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Di Bonaventura: "Il mio cinema provocatorio contro i film alla vaniglia"

Intervista al produttore ed ex Presidente di Warner Bros. In autunno Deepwater Horizon e la produzione a Roma di American Assassin

Di Bonaventura: "Il mio cinema provocatorio contro i film alla vaniglia"

GdS

6 Settembre 2016 - 14.19


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Di Marco Spagnoli

@marco_spagnoli

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Ex Presidente di Warner Bros, Lorenzo Di Bonaventura ha iniziato una fruttuosa carriera indipendente producendo Constantine, Doom, Shooter, Four Brothers, Red. E’, però, con la saga di Transformers che il produttore ha avuto la sua prima grande occasione internazionale coinvolgendo il regista Michael Bay. In attesa nel 2017, di Transformers – The Last Knight e di potere vedere su Netflix la serie televisiva Shooter ispirata al film con Mark Wahlberg, il prossimo autunno, distribuito da Medusa, vedremo Deepwater Horizon diretto da Peter Berg ancora con Mark Wahlberg, John Malkovich, Kurt Russell ispirato al più grave disastro ambientale della piattaforma petrolifera del Golfo del Messico del 2010. “Quando ho letto l’articolo sul New York Times che raccontava la storia della Deepwater Horizon sono rimasto senza parole: non sapevo di quante persone fossero morte e di come fossero andati davvero i fatti. Mi sono documentato sempre di più e ho deciso di raccontare questa storia eroica di persone reali alle prese con una serie di eventi drammatici e straordinari.” Spiega DiBonaventura “Sono persone che conosciamo, che abbiamo incontrato e che hanno fatto delle cose pazzesche.”

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Cosa l’ha spinta verso questa storia?
I film sul petrolio sono sempre caratterizzati da qualcuno che urla ‘abbiamo trovato l’oro!”. In questo caso mi affascinava una storia differente e di grande umanità, nonostante la spettacolarità del racconto. E’ una storia di tragedia e trionfo così come è stato un altro film che ho prodotto alla Warner, La Tempesta Perfetta.

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E adesso c’è American Assassin…
Un sogno che si avvera: realizzare un film a Roma. Ho sempre immaginato un giorno di girare in Italia la biografia di Lorenzo De’Medici, ma nel frattempo inizio con questo film con Dylan O’Brien e Michael Keaton su una storia di antiterrorismo tra l’Italia e Londra. E’ il senso di giustizia dei protagonisti a guidare la storia.

Cosa pensa del mercato cinematografico?
Sono molto scontento: in America l’atteggiamento ‘corporate’ nei confronti dei film sta iniziando a creare ibridi. Hollywood è dominata da film alla vaniglia. Se lei chiede a 100 persone quale gusto piace di più, in alternativa, le diranno che la vaniglia va bene, perché nessuno è ‘sconvolto’ da questo gusto. Il cinema alla vaniglia vuole dire provare ad accontentare tutti con il minimo sforzo e questo non va bene. Spero che il pubblico reagisca contro questo tipo di cinema, perché se a Los Angeles si accorgono che gli spettatori non amano più la vaniglia, ecco che, finalmente, potranno arrivare gusti diversi. Io preferisco “provocare” il pubblico con film intelligenti e sorprendenti, molto differenti tra loro sul piano visivo e della narrazione. Lavoro solo ai film che mi interessano con lo scopo di riuscire ad interessare il pubblico.

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Cosa è cambiato dai suoi tempi alla Warner?
Gli executive a Hollywood non basano il loro giudizio sull’esperienza come una volta. Non guardano al successo delle persone, ma sempre ai numeri. Bisogna dare fiducia ai filmaker, ed è normale che, ogni tanto, qualche film non funzioni sullo schermo come sulla pagina. Quando sono arrivato a Burbank la regola era “Scegli il cavallo e cavalca. Non vincerà tutte le gare, ma la maggior parte sì.” Una filosofia perduta che si infrange ogni volta che un film va male. Non importa se è il quinto in una fila di successi. Tutti sono terrorizzati, perché è una cultura produttiva da Corporation e non da Studio hollywoodiano. Alla nostra epoca eravamo molto più coraggiosi: quando sei in quei ruoli devi dire molti no, perché non ci sono abbastanza soldi. Ma se dici no lo devi fare per motivi creativi, finanziari, di mercato rispetto a quanto succede nel mondo. Oggi la motivazione principale è ‘il rischio’. Anche io lo tenevo in conto ed era parte del processo decisionale, ma adesso è quello che domina ogni scelta. Una cosa che non capisco e che credo renda molto meno divertente il ruolo di executive oggi come oggi.
Film come Matrix, Three Kings, Trappola in alto mare non verrebbero mai realizzati, perché oggi questa gente è spaventata da una produzione diversificata così come era la nostra. Bisogna avere coraggio, invece.

Come guarda al cinema dei supereroi?
La spiegazione del loro successo è semplice: in un mondo difficile come il nostro portano storie di speranza, di intrattenimento e di divertimento per le famiglie. Sento dei miei colleghi dire che questo cinema finirà presto la benzina…non credo sia vero: chi non vorrebbe sentirsi sollevato per due ore al cinema dalla cronaca di oggi? La gente ha bisogno di sperare e i Supereroi sono come i Western dove sceriffi ed eroi senza nome portavano la giustizia dove non c’era.

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Parliamo del business della televisione visto che lei ne sta producendo sempre di più…
E’ vero, ma resto un “novizio”. Ho sempre guardato la televisione, ma quello che oggi la rende speciale è non solo la qualità, ma anche la “quantità” di ottima qualità. Stiamo vivendo un’esplosione di qualità che rende ancora più stretti i lacci e lacciuoli che tutti quelli impegnati nel mondo del cinema avvertono quotidianamente nel loro lavoro. Il pubblico è cambiato: oggi il pubblico delle serie adora tuffarsi nella profondità delle storie che raccontiamo loro. Cose che semplicemente non si possono fare in una storia di due ore. Al di là di tutto la forza della televisione oggi è potere far passare al pubblico dieci ore con lo stesso personaggio. In più il pubblico è sorpreso, perché i personaggi idiosincrasici creati in televisione sono sempre imprevedibili e così la narrazione è una costante sorpresa. Oggi la televisione affronta temi e soggetti che è molto difficile potere tradurre in film per il cinema. Inoltre, la struttura dei costi permette di raccontare storie intime ed originali in tv piuttosto che sul grande schermo.

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