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La serie Tv di Zerocalcare è la più vista su Netflix Italia: il linguaggio universale è il segreto del successo

Il capolavoro del fumettista conferma nuovamente il grande talento di un autore capace di dare una nuova linfa ad un tipo di letteratura considerata ormai secondaria, e lo consacra a “testimonial” della sua generazione

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globalist

6 Dicembre 2021


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Di Manuele Calvosa

Bastano i primi due episodi di “Strappare lungo i bordi” per capire che Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è un artista che fa della semplicità la sua arma migliore. Bisogna però andare fino in fondo per apprezzare un lavoro che ha qualcosa di molto, ma molto, più complesso. Qualcosa di più ambizioso e che indaga sui lati più intimi e profondi del genere umano. 
Complessivamente la durata dell’intera stagione (6 puntate) è di circa due ore, quindi alla portata anche dei meno avvezzi al meccanismo seriale, perché può essere tranquillamente vista tutta d’un fiato proprio come un film.
Si ride molto all’inizio; si piange tanto alla fine. Sembra quasi di trovarsi davanti ad uno specchio perché Zerocalcare racconta un po’ il vissuto di noi tutti. La storia ci proietta verso il nostro mondo, quello più intimo e recondito, fatto di ricordi e occasioni perdute. 

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La narrazione ci ostenta molti aspetti del nostro essere che in genere facciamo finta di non conoscere ma che invece, una volta finita la visione dell’ultima puntata, ci verrà naturale accettarli con tenerezza. Il linguaggio è semplice, talmente tanto da aver attirato le critiche di una fetta di pubblico per l’utilizzo esclusivo del dialetto romano. 
In “Strappare lungo i bordi”, Zerocalcare ha mostrato di saper far ridere lo spettatore e allo stesso tempo  farlo riflettere, altalenando a discorsi collettivi, sociali e  politici, un’intima autoanalisi, nuda e cruda, nella quale potersi rispecchiare.
Per il fumettista questo processo di immedesimazione, però, non è dettato da una questione generazionale, ma universale: ha a che fare con fatti della vita quotidiana, quelle questioni irrisolte che tutti noi ci portiamo dentro e che, talvolta, cerchiamo di nascondere.
Perché “Strappare lungo i bordi” non è solo la serie tv più vista su Netflix Italia in questo momento, ma è anche il ritratto generazionale di quella fetta di popolazione nata a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, che risente quotidianamente della pressione sociale della vita che scivola inesorabile ed in modo immutabile.
Ma cosa esprime? Di cosa parla? “Ci hanno insegnato fin da bambini a seguire la linea tratteggiata, a strappare lungo i bordi predefiniti seguendo una strada già stabilita, ma se questo metodo non funziona? Se la linea tratteggiata si perde? Se si sbaglia qualcosa in questo delicato processo, poi che succede?”
Ed è proprio questo il tema centrale di “Strappare lungo i bordi”: in questa serie Tv, l’autore ha espresso quel “sentimento di inadeguatezza e fragilità universale”, che tanto attanaglia i Millennials, coloro che vivono la propria vita in un continuo stato di precarietà e che non possono fare a meno di riconoscersi nel personaggio principale, negli eventi che deve affrontare e nella sua coscienza sotto forma di armadillo, che è un po’ la coscienza a cui tutti ci appigliamo.

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Aveva recentemente dichiarato di non essere di certo il più bravo nel suo mestiere, ma piuttosto quello a cui “le cose funzionano meglio”. Ed è così: in un’epoca in cui il fumetto è diventato una “letteratura secondaria”, Zerocalcare è riuscito a dargli una nuova linfa raggiungendo risultati immaginabili (basti pensare che ha superato la serie fenomeno Squid Game su Netflix in termini di gradimento dei fruitori del servizio).
“Strappare lungo i bordi” si dipana tra il racconto di un’amicizia trascurata e mai decollata,  a quello di una casa sottosopra raccontata con i toni fantasy del Trono di Spade fino ad inerpicarsi in questioni delicatissime come il rapporto tra giovani e il mondo del lavoro. Il flusso di coscienza di Zerocalcare ci concede momenti e riflessioni esistenziali di alta fattura e di una profondità incredibile.

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Il fumettista ci spinge all’autocritica e all’autoanalisi interrogandosi sui suoi limiti, sul suo perenne immobilismo, perseverando nell’essere “cintura nera quinto dan di schivare la vita”,mentre gli altri vanno avanti.
Ci costringe ad osservare la realtà e al tempo stesso a guardarci dentro, affrontando quello che c’è fuori, suggerendoci chiaramente di affrontare la vita così com’è, godendoci tutti gli attimi e sfruttando ogni singola occasione.
Perché il tempo passa e corre inesorabilmente veloce, sfuggendoci quasi di mano. Delle domande sulla sagoma che stiamo piano piano tirando fuori dalla vita, strappando lungo i bordi, illudendoci che si allineerà sempre con quella che abbiamo sognato o sogniamo di noi stessi, è sempre bene farsele, ricordandosi sempre, però, che tanto “tutti i pezzi di carta sono buoni per scaldarsi”.

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