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Filippo Arlia: "La Calabria ha bisogno di luoghi stabili in cui far musica"

A colloquio con il direttore d' orchestra che ha da poco inaugurato la stagione Sinfonica del Teatro Politeama di Catanzaro. Il suo impegno per far sì che i calabresi abbiano diritto a teatri e orchestre stabili

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Redazione

29 Novembre 2021


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di Alessia de Antoniis

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ll maestro Filippo Arlia, direttore dell’Orchestra filarmonica della Calabria, ha inaugurato la Stagione Sinfonica 21/22 del Teatro Politeama di Catanzaro, che quest’anno prevede grandi ospiti tra cui Isabella Ferrari e Fabrizio Bentivoglio.

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Classe ’89, Filippo Arlia è un pianista, docente e direttore d’orchestra italiano, diventato il più giovane direttore di conservatorio in Italia, il Conservatorio Tchaikovsky.

Diplomato al Conservatorio a soli 17 anni, laureato in Giurisprudenza, nel 2019 ha debuttato sul podio dei Berliner Symphoniker con Stefano Bollani al pianoforte al Teatro Filarmonico di Verona.

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È evidente che il Maestro Filippo Arlia non volesse fare il calciatore.

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No. Ho giocato a calcio, ma solo per divertimento. Mi ritengo una persona fortunata, perché sono riuscito a essere al posto giusto nel momento giusto. Per questo porto avanti una battaglia, attraverso la musica e la cultura, per i ragazzi che non hanno avuto la stessa fortuna. C’è bisogno che le istituzioni attivino dei programmi adatti per i giovani: loro sono il nostro futuro”.

 

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Ha deciso di restare in in Calabria. Una volta era una terra ricca, finché i Savoia non decisero di prendere il Sud per colmare le casse sabaude svuotate dalle guerre. Oggi purtroppo della Calabria si sente solo parlare per fatti di cronaca…

È un ragionamento monarchico, ma vero. La Calabria oggi si fa conoscere solo per fatti di cronaca non sempre belli. A causa del covid, poi, la Calabria ha fatto parlare di sé perché è stata a lungo zona rossa: non per il numero dei contagi, quanto per la carenza di strutture ospedaliere. La stessa cosa accade in altri settori.

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Ad esempio, la Calabria è l’unica regione in Italia a non avere un ICO (istituzione concertistica orchestrale – nda), un’orchestra stabile, un teatro stabile. L’unica regione il cui capoluogo non ha il conservatorio di musica. Le difficoltà ci sono, ma sono ancora di più le potenzialità. Sono calabrese e orgoglioso di esserlo. Spero che il governatore appena eletto apra gli occhi sulle mancanze e incentivi i settori in difficoltà.Il futuro della Calabria può essere solare, dobbiamo solo darci una mossa.

 

Il suo progetto è che la Calabria abbia un’orchestra stabile…

Per i calabresi, andare a vedere un’opera lirica non deve essere un privilegio. Deve essere un diritto. E per far sì che questo avvenga, c’è bisogno di impegno da parte delle istituzioni. Spero che il nuovo decreto di Franceschini sulle ICO consenta alla Calabria realizzare questo grande obiettivo.

 

Per simili progetti i fondi pubblici sono necessari?

Assolutamente sì. In Calabria ci sono circa cinquemila giovani che studiano la musica classica e che frequentano i conservatori. Tutti giovani che dovranno andare via. Con un’orchestra non si può dare lavoro a tutti, ma sicuramente a tanti. Tante figure ruotano attorno a uno spettacolo di musica classica: le maestranze tecniche, dalle luci alla fonia, la biblioteca, le sartorie. L’orchestra, poi, non serve solo per dare lavoro, ma anche per migliorare un popolo. La gente che va a teatro è sicuramente gente migliore. Il teatro è da sempre il più antico luogo di aggregazione sociale. Lo dobbiamo arricchire, non impoverire. La realizzazione di un’orchestra è senza dubbio un vettore fondamentale per far sì che questo accada.


È un percorso che inizia a scuola. Come tutti, ho studiato matematica, fisica, chimica, letteratura. Non sono diventato un chimico o un fisico, ma nella mia formazione è stata fondamentale la conoscenza di tutte le materie che ho affrontato. Non tutti diventeranno musicisti, ma tutti devono devono sapere che in Italia, da secoli, c’è un luogo chiamato teatro dove gli artisti si esibiscono.


Certo che se alle medie si ostinano a far studiare quello che i ragazzi continuano a chiamare “piffero”…

Mio papà e mia mamma sono due docenti di educazione musicale nelle scuole medie. Il resto d’ Europa si è già uniformato ad un altro tipo di formazione culturale, educazione e ascolto alla musica. La scuola non deve creare musicisti, ma la cultura musicale deve far parte del bagaglio formativo dei ragazzi.


Nel suo repertorio ho trovato non solo musica classica e opera lirica, ma anche jazz e tango. Pavarotti fu condannato per molto meno, mentre lei è il più giovane direttore di conservatorio.

In Italia abbiamo ancora l’idea che per varcare la soglia di un teatro lirico ci sia bisogno del frac. E guai se, durante quattro ore di Nozze di Figaro di Mozart, un giovane si permette di prendere il cellulare e fare una foto alla scenografia. I tempi sono cambiati. Siamo nel terzo millennio. Anche la musica classica si deve adeguare ai tempi moderni. Dal mio punto di vista, è importante essere meno rigidi per avvicinare i ragazzi al teatro e alla musica classica. Ci sono linguaggi musicali come il jazz, il tango e tanti altri, che possono contaminare un percorso classico e far sì che le orecchie dei giovani siano più interessate a quello che suoniamo. Quando Beethoven scrisse la Nona Sinfonia, fu preso per matto. Quando Stravinskij compose La sagra della primavera, lontanissima dallo stile classico dell’epoca, fu deriso. Non dobbiamo fare lo stesso errore: negare che esistono altri linguaggi musicali che, contaminando la musica classica, possono essere attrattivi per i giovani.


Piazzola “assassino del tango” ha portato il bandoneon in tutto il mondo…

Astor Piazzola, in un’intervista disse: mi dicono che io stupro il tango; benvenga: stanno parlando di me e mi rendono famoso. È innegabile che lui sia il cigno di Buenos Aires. Certo, se fosse stato per il regime dei “convenzionalisti”, Piazzola non ci sarebbe mai stato: il tango era solo quello tradizionale. Oggi, a distanza di tempo, anche in Argentina lo ringraziano.


L’
Opera, che nasce per il popolo, e da tempo una forma d’arte per un’élite. Bosso, con le “sue” opere classiche, ha riempito teatri e arene. C’è quindi spazio per la musica classica come linguaggio e non come repertorio immutabile nei secoli?

Ci “deve” essere spazio. La musica classica si deve reinventare, così come è sempre stato. Beethoven era un reinventore della musica classica. La sua Opera 111, una delle ultime che scrisse, che per noi oggi è storia antica, all’epoca era rivoluzionaria. Oggi c’è ancora bisogno di reinventarsi e si può fare attraverso nuovi linguaggi.


Nel conservatorio che dirige ha attivato anche un corso di 
Lira calabrese. Come immagina il suo conservatorio? Immagino non in stile Santa Cecilia.

Assolutamente no. A Venezia c’è il conservatorio di musica Benedetto Marcello, che risente della storia di Venezia, una città che ha nel suo dna la musica barocca. In Calabria non possiamo immaginare di costruire le basi di un conservatorio per centinaia di studenti solo su strumenti che non appartengono alla nostra cultura. È giusto rinnovarsi, ma nel rispetto della tradizione. Ad esempio, poco fa abbiamo portato in scena al Teatro Politeama di Catanzaro un concerto per zampogna e orchestra filarmonica. La zampogna è uno strumento popolare, che suona ovunque tranne che in un teatro: noi l’abbiamo avvicinata a un’orchestra classica. In quest’ottica si pone la lira calabrese, uno strumento popolare. Il primo corso di conservatorio classico dedicato a uno strumento nato e cresciuto nella nostra regione.

Il pubblico inizialmente è rimasto sorpreso, ma alla fine il risultato è stato entusiasmante.


È salito anche sul palco della 
Carnegie Hall. Possiamo dire che non c’è più alcun palco che le possa mettere soggezione?

In realtà il palcoscenico mi fa sempre paura. Ho una sorta di timore reverenziale nei confronti di chi mi ascolta. Quando salgo sul palco, ho l’obbligo di emozionare chi mi sta ascoltando. È un compito arduo. Che io sia alla Carnegie Hall di New York o nella chiesa del Carmine del mio paese, sento questo timore e quest’obbligo nei confronti del pubblico sempre allo stesso modo. Salire su un palcoscenico come quello, ti forgia: è un’esperienza professionale e umana unica.


Nel campo della musica lirica ha dedicato molta attenzione a Verdi. Nella vecchia diatriba tra Verdi e Mozart, tifa Verdi?

Nel mese di giugno abbiamo registrato un lavoro che uscirà nel 2022 e si chiama A sud di Mozart. Il protagonista di questo lavoro è Eugenio Bennato, che fa musica popolare. Lo abbiamo chiamato A sud di Mozart perché ci sono composizioni in stile popolare sui temi del grande artista salisburghese. Noi siamo a sud di Salisburgo, quindi a sud di Mozart, e da qui il titolo. Eugenio Bennato con l’orchestra filarmonica della Calabria: ecco, credo che questo lavoro sia la sintesi di tutto quello che ci siamo detti durante l’intervista.


Tra tradizionalismo e avanguardismo, la posso quindi collocare tra gli avanguardisti?
Assolutamente sì!

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