Peppino De Filippo, lo straordinario talento tra Totò e Pappagone

Nato e cresciuto nei palcoscenici ha avuto la grande popolarità proprio grazie a ciò che meno gli piaceva recitare

Peppino

Peppino

Giancarlo Governi 24 agosto 2017

Si parla ancora a tanti anni dalla morte, ed anche recentemente in occasione del centenario della nascita di Eduardo, ma non si parla più di suo fratello Peppino.

In vita Eduardo ebbe onori e riconoscimenti, meritati, meritatissimi, per carità, il suo teatro fu rappresentato in tutto il mondo e tradotto in tutte le lingue, persino in russo e in cinese.
Peppino invece visse sempre ai margini dello spettacolo, non fu mai accettato dalla cultura ufficiale, e il suo teatro, tranne rare eccezioni, non varcò mai i confini nazionali e non fu mai rappresentato nei teatri più importanti.
Peppino attribuiva tutto questo all’ostilità di suo fratello, più autorevole, più influente sulle maniglie della politica.
Lo disse a più riprese pubblicamente e lo scrisse anche in un libro di memorie, si intitolava “Una famiglia difficile”, in cui rivangava impietosamente le miserie della sua famiglia segnata da segreti e da liti furibonde.
A distanza di tanti anni possiamo dire che Eduardo, dopo Pirandello, fu il più grande commediografo italiano del ‘900, mentre il teatro di Peppino è un teatro minore, che riesce a mantenersi alto soltanto quando ricorre allo schema della farsa in cui Peppino è sicuramente re.



Ma possiamo anche dire che Peppino fu un attore straordinario, che nella corda comica superava suo fratello Eduardo.
Peppino nasce a Napoli nel 1903, terzo dei fratelli De Filippo, cinque anni dopo Titina e tre anni dopo Eduardo.
Peppino nasce in una famiglia difficile, come la definì lui stesso in un suo libro autobiografico che aveva appunto questo titolo.I tre fratelli portavano il cognome della mamma Luisa De Filippo che era una ragazza madre, in quanto aveva avuto i figli da un unione fuori del matrimonio con Eduardo Scarpetta.
Eduardo Scarpetta era il dominatore delle scene napoletane a cavallo tra i due secoli.Scarpetta grande attore, ma anche commediografo abilissimo, aveva rinnovato il teatro napoletano ancora legato alla maschera di Pulcinella e agli schemi della Commedia dell’Arte, attingendo a piene mani al Teatro Comico francese e inventando una maschera moderna che potesse sostituire Pulcinella nel cuore degli spettatori napoletani, la maschera di Felice Sciosciammocca.
Come tutti i figli di Scarpetta, quelli legittimi e quelli naturali, Peppino fu avviato al teatro prestissimo.
Per un po’ di anni i fratelli De Filippo artisticamente si persero di vista.
Ma poi Peppino e Eduardo decisero di fondare una Compagnia insieme e chiesero alla sorella Titina di unirsi a loro.
Si chiamarono Compagnia del Teatro Umoristico i De Filippo e ottennero subito grande successo in tutta Italia recitando prima nell’Avanspettacolo con atti unici farseschi che diventarono vere e proprie commedie in tre atti quando entrarono nei circuiti teatrali maggiori.
La compagnia dei fratelli De Filippo riscuote crescente successo per quattordici anni dominando le scene di tutta Italia mentre la fama del loro padre naturale Eduardo Scarpetta non era mai uscita da Napoli.
Nei primi anni i ruoli della Compagnia sono ben assortiti: Eduardo è il direttore artistico e Peppino il direttore amministrativo mentre Titina, che non aveva voluto partecipare ai rischi dell’impresa, figura come semplice scritturata.
Eduardo si riserva i ruoli del primo attore maturo, a Peppino vengono affidati i ruoli di primo attore giovane.
Nei primi anni tutto fila liscio come l’olio anche perché gli inevitabili dissapori sono soffocati dal clamoroso successo.
Ma quando Peppino comincia a crescere e a maturarsi, quei ruoli in un certo senso di seconda battuta cominciano a stargli stretti.
C’è poi l’incontro con Pirandello, il grande commediografo, che in un primo momento si risolve a favore di Peppino che interpreta il ruolo principale in un Liolà tradotto in napoletano da Eduardo.
Poi Pirandello scrive una commedia a quattro mani con Eduardo stesso che sarà definita la più brutta di tutti e due i commediografi. Ma l’attenzione dimostrata nei loro confronti dal grande autore mette come si suol dire qualche grillo per la testa di Eduardo che vuole battere strade più mature,mentre Peppino si sente sempre legato a quel teatro comico che ai tre fratelli aveva dato fama e ricchezza. La rottura è inevitabile.Dopo la rottura con suo fratello Eduardo a Peppino si aprono due strade: il teatro e il cinema.
Eduardo dopo la rottura con il fratello si sente come liberato e subito dopo scriverà le sue opere più mature come Napoli milionaria, Questi fantasmi dove fa sua la lezione pirandelliana e Filumena Maturano scritta per la sorella Titina.
Peppino ci metterà alcuni anni per decidere di mettere su un teatro suo, lo chiamerà Compagnia del Teatro Italiano in polemica con Eduardo che invece continuerà a scrivere e a recitare in napoletano.



Ma Peppino alla metà degli anni sessanta volle ritornare al napoletano e alla sua tradizione farsesca, al teatro dell’improvvisazione, alle maschere forti quelle che vengono da lontano e che rappresentano gli archetipi della comicità come la fame, il sesso, il potere, con l’aggiunta dell’equivoco e dello scambio di persona.
Quelle maschere insomma che lasciano il segno e che entrano nell’immaginario popolare.
L’occasione per questo ritorno gli viene data dalla televisione che in quegli anni è diventata non solo spettacolo di massa ma anche l’elemento unificante dell’identità nazionale e della lingua.
Peppino viene chiamato a presentare una gara fra canzoni, una sorta di Canzonissima legata alla lotteria di Capodanno che quell’anno si chiamava Scala Reale.Per l’occasione inventa il personaggio di Pappagone che diventerà una delle maschere popolari dei primi anni della televisione.
Peppino riprende il personaggio da una commedia di Armando Curcio un bravo commediografo napoletano la cui fama fu oscurata proprio dai fratelli De Filippo i quali però portarono al successo alcune fra le sue commedie come La Fortuna con la effe maiuscola, A che servono questi quattrini ed anche I casi sono due dove c’era questo personaggio di cuoco che si scopre figlio naturale e smarrito del suo padrone e che Peppino farà diventare Pappagone.
Pappagone rappresenta la maschera dell’uomo ignorante venuto dalla campagna.Lo possiamo vedere da come si veste, da come si pettina: i capelli incolti a caschettocon il ciuffo sulla nuca, un vestito rigatino tipo vestito della festa.E’ insomma il contadino sceso in città dalla campagna richiamato dalla grande trasformazione conseguente al miracolo economico.
La comicità di Pappagone nasce appunto dall’impatto violento fra due culture: la placida e immobile cultura contadina segnata soltanto dal ciclo del sole e delle stagioni e la società industriale di massa con le sue regole, la burocrazia, la lingua.Ed è proprio sulla lingua che Peppino opera l’operazione più interessante anche dal punto di vista della popolarità perché la gente, soprattutto i bambini, ripetono le sue stesse parole.
Al cinema realizzò novantaquattro film quasi tutti comici e della maggior parte dei quali fu protagonista e coprotagonista. Ma quelli che rimangono oggi sono soprattutto i 15 interpretati al fianco di Totò. Peppino avvia la collaborazione con Totò nel 1952 con il film Totò e le donne.


Insieme gireranno ben sedici film dando vita alla più straordinaria coppia comica del cinema italiano.
Ma Peppino non amò mai questi films che girò, come racconta lui stesso, soltanto per poter rispondere alle pressanti richieste del fisco ma, ironia della sorte, nella sua vastissima opera probabilmente sono rimasti nella memoria collettiva degli italiani, insieme a Pappagone ovviamente, proprio questi films che lui disse di aver girato per necessità.
Peppino sembrò fin dal primo momento la spalla ideale di Totò.
Anche lui infatti veniva dal teatro popolare napoletano in cui tutti gli attori improvvisavano e sapeva quindi tenere testa alle invenzioni repentine e inaspettatedi Totò.Tra i due si instaura immediatamente un rapporto vittima carnefice tenuto in piedi sempre da due personaggi poveri, vinti, entrambi vittime, ma che giocano a prevaricarsi fra di loro improvvisando espedienti di vita e facendo ricorso ad un linguaggio e ad espressioni gestuali totalmente inventati che capiscono solo loro. Ed è proprio dal contrasto fra la loro cultura di origine e la cultura della società in cui vogliono inserirsi che scaturisce la loro comicità irresistibile e dirompente.
Con la sua aria da vittima, da contadino ottuso e caparbio Peppino offre a Totò il destro per esercitare con esilaranti effetti comici la sua corda cattiva.