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La verità storica sul delitto Pasolini? In un libro pubblicato prima della morte

Si intitola "Il Superpotere",fu firmato da due sedicenti giornalisti inglesi, Peter & Wolf, e edito dalla Società Editrice Internazionale di Torino. Ritrovato su una bancarella.

La verità storica sul delitto Pasolini? In un libro pubblicato prima della morte

David Grieco

2 Novembre 2017 - 11.20


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Esattamente quarantadue anni fa, nella notte fra il primo e il 2 novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini veniva attirato in un agguato, poi lentamente seviziato e infine atrocemente assassinato all’Idroscalo di Ostia.
Esattamente un anno fa, l’avvocato Stefano Maccioni aveva depositato presso la Procura di Roma la nuova richiesta di riapertura del Caso Pasolini in seguito al ritrovamento di nuovi DNA sulla scena del delitto.
Esattamente quattro mesi fa, uno dei probabili esecutori materiali del delitto, Gianni Mastini detto Johnny lo Zingaro (mai veramente indagato perché protetto dalla qualifica di “collaboratore di giustizia” misteriosamente conferitagli), evadeva in taxi dal carcere di Fossano dove godeva di un inspiegabile regime di semilibertà.
Esattamente venti giorni dopo, l’unico quanto improbabile assassino “ufficiale” di Pier Paolo Pasolini, Pino Pelosi detto “la rana”, moriva di cancro alla prostata in un ospedale di Roma.
Esattamente cinque giorni dopo, Johnny lo Zingaro si lasciava catturare in Toscana, presso l’abitazione di un’antica fidanzata, senza opporre resistenza..

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Allo stato attuale, Johnny lo Zingaro si troverebbe in carcere in Sardegna e di lui non è dato sapere più nulla.
Allo stato attuale, trascorso un anno, il ricorso dell’avvocato Stefano Maccioni presso la Procura di Roma non ha ancora ottenuto risposta. Né la riapertura, né l’archiviazione del Caso Pasolini.
Solo silenzio. Un imbarazzante silenzio.

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Esattamente il 25 ottobre scorso, un amico sconosciuto mi invia un libro che non esito a definire sconvolgente.
L’amico sconosciuto si chiama Giampiero Monetti. Monetti è uno spettatore del film “La Macchinazione” che nel maggio scorso ha dedicato una bellissima poesia al professor Guido Bulla (lo sceneggiatore della “Macchinazione” purtroppo scomparso il 25 ottobre di due anni fa) pubblicata anche da Globalist.
Esattamente nel giorno del secondo anniversario della morte di Guido Bulla, Monetti mi invia dunque questo libro che si intitola “Il Superpotere”, firmato da due sedicenti giornalisti inglesi, Peter & Wolf, edito dalla Società Editrice Internazionale di Torino. Monetti lo ha trovato su una bancarella.
Esattamente come capitò alla moglie del magistrato Vincenzo Calia, che trovo’ su una bancarella di Lodi una copia del libro “Questo è Cefis” firmato con lo pseudonimo di Giorgio Steimez. Quel libro illuminò non poco suo marito nelle indagini sull’attentato in cui perse la vita Enrico Mattei.
Pier Paolo Pasolini ne possedeva soltanto una fotocopia, che costituì l’architrave del suo ultimo romanzo “Petrolio”, uscito quasi vent’anni dopo incompiuto e mutilato nonché privo di un capitolo (intitolato “Lampi sull’ENI”) che qualcuno ha rubato e che tutti stanno cercando da anni. Quel libro, Eugenio Cefis riuscì persino a farlo sparire dalla Biblioteca Nazionale che aveva il dovere istituzionale di conservarne una copia.
Ma torniamo al “Superpotere”.
Nelle note di copertina, i due sedicenti giornalisti inglesi vengono descritti come redattori di un’importante testata della City londinese inviati nel nostro paese, definito il più corrotto d’Europa, per realizzare un reportage sulle elezioni regionali del 15 giugno del 1975 che presto sconvolgeranno l’Europa segnando l’impetuosa avanzata del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer.
I due sedicenti giornalisti inglesi si fermano in Italia più del previsto, prendono alloggio all’Hotel Excelsior dove alloggiava anche Licio Gelli, e raccontano l’Italia di quel periodo come soltanto Pasolini era riuscito a raccontarla. Poi, in ottobre, i due ripartono alla volta di Londra. Al loro arrivo nella capitale inglese, i sedicenti Peter & Wolf vengono investiti da una Mercedes targata Palermo e finiscono all’ospedale. Ma il manoscritto del “Superpotere” è salvo e viene pubblicato nell’ottobre del 1975, esattamente pochi giorni prima dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Se Pasolini avesse avuto tempo e modo di leggerlo, forse non si sarebbe recato all’appuntamento con la morte quella notte all’Idroscalo.
Questi due giornalisti inglesi non esistono per il semplice motivo che “Il Superpotere” è uscito in Italia ma non è mai stato pubblicato in Gran Bretagna. Peter & Wolf (potremmo chiamarli anche Pierino e il Lupo, come un’antica rubrica dell’Espresso) sono soltanto gli pseudonimi di uno o più giornalisti italiani che hanno scritto questo libro su commissione.
Il “mandante” del libro, pubblicato a Torino, dovrebbe essere Giovanni Agnelli. L’Avvocato è ritratto in copertina insieme al coprotagonista. L’altro è per l’appunto Eugenio Cefis, soprannominato il Dottore.
“Il Superpotere” è sconvolgente perché racconta tutto ciò che Pasolini raccontava nei suoi editoriali sul Corriere della Sera che gli costarono la vita. Il libro è scritto in punta di penna, e contiene tutte le conferme, delle teorie pasoliniane sulla presenza in Italia di “una dittatura strisciante, peggiore del fascismo”.
Ecco ciò che contiene “Il Superpotere”.
Nell’estate del 1975, l’Avvocato Agnelli non ne può più del regime di corruzione che si è instaurato in Italia, dove gli imprenditori privati piccoli e grandi sono costretti a sottostare agli imprenditori di Stato, per meglio dire ai “boiardi di Stato”, che dettano le regole del mercato e dilapidano il denaro dei contribuenti. Agnelli decide allora di prendere l’iniziativa e di trasformare la Confindustria di cui è presidente in una sorta di Corte Marziale, affidando il ruolo di Pubblico Ministero a Eugenio Scalfari. L’autore di “Razza Padrona”, che sta per dar vita al quotidiano Repubblica, viene perciò incaricato di convocare e di interrogare senza pietà i cosiddetti manager che gestiscono con estrema disinvoltura i soldi pubblici sotto la protezione della politica, della massoneria, e probabilmente anche della Mafia.
In quei giorni, tanto per fare un esempio a caso, la Montedison di Eugenio Cefis vantava ben 1000 miliardi di debiti.
L’Avvocato Agnelli ed Eugenio Scalfari hanno però fatto i conti senza l’oste. Eugenio Cefis è ben protetto da una fitta rete di personaggi che quasi sei anni dopo, il 21 maggio del 1981, figureranno tutti insieme appassionatamente nella lista della loggia massonica deviata soprannominata P2.
Ma sul proscenio non ci sono soltanto i massoni congiurati. Nel racconto, sempre incalzante, ecco sfilare l’eterno Andreotti, il segretario di Stato Vaticano Agostino Casaroli, il Ministro degli Esteri Gromyko, il Segretario di Stato americano Henry Kissinger, e tanti altri ben noti personaggi della politica italiana di allora, fra i quali numerosi esponenti del PCI come Ugo Pecchioli, Gianni Cervetti, Luciano Barca, Eugenio Peggio, Giorgio Napolitano.
La posizione di molti di quei dirigenti del PCI è quantomeno ambigua. La sensazione è che percepiscano la clamorosa vittoria del PCI alle elezioni come una sciagura. Sembrano disposti a scendere a patti anche con il diavolo pur di scongiurare un cataclisma politico. Questo pericolo da scongiurare, del resto, vede tutti d’accordo: gli USA, l’URSS, e il Vaticano. Oddio, non proprio tutti. Tutti tranne il segretario del PCI Enrico Berlinguer, che sembra distante come un comune mortale dalle stanze del potere.
Del resto, quando Enrico Berlinguer venne più tardi interrogato dalla Commissione P2 presieduta da Tina Anselmi, rispose evasivamente a tutte le domande e fece la figura barbina di uno studente impreparato. I commissari dapprima sospettarono che fosse in qualche modo “prigioniero” della P2, ma poi giunsero alla conclusione che il segretario del PCI doveva essere del tutto ignaro di ciò che accadeva nelle cucine del PCI. Conclusione confermata di recente dalla viva voce di Aldo Tortorella, che in un dibattito presso l’Associazione Berlinguer del Quadraro a Roma, dichiarò che pur essendo stato nominato da Berlinguer coordinatore del partito, egli aveva di fatto sopra di se’ Ugo Pecchioli e non poté mai accedere a notizie riguardanti l’amministrazione del PCI. “Chi va al mulino s’infarina”, disse quella sera Tortorella parlando del modo in cui il partito si avvicinò al potere.
Io non posso dimenticare che in quella notte del 21 maggio, quando venne diffusa la lista degli aderenti alla P2, noi dell’Unita’ non sapevamo letteralmente cosa scrivere. Telefonammo senza sosta al partito ma nessuno ci rispose.. Soltanto all’alba, Ugo Pecchioli alzò il telefono e alla domanda su cosa diamine fosse la P2 rispose testualmente “Non ne sappiamo un cazzo”. Improbabile. Altamente improbabile.
Ancora dal “Superpotere”.
Giulio Andreotti, che nelle pagine del libro Agnelli incontra all’ippodromo parigino di Longchamp (fin troppo risaputa la passione di Andreotti per le corse dei cavalli), illumina la situazione del momento da par suo:
“Oggi i comunisti sono in difficoltà; hanno avuto una valanga di voti che devono amministrare non per la rivoluzione ma per il buongoverno, non per il cambiamento ma per l’ordine e per i sacrifici”.
Il divo Giulio ne ha anche per Pasolini, e allude all’articolo più pericoloso (“Perché il processo”, scritto il 28 settembre del 1975 per il Corriere della Sera in risposta a un articolo uscito il 14 settembre sulla Stampa di proprietà di Agnelli) che il poeta abbia mai scritto:
“Pasolini -spiega Andreotti- vuole mettere solo i democristiani sotto processo per indegnità pubblica; ma chi mette sotto processo gli intellettuali, gli imprenditori, la classe dirigente che ha mancato in questi anni? I comunisti vogliono un bagno di moralità pubblica: benissimo, facciamolo questo bagno. Tutti insieme, però”.
Più avanti, nel “Superpotere”, l’Avvocato Agnelli metterà a punto anche un dossier compromettente su Andreotti, ma il dossier verrà rubato.. Ebbene, si dovrebbe trattare di quel dossier che “andava recuperato a tutti i costi eliminando chi lo avesse letto”, come sosteneva il senatore democristiano Gaetano Verzotto, vicepresidente dell’ENI, probabile autore di “Questo è Cefis”, e potente intermediario fra la DC e la Mafia.
Quel dossier lo ebbero tra le mani Pasolini, assassinato nel 1975, il giornalista Mino Pecorelli, crivellato di colpi in pieno centro a Roma nel 1977, e il colonnello della Guardia di Finanza Salvatore Florio, travolto da un pirata della strada nel 1978. Tutti morti. E il dossier non fu mai trovato.
Il finale del “Superpotere” contiene un colpo di scena straordinario. A qualcuno forse interessa sapere dove sono finiti i 1000 miliardi di debiti di Eugenio Cefis (fuggito in Svizzera nel 1977 dopo che Enrico Cuccia gli aveva negato un aumento di capitale per Montedison)?
La risposta la fornisce Monsignor Casaroli, Segretario di Stato Varicano, allo stesso Eugenio Cefis che lo va a trovare:
“Vede, caro Dottore, non si poteva consentire che aziende come le sue andassero, come dice lei, a ramengo. Il governo ha dato ordine alla Banca d’Italia di procedere al congelamento dei debiti della Montedison e la Banca d’Italia ha trasmesso l’ordine alle banche che vi avevano anticipato i soldi”.
“Quindi…è la Banca d’Italia il mio nuovo padrone?”, balbettò pallido il capo di Foro Bonaparte.
“No!” ribatté Casaroli “La Banca d’Italia, a sua volta, ha ceduto tutte le quote a due nostre finanziarie…”
Non manca nessuno e non si si salva nessuno nell’Italia dell’autunno del 1975. Negli anni a seguire, verranno il rapimento di Aldo Moro (che Andreotti nomina in questo libro con palese sufficienza), innumerevoli omicidi tra i quali quelli di Roberto Calvi e di Michele Sindona, senza contare il rapimento di Emanuela Orlandi e tanti, tanti altri fatti di cronaca e di crimine.
Mi fermo qui. Ho rivelato anche troppo. Ma vi prometto che presto potrete leggere questo libro perché verrà ripubblicato, e se per l’occasione si faranno vivi anche i due sedicenti giornalisti inglesi saranno i benvenuti perché potranno fornirci ulteriori informazioni.
Nell’attesa, chiederemmo volentieri a un altro Eugenio, Eugenio Scalfari, se la sua memoria di ferro gli suggerisce qualcosa a proposito di questo libro.. Glielo chiediamo sul serio, da colleghi a colleghi, dalle modeste colonne di Globalist a quelle celebri e prestigiose di Repubblica, che apparve in edicola pochi mesi dopo l’uscita del “Superpotere”.
Vorremmo sapere anche se qualcuno ha avuto modo di leggere, a suo tempo, “Il Superpotere”. Noi non ne avevamo mai neppure sentito parlare. E dire che un libro del genere, se lo avessimo avuto tra le mani 42 anni fa, sarebbe sicuramente esploso come un ordigno nucleare. Vuoi vedere che Eugenio Cefis riuscì a farlo sparire come fece sparire “Questo è Cefis” del sedicente Giorgio Steimetz?
Per fortuna, i tanti oscuri e occulti protagonisti di vicende come queste una copia la conservano sempre. E per disgrazia, quando muoiono, i loro avidi, stolti ed ignari eredi si sbarazzano di quei polverosissimi, inutili libri facendoli finire sulle bancarelle dei rigattieri.
Ma che ne è stato, in fin dei conti, del duello all’ultimo sangue tra l’Avvocato Giovanni Agnelli e il Dottore Eugenio Cefis? Lo racconta Aldo Ravelli, “grande vecchio” della mercato borsistico milanese, in un’intervista a Pietro Visconti apparsa su Repubblica il 15 gennaio del 1996.
Eugenio Cefis esce di scena improvvisamente nel 1977, fuggendo in Svizzera. “Stavano per arrestarlo -afferma Ravelli- e non per storie di tangenti ma per motivi ancora più gravi. È Cefis aveva rapporti stretti molto stretti, con Fanfani. Secondo me, in quella primavera del’77, stavano per arrestare anche lui”. Ravelli prospetta addirittura uno scenario pre-golpista che sarebbe appunto stato architettato da Cefis e Fanfani, e che sarebbe fallito “per merito di una sola persona, Gianni Agnelli nemico di Cefis…”

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Quanto al povero Pier Paolo Pasolini, il quadro storico del suo assassinio è sempre più preciso e dettagliato. I riluttanti magistrati della Procura di Roma sono certamente consapevoli che riaprire le indagini sulla sua morte può voler dire indagare sulla Storia d’Italia occultata e negata dall’8 settembre del 1943 ad oggi e probabilmente pensano “chi ce lo fa fare?”. E’ comprensibile. Stiamo parlando di un lungo, colossale mistero che resiste da ben 75 anni. Neppure l’Unione Sovietica è durata tanto.
Trentatré giorni prima della sua morte, il 28 settembre del 1975, Pasolini scriveva sul Corriere della Sera: “Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del SID. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della CIA. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso…”
Pasolini punta il dito contro i servizi segreti italiani, i servizi segreti statunitensi, la mafia, i governi corrotti. Serve altro per firmare la propria condanna a morte?
Oggi, 2 novembre del 2017, siamo ancora fermi allo stesso punto. Ma le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Sulla scena politica italiana di oggi recitano e ballano soltanto giullari. Se non sappiamo più chi siamo, diventa impossibile capire dove siamo diretti.
Ma oggi le cose sono cambiate. Oggi l’Italia è un paese a brandelli ma non è più il
paese umiliato e sconfitto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Oggi, come chiedeva Pasolini, questo processo s’ha da fare. Non lo dobbiamo soltanto a lui. Lo dobbiamo soprattutto ai nostri figli.

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