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Il Covid19 colpisce John Prine: addio al cantautore folk amato da Springsteen e Dylan

A 73 anni se ne va un cantore dell’America più schietta e profonda. Dagli anni da postino a Chicago ai dischi

Il Covid19 colpisce John Prine: addio al cantautore folk amato da Springsteen e Dylan

GdS

8 Aprile 2020 - 16.08


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di Giuseppe Costigliola

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Il maledetto virus ha colpito ancora. Medici, artisti, politici, persone comuni: lui falcia, non fa differenze. Stavolta si è portato via un grande artista, e un grande uomo, a detta di chi lo ha conosciuto: il cantautore country-folk John Prine. Amato e apprezzato da tanti suoi colleghi, dopo aver sconfitto due tumori si è infine arreso, a 73 anni, alla tetra figura con la falce nella sua nuova veste.

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Prine era nato il 10 ottobre 1946 a Maywood, un sobborgo proletario di Chicago, dove i suoi erano emigrati negli anni Trenta da una cittadina mineraria del Kentucky, Paradise (oggi scomparsa, e immortalata in un pezzo drammatico e accorato, intitolato appunto “Paradise”, dove compaiono questi versi: “La compagnia mineraria arrivò con la pala più grande del mondo/Torturò gli alberi e denudò la terra/Be’, scavarono per trovare il loro carbone prima di abbandonarla/Poi scrissero che lo facevano per il progresso dell’uomo”).

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Il padre, fresatore, lavorava in una fabbrica di lattine, la madre era casalinga, una famiglia che andava avanti a cibo in scatola e musica country. John imparò da adolescente a suonare la chitarra, i suoi maestri furono il nonno e il fratello maggiore, e altrettanto presto scoprì il dono di scrivere canzoni. Gli venivano giù facili, lievi ed eteree come piume portate dal vento, ma i testi avevano il peso specifico del piombo: andavano dritti al sodo, con la chirurgica levità della poesia, parlavano di donne tradite dalla vita, di vecchiaia e solitudine, di distruzioni ambientali e umane operate dai mostri del capitale, di reduci del Vietnam, di un’umanità in balia delle proprie inarrivabili follie: storie drammatiche, ma anche attraversate da una singolare ironia, canzoni che una volta ascoltate non si facevano dimenticare, anche per quel modo schivo di intonarle, con quella voce ruvida che pareva scaturire dalle profondità d’una miniera di carbone. Erano pezzi frutto della ricchissima tradizione dei songwriter statunitensi, che da Woody Guthrie conduce al menestrello di Duluth Bob Dylan (il quale sarebbe diventato un suo grande ammiratore), fino a Johnny Cash. Pezzi che per l’umorismo pungente e l’attenzione ai dettagli del quotidiano indussero i giornalisti di Rolling Stones a definirlo “il Mark Twain della canzone d’autore americana”.

Anni dopo Prine dichiarò che a volte un brano nasceva mentre si recava in macchina in un qualche locale. “Le migliori canzoni mi venivano nel momento giusto, per scriverle ci mettevo il tempo che ci voleva per cantarle. Mi apparivano come in un sogno o qualcosa del genere, dovevi solo affrettarti a buttarle giù prima che svanissero, perché se cazzeggi quelle volano via”.
Finito il liceo, John lavorò un paio di anni alle Poste, poi l’Esercito pretese il suo tributo e lo spedì, ventenne, in Germania. Una volta tornato civile, riprese il lavoro alle Poste e continuò a scrivere canzoni, per sé. Fu per caso che cominciò a esibirsi al Fifth Peg, un localuccio di Chicago. Una sera quel giovane, i suoi brani e il modo di porsi, colpirono un critico cinematografico del Chicago Sun-Times, Roger Ebert, a cui si deve la prima recensione su Prine, che fotografa perfettamente quel ragazzo schivo, tutta sostanza e niente fuffa: “Appare sul palco con una tale modestia, sembra ritrarsi dai riflettori. Ha un modo quieto di cantare, suona bene la chitarra ma non se la tira. Inizia piano. Ma dopo un paio di pezzi, persino gli ubriachi in sala cominciano ad ascoltare i suoi testi. E allora ti ha conquistato”.

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Ma la svolta avviene qualche tempo dopo, anche stavolta per caso. Si narra che una sera del 1970 il cantante e autore folk Steve Goodman portò Kris Kristofferson al Fifth Peg. Tra i tanti che vi si esibivano, Kris rimase affascinato da quel ragazzo che faceva il postino. Terminata la performance, nel locale ormai vuoto, il giovane gli fece ascoltare altro materiale da lui composto: “Non avevo mai sentito roba simile” avrebbe in seguito dichiarato Kristofferson.

Qualche settimana dopo Prine andò a New York e raggiunse il nuovo amico Kris in un locale del Greenwich Village, il Bitter End, dove questi si esibiva insieme a Carly Simon. Kris lo invitò sul palco e lo presentò così al suo pubblico: “È incredibile come un ragazzo così giovane possa scrivere pezzi così seri. John Prine è talmente bravo che potremmo spezzargli i pollici”. Il giorno dopo, il produttore Jerry Wexler, che aveva assistito all’esibizione, mise Prine sotto contratto con la Atlantic Records. All’epoca l’industria discografica americana era alla caccia del successore di Bob Dylan, e Prine, con la sua voce nasale e sgranata, i testi poetici e impegnati, era l’uomo giusto su cui puntare. Il ragazzo di Maywood ce l’aveva fatta.

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Nel 1971 uscì l’album del debutto, “John Prine”, che conteneva brani che sarebbero diventati il suo marchio di fabbrica, in seguito incisi da numerosi altri artisti: la commovente “Sam Stone”, che parlava di un padre tossico, veterano della guerra del Vietnam (indimenticabile il refrain “There’s a hole in Daddy’s arm where the money goes”); “Hello in There”, struggente evocazione della vecchiaia e della solitudine; “Angel From Montgomery”, il lamento di una sfortunata donna di mezza età che sogna una vita migliore, poi portata al successo da Bonnie Raitt, che nel 1992 in un’intervista rilasciata alla rivista Rolling Stone dichiarò: “Prine è un autentico cantautore della migliore tradizione folk, che va dritto al cuore delle cose, puro e semplice come la pioggia”. Le sue canzoni erano apprezzate, aveva un fedele seguito di ammiratori, ma a lungo le strade di Prine e del successo non si incontrarono.

Dopo aver inciso diversi album con la Atlantic e la Asylum, nel 1984 Prine fondò una sua etichetta, la Oh Boy Records. E nel 1992 la musica cambiò: l’album “The Missing Years”, che ospitava fior di artisti tra cui Bruce Springsteen e Tom Petty, si aggiudicò il Grammy Award quale miglior incisione di contemporary folk. Nel 2006, con “Fair and Square”, Prine vinse il suo secondo Grammy. L’ultimo lavoro, il diciannovesimo album, “Tree of Forgiveness”, è uscito nel 2018: anch’esso nominato per un Grammy. Nel 2020, a gennaio, gli è stato conferito un terzo Grammy Award, stavolta alla carriera.

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Il fatto che nella comunità degli artisti Prine fosse parecchio apprezzato la dice lunga sulle sue qualità. In un’intervista del 2009 Bob Dylan dichiarò: “Le cose che scrive Prine sono puro esistenzialismo proustiano. Lo spirito del Midwest viaggia su vette altissime. E lui scrive splendide canzoni”. Apprendendo della sua morte, Bruce Springsteen ha commentato: “John e io eravamo i nuovi Dylan nei primi anni Settanta e lui era il ragazzo più adorabile del mondo. Un tesoro nazionale e un cantautore che rimarrà nei secoli”.

Prine percepiva la vita con uno humor molto originale, com’è evidente in pezzi quali “Jesus, the Missing Years”, “Some Humans Ain’t Human”, “Sabu Visits the Twion Cities Alone”, e quella sorta di sermone antimilitarista che è “Your Flag Decal Won’t Get You Into Heaven Anymore”. “Ho sempre trovato comica la condizione umana” dichiarò una volta ad un giornalista del Daily Telegraph. “Nelle disgrazie e negli incidenti c’è sempre un lato comico e un certo pathos”.
Addio, John. Ci piace pensare che tu abbia accolto l’ultima ora con lo stesso spirito che anima le tue canzoni. Comunque, il virus che ti ha portato via non cancellerà la tua arte. Almeno questo.

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