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Greenaway: "Dalle pecore a Parigi, così sarà il mio film sullo scultore Brancusi"

A Firenze il regista presenta un assaggio di "Walking to Paris", lungometraggio sul giovane artista che vuole portare a Cannes 2019. E lancia un monito sulla bomba atomica

Greenaway: "Dalle pecore a Parigi, così sarà il mio film sullo scultore Brancusi"

admin

15 Novembre 2018 - 12.35


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Con una magnificenza di immagini nitide e fiabesche tra boschi, sentieri, vallate, colli dove di tanto in tanto compare come premonizione una fantasiosa Torre Eiffel, Peter Greenaway ha regalato allo Schermo dell’Arte di Firenze un assaggio di sei – sette minuti di “Walking to Paris”: è il suo film sul cammino a inizio ‘900 dello scultore Costantin Brancusi dalla Romania a Parigi e intende portarlo al Festival di Cannes 2019.
Aprendo il film-festival fiorentino su artisti e video d’arte in corso fino a domenica 18, nella sua conferenza-proiezione al cinema-teatro della Compagnia il regista ha punteggiato di ironia molto “british” l’incontro sul lungometraggio in lavorazione e su come e perché ami inquadrare paesaggi.
«Per diventare artista le pecore non erano la compagnia giusta»
Lo scultore nacque nel 1876 in un villaggio romeno e morì a Parigi nel 1957. Il film ricostruisce il viaggio compiuto a piedi dall’artista, poverissimo, nel 1903-1904, per raggiungere la capitale della Francia e, a quel tempo, cuore pulsante di un fervore artistico con pochi eguali nella storia. «Brancusi cambiò il volto della scultura del ‘900 – racconta Greenaway accompagnato dal laptop per proiettare sul grande schermo spezzoni di questo e altri film e video passati – A 26 anni decise di aver bisogno di una educazione culturale migliore ma restare in Romania non era una buona idee per diventare un artista famoso». Nella remota Romania le prospettive erano inesistenti. Correva il 1904. «Era sconosciuto, noto solo ai suoi genitori, che erano molto poveri, d’estate lo mandavano sulle montagne in Transilvania, quelle di Dracula. Là lui passava l’estate con le pecore. Non sono sicuro fossero una compagnia intellettuale adeguata» scherza l’autore che si rivelò con “I misteri del giardino di Compton House” del 1982 e in tutto ha firmato «60 film in 40 anni nell’intero spettro del film-making», dai cortometraggi alle grosse produzioni.
«Brancusi non aveva soldi e camminò per duemila miglia»
«Camminò per duemila miglia. Gli occorse un anno, primavera, estate, autunno, inverno, di nuovo primavera, portava con sé cosa gli serviva, non aveva denaro». Non ha lasciato diari né disegni, di quel viaggio, rammenta Greenaway. «Era molto timido, non amava il contatto con le persone» e, spesso, dormiva nei fossi. Con Emun Elliott protagonista, che peraltro dimostra una discreta somiglianza con lo scultore, e tra gli altri Remo Girone, “Walking to Paris” lo vede camminare tra paesaggi dove la luce netta esalta i colori del verde, del cielo, del bianco della neve, rende i dettagli nitidi con una qualità e un piacere dell’immagine elevatissimi. Greenaway lo inquadra disegnare in una locanda con tre avvenenti donne – si presume prostitute – che gli si offrono ma fugge a gambe levate insieme a una ragazza bionda che, dopo una notte da lei in cui succede qualcosa, un “incidente”, che al momento non sappiamo, lo accompagnerà per un lungo tratto in luoghi faticosi e stupendi. Di nuovo solo, il giovane Brancusi in montagna incontrerà una donna anziana di cui Greenaway non esita a mostrare la nudità in una luce calda quando il tabù, ancora, nella cosiddetta società dell’immagine è la nudità dei vecchi.
Le sculture come apparizioni nello schermo
Il regista vede il giovane Brancusi costruire sculture con pezzi di legno, pietre, foglie, neve sui monti, e inserisce di tanto in tanto tra gli alberi e la terra, come apparizioni, le opere che renderanno inconfondibile l’artista, sculture dove impera la purezza di forme astratte, lineari, purissime. Le riprese, avverte, non sono finite. Ha girato tra l’altro in Umbria, Piemonte, Puglia, e ricorda che fin da giovane aveva «fame di paesaggi, di mappe e di narrazioni», come era affamato di Tolkien quando Tolkien, ricorda, incuriosiva gli hippy e ben prima dell’approdo del “Signore degli anelli” al cinema.
«Con l’atomica rischiamo di dover dire “Goodbye pianeta»
Nato a Newport nel Galles nel 1942, cresciuto nella campagna inglese, come tanti britannici Greenaway ama i paesaggi: in “Walking to Paris” Brancusi attraversa ruscelli, condivide il fuoco (e della semplice acqua calda) con la ragazza bionda in una grotta dietro una cascata, si immerge in luoghi incantevoli. Il regista spezza però l’incantesimo quando proietta un pezzo di una sua clip in cui ha montato riprese delle «2.201 esplosioni atomiche certificate dal 1945 al 1996» mentre di quelle successive si sa molto meno perché coperte dal segreto. «È un film di 20 minuti, spero terrorizzi voi come terrorizza me» perché il rischio, avvisa, è dover dire «goodbye paesaggi, goodbye Europa, goodbye pianeta». Il regista guarda l’orologio, appura che il tempo sta per scadere, conclude, raccoglie una selva di applausi. Anche per la sua bella dose di ironia.

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