana tra cui Italia e Vaticano. Ispirarsi alla mostra di Kouoh spesso ha fatto bene. Saliti a oltre cento gli artisti contro i Leoni dei visitatori

Tra i Padiglioni della Biennale 2026: Ildegarda mistica, Chiara Camoni ibrida, proteste e bambolotti queer
Da sinistra in senso orario: Chiara Camoni, Padiglione Italia, all’Arsenale; Padiglione della Santa Sede, Santa Maria Ausiliatrice, in città; Franklyn Dzingai, Padiglione dello Zimbabwe, in città; Bogna Burska e Daniel Kotowski, Padiglione della Polonia, ai Giardini; 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani
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Stefano Miliani Modifica articolo

5 Giugno 2026 - 00.18


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Alla Biennale di Venezia i padiglioni nazionali consentono sempre un salutare viaggio nell’arte al di là dei patri confini. Numerosi organizzatori si sono sforzati di sintonizzarsi con la mostra istituzionale dell’ente veneziano, “In Minor Keys”, “in tonalità minori”, approntata dallo staff della curatrice Koyo Kouoh scomparsa nel maggio 2025: lo sforzo non è stato vano, in più caso è stata una bella fonte di ispirazione. Di seguito, vi descriviamo qualche padiglione che ci ha colpito il 6 e 7 maggio nella pre-apertura alla stampa a partire da quello italiano e quello vaticano.

Un inciso dettato dalla cronaca. Quest’anno la giuria che assegna i Leoni d’oro si è dimessa prima dell’inaugurazione (se ne parla nell’articolo sulla mostra di Koyo Kouoh, in fondo trovate la url). L’ente presieduto da Pietrangelo Buttafuoco s’è inventato i Leoni dei visitatori da consegnare dopo la fine della rassegna il 22 novembre.
Un robustissimo gruppo di artisti lo rifiuta, protesta perché lo ritiene privo di trasparenza e tracciabilità, e da oltre cinquanta il numero dei firmatari che si defila dal riconoscimento ha superato quota cento. Accusando la Biennale di non rispondere in una mail del 3 giugno i firmatari hanno minacciato le vie legali, al che l’ente ha risposto pubblicamente di accogliere la richiesta di cancellarli dai votabili dal pubblico.

Chiara Camoni, Padiglione Italia, all’Arsenale, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Prima tappa è il Padiglione Italia promosso dalla Direzione generale creatività contemporanea del Ministero della cultura con Angelo Piero Cappello come commissario. Lo trovate alle Tese delle Vergini all’Arsenale, con l’ingresso dirimpetto alla Darsena grande. Espone la scultrice Chiara Camoni, curatrice Cecilia Canziani. Titolo: “Con te tutto”. Nella prima tesa accoglie i visitatori una foresta di figure femminili ibride, con escrescenze e ammassi di oggetti, con fiori secchi e vegetali che decadono, rendendole personaggi magici.
Si possono iscrivere queste sculture nella tradizione di un Arcimboldo, delle grotte manieriste del ‘500, attingono a qualche lontana memoria etrusca: è un antico che si manifesta nel genere fantasy, con presenze che non sai se benevole o perfide e l’ambiguità è una bella dote. Potremmo incontrare queste creature in un “Sogno di una notte di mezza estate” shakespeariano.

Chiara Camoni, Padiglione Italia, all’Arsenale, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Nella seconda tesa Chiara Camoni con Cecilia Canziani dispiega un panorama eterogeneo. Schermi tv con video, vasi antichi, una donna fotografata su una panca con una maschera mostruosa, scatole, piedistalli, escrescenze, paraventi con le divinità floreali della prima sala. Il paradosso è che questa commistione invece di rendere l’esperienza più “contemporanea” la rende già vista altrove, meno contemporanea.

Padiglione della Santa Sede, Santa Maria Ausiliatrice, in città, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Il Padiglione della Santa Sede quest’anno si è sdoppiato. Una parte è nel Giardino mistico dei carmelitani scalzi a Cannaregio, non lontano dalla stazione ferroviaria, con interventi di Patti Smith, Jim Jarmush, Brian Eno e altri nomi meno celebri. L’altra sezione si distende tra le stanze del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice nelle Fondamenta San Gioacchin a Castello, tra l’Arsenale e i Giardini: titolo: “L’orecchio è l’occhio dell’anima”, progetto concepito dal regista e artista tedesco Alexander Kluge morto a marzo ispirato a Ildegarda di Bingen.

Ildegarda fu mistica, profetessa, guaritrice, filosofa tedesca vissuta dal 1098 al 1179. Possiamo riferire solo della sezione in Santa Maria Ausiliatrice. Tra scaffali formati da tavole di compensato su tubi innocenti, dove riluce il giallo vaticano e luci bianche, “12 Stazioni” ricompone una sorta di archivio di Ildegarda attraverso video, disegni a volte feroci, come quelli sulla lepre che cavalca un levriero e decapita un uomo, libri, video. Kluge ha concepito l’allestimento insieme a suor Maura Zatonyl e la St. Hildegard Academy: il luogo è drammaticamente evocativo, il repertorio di disegni con scene apocalittiche di guerre, bestiari infernali e altre raffigurazioni non tranquillizza ed è un bene. 
Il commissario del Vaticano alla Biennale è il prefetto della cultura del Vaticano cardinal José Tolentino de Mendonça, i curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers.

Restiamo in città nel triangolo tra Arsenale, Giardini e il Canale di San Marco.

Asmaa Jana, Padiglione della Somalia, in città, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

La repubblica della Somalia dispiega le proprie opere su tre piani di Palazzo Caboto con più artiste. Incisiva è la poetessa, o poeta come usa oggi, Warsan Shire, con testi in inglese su pannelli neri. Scrive, tra l’altro: “Devi capire / che nessuno mette i propri figli su una barca / se l’acqua non fosse più sicura della terra”. Oppure: “Mia moglie è una nave che attracca dalla guerra”. Evoca riti e sacralità il video di Asmaa Jana, con gesti rituali di tre figure in una costa desertica.

Felix Shemba, Padiglione dello Zimbabwe, in città, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Dal continente africano lo Zimbabwe ha proposte variegate. Sono zombie famelici come ombre nere con piccoli in braccio e dai denti affilati, quelli disegnati da Felix Shumba.
Azzecca bene i suoi assemblaggi Pardon Mapondera. Evoca spiriti, spettri e passaggi sciamanici il padiglione della Mongolia. Si contrappone al militarismo e al maschilismo in chiave di scelte non binarie nella giungla amazzonica la videoinstallazione del Collettivo Tawna dall’Ecuador.

Nomin Bold, Padiglione della Mongolia, in città, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Trasferiamoci nella sede storica ai Giardini.
Sull’azione-performance con sculture della Russia nei giorni di apertura, proiettata in video sul padiglione, non proferiamo parola perché emanazione del potere putiniano. Vale invece, sotto, il rimando all’articolo sulla protesta delle Pussy Riot e le Femen contro la sede russa.
Insipide, e grevi, le sculture, grevi, di Alma Allen nella casa degli Stati Uniti. Abbas Akhavan ha trasformato il padiglione del Canada in una serra ovattata, sospesa, in una tenue nebbiolina violacea con ninfee giganti: si pensa al clima tropicale e al clima che cambia.

Abbas Akhavan, Padiglione del Canada, ai Giardini, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Eccelle il Brasile con un duo d’artiste più che valido: Adriana Varejão e le creature generate da qualche mito e dalla terra di Rosana Paulino che, volendo, hanno qualche affinità con le sculture di Chiara Camoni nel padiglione italiano.

Rosana Paulino, Padiglione del Brasile, ai Giardini, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

La Serbia rilegge la storia, molta storia italiana peraltro con pagine di giornale dall’assassinio di Moro, dalla liberazione dell’Italia da Mussolini, e molte tragedie del ‘900, fra testate naziste, pagine semi bruciate e l’Unità, fotoritratti storici e altri privati, una parete di valigie che ricorda il lavoro sulla Shoah di Fabio Mauri. Autore: Predrag Djakovic. Titolo suggestivo: “Da Golgota a Resurrezione”.

Petrag Djakovic, Padiglione della Serbia, ai Giardini, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Più bisognosi di affetto e beffardi che horror i bambolotti del Giappone. Il nippo-americano e genitore queer Ei Arakawa-Nash con “Grass Babies. Moon Babies”, invita a prenderli in collo, cambiare i pannolini, per chi è disponibile a seguire rituali tramite uno dei soliti e onnipresenti QR Code.

Ei Arakawa-Nash, Padiglione del Giappone, ai Giardini, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

I bambolotti queer sembrano attirare moltissime persone. Come pare attirarle il padiglione dell’Austria: per conto di Florentina Holzinger una o più performer nude si aggira in situazioni incongrue, tra pali che sono sculture e specchi d’acqua e altro. Alla pre-apertura una coda sterminata obbligava ad attese troppo lunghe per entrare nonostante la forte (e forse morbosa) curiosità.
Ipnotizza il coro nel video di Bogna Burska e Dainel Kotowski della Polonia.

Esercita una memoria più vacanziera con pareti rivestite interamente da cartoline di ogni tipo, anche di papi, tanto da indurre alla caccia al luogo o al personaggio storico, la Spagna dell’artista Oriol Vilanova.

Oriol Vilanova, Padiglione della Spagna, ai Giardini, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Disorienta la caverna tecnologica della “Escape Room” di Andreas Angelidakis nella sede della Grecia.
L’itinerario descritto è del tutto parziale e opinabile. Ognuno e ognuna traccerà il suo. Alla fin fine conviene programmare bene cosa si desidera vedere, e poi lasciare che il caso induca in tentazione perché vale accogliere sorprese dietro l’angolo e deviazioni.

Andreas Angelidakis, Padiglione della Grecia, ai Giardini, 61esima mostra della Biennale di Venezia, 2026. Foto Stefano Miliani

Tra scoperte, qualche delusione, questa Biennale nel complesso arricchisce dentro e reclama, come sempre, tempo: se possibile, servono almeno due giorni, meglio tre. Ricordando che gli hotel di Mestre hanno prezzi più abbordabili di quelli veneziani. 

Politica, Gaza, sogni e femminile: cosa racconta la Biennale postuma di Koyo Kouoh
https://giornaledellospettacolo.globalist.it/saperi/2026/05/17/politica-gaza-sogni-e-femminile-cosa-racconta-la-biennale-postuma-di-koyo-kouoh/

Biennale di Venezia: Femen e Pussy Riot protestano davanti al padiglione russo
https://www.globalist.it/news/2026/05/06/biennale-di-venezia-femen-e-pussy-riot-protestano-davanti-al-padiglione-russo/

L’intervista. “La Biennale normalizza la Russia, per noi ucraini è inaccettabile”
https://www.globalist.it/culture/2026/05/08/la-biennale-normalizza-la-russia-per-noi-ucraini-e-inaccettabile/

Una Biennale arte 2026 nata all’ombra di un mango con artisti dal mondo senza Italia
https://giornaledellospettacolo.globalist.it/saperi/2026/02/25/una-biennale-arte-2026-tra-jazz-habitat-naturali-e-artisti-dal-mondo-senza-italia/

A questo indirizzo trovate il sito della 61esima mostra della Biennale arte
https://www.labiennale.org/it/arte/2026

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