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“Fragile come l’ala di un’ape”: La storia dei Fairport Convention nell’appassionante memoir di Richard Thompson

Scritto con Scott Timberg, fine intellettuale scomparso prematuramente prima della sua pubblicazione, il libro è una manna dal cielo per i fan dei Fairport e del folk revival, e molto di più

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Giuseppe Costigliola

3 Novembre 2021


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“Quello che deve succedere, succederà”, recita un antico adagio scozzese. Con questa epigrafe Richard Thompson, fondatore, guitarist e vocalist di una delle band britanniche più originali del panorama folk-rock di quell’irripetibile decennio che va dalla metà degli anni Sessanta a quella dei Settanta e tutt’oggi apprezzato musicista e chitarrista, apre il suo memoir, Beeswing. I Fairport Convention, il folk-rock, la mia voce. 1967-75, edito da Jimenez (trad. di Gianluca Testani, pp. 268, € 20). Scritto con Scott Timberg, fine intellettuale scomparso prematuramente prima della sua pubblicazione, il libro è una manna dal cielo per i fan dei Fairport e del folk revival, e molto di più: è il racconto lucido, colto, sincero di un uomo giunto alla piena maturità che rievoca con partecipe disincanto le vicende esistenziali di un giovane della piccola borghesia di North London con la musica come fato, le cui corde cominciano a vibrare al suono magico d’uno strumento sepolto in soffitta ascoltato da bambino, e con la chitarra rotta portata a casa e aggiustata dal padre, che riceve come regalo a undici anni: un “sacro oggetto”, che ne definisce “il destino”.

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Il racconto inizia con il giovane Richard diciottenne, nel 1967, l’anno della swinging London, e, inframmezzato da sapienti flashback nell’infanzia, giunge sino al 1975-76, con qualche guizzo sino al presente. Teatro dei ricordi è proprio la capitale britannica, con le sue strade, i quartieri, i locali, i teatri, i luoghi e gli edifici storici, il fiume, con la sua nebbia sulfurea “che ti metteva in connessione con la Londra di Sherlock Holmes e Dickens”, “che rendeva tutto morbido e misterioso”. La mole di dati (persone, eventi artistici e storici, incontri professionali) è notevole e altamente suggestiva, poiché qui compaiono, direttamente o evocati, i più grandi musicisti e le formazioni che hanno fatto la leggendaria storia della musica contemporanea. Sono insomma pagine densissime di aneddoti e avvenimenti, e della pittoresca fauna del mondo musicale: artisti a vario titolo, tecnici, manager, designer, roadies.

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Colpisce il desiderio di sincerità di Thompson, la volontà di rimuovere la polvere del tempo (“qui, nella mia memoria, è più spessa”) e di avventurarsi con temerarietà “in uno spazio remoto della mente rimasto chiuso per anni”. I ricordi sono resi con prosa colta che rispecchia gli ampi interessi artistici e culturali dell’autore, in uno stile che resta in mirabile equilibrio tra il distaccato e il partecipe, tra l’ironico e il realistico, e l’impressione lasciata al lettore non è di banale nostalgia, come talvolta accade per memorie di questo genere. Tra le qualità più apprezzabili v’è infatti il tentativo programmaticamente obiettivo di tracciare un bilancio esistenziale, non solo individuale ma di tutta una generazione. Rievocando la formazione di un giovane e timido idealista “con la testa tra le nuvole”, il rapporto complicato con la famiglia, gli amori e le amicizie, la passione totalizzante per la musica, le esperienze creative, le influenze e le collaborazioni artistiche in un periodo straordinariamente fecondo della storia culturale e sociale della società britannica che ha avuto un enorme impatto nel mondo occidentale, Beeswing è dunque il racconto di un coming of age individuale e collettivo di una cultura in miracolosa esplosione creativa. Pagina dopo pagina si compone il ritratto di un’epoca, con i suoi vezzi e vizi, l’abbigliamento, i linguaggi, le forme espressive, le pose e le attitudini sociali, caratterizzati da aperta rottura con la tradizione, dalla ricerca di un’effettiva e concreta libertà, di nuovi modi di vita e di associazione. Certo, non è tutto oro quel che luce, e con squisito humor british Thompson è ben attento e intellettualmente onesto nel segnalare le ingenuità, le “pagliacciate”, i pericoli di quel modo di essere. Imperdibili le descrizioni di happening musicali divenuti leggendari, come i concerti londinesi di Jimi Hendrix, o The 14 Hour Technicolor Dream tenutosi a Londra all’Alexandra Palace il 29 aprile 1967, “un evento artistico che infrangeva le norme della percezione e del comportamento”, in cui suonarono tra gli altri i Pink Floyd, i Soft Machine, i Sam Gopal, i Crazy World of Arthur Brown e Yoko Ono, e dove tra il pubblico si aggiravano musicisti come John Lennon. Era “la prova dell’avvento di una nuova cultura”, un tempo in cui nell’aria si avvertiva “uno spirito nuovo”: Thompson era proprio lì, nel bel mezzo della rivoluzione, con l’Inghilterra che nel giro di una manciata d’anni era diventata l’epicentro globale della cultura giovanile.

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Di chicche come queste il libro è pieno, come il ricordo del concerto del 28 luglio 1967 all’Ufo Club di Londra, quando i Fairport aprirono per i Pink Floyd, la notte in cui Syd Barrett andò in overdose di Lsd; o ancora la rammemorazione bruciante di una session agli Olympic Studios, al termine della quale Thompson sbirciò nello Studio One e vide Mick Jagger al mixer e Keith Richards nel mezzo della sala che faceva delle sovraincisioni in quella che poi sarebbe diventata “Sympathy for the Devil”.

Ovviamente la spina dorsale delle memorie è la storia dei Fairport Convention, con suggestivi resoconti della vita di gruppo della band, la raffigurazione mai stereotipata dei componenti che si alternarono negli anni, gli esperimenti musicali e la definizione di un percorso espressivo originale, la genesi dei brani, le prime esibizioni londinesi, l’ascesa dal circuito underground ai tour europei e americani, le cui descrizioni attestano la notevole capacità di osservazione di Thompson, testimone davvero prezioso di un tempo tremendo e fecondissimo. Particolarmente emozionante è il drammatico ricordo dell’incidente automobilistico in cui persero la vita Jeannie Franklyn, la ragazza all’epoca frequentata da Thompson, e il batterista dei Fairport, il diciannovenne Martin Lamble, evento che lasciò traumatici strascichi nei sopravvissuti e che segnò un nuovo inizio per la band.

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Degne di nota le pagine dedicate alle riflessioni musicali, alle dinamiche delle registrazioni in studio, alla costruzione dei brani e alle ricerche sonore e stilistiche, i problemi con le case discografiche in capitalistica mutazione. Altrettanto interessante la ricostruzione critica della scena underground e del folk revival, con acute notazioni storiche, musicologiche e persino antropologiche sulle comunità rurali britanniche, e adeguato spazio è dato al cambiamento esistenziale dell’autore intervenuto a ventitré anni, quando decise di abbracciare il sufismo, scelta che anche a livello musicale produsse i suoi frutti, con l’addio ai Fairport e l’inizio del sodalizio artistico e sentimentale con Linda Peters, con la quale incise album oggi considerati epocali, anche se il giudizio che Thompson ne dà è piuttosto critico.

Il volume si chiude con un “Epilogo”, un finale struggente ed elegiaco a cui seguono due appendici, con i testi delle canzoni citate e il racconto di alcuni sogni fatti in vari momenti dall’autore.

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In definitiva, oltre all’imperdibile racconto di un musicista che ha vissuto da protagonista un momento storico, culturale e artistico di irripetibile fermento, la forza di questo memoir sta anche nei temi eterni che affronta: l’amore e l’amicizia, la tragedia e la perdita, lo scorrere inesorabile del tempo e le mutazioni che produce, la ricerca delle radici e del senso della vita, l’assoluta dedizione alla musica vissuta come mezzo di continua scoperta di sé e realizzazione di un modo di stare al mondo alternativo.

Dunque, caro Richard, grazie per questo tuo libro. Malgrado la fragilità, l’ape evocata dal tuo celebre brano “Beeswing” ha continuato a librarsi, a succhiare nettare e distillare miele. Porti benissimo i tuoi anni, proprio come la tua creatura, quei Fairport Convention che serbi nel cuore, “che suonano ancora, con lo stile che hanno inventato”, a cui è dedicato un festival annuale e che, soprattutto, “si conservano integri” – cosa miracolosa in quest’epoca schizofrenica. E non da ultimo, grazie anche perché, come recita un detto brasiliano che hai scelto come epigrafe per la postfazione, Recordar é viver.

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