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Nicola Guaglianone: così ho scritto Lo chiamavano Jeeg Robot

Intervista allo sceneggiatore Nicola Guaglianone, che ha scritto l'attesto 'Lo chiamavano Jeeg Robot', in uscita al cinema il 25 febbraio 2016. [Davide Monastra]

Nicola Guaglianone: così ho scritto Lo chiamavano Jeeg Robot

GdS

8 Febbraio 2016 - 14.40


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di Davide Monastra

“Tutto è iniziato anni fa. Faccio parte di quella generazione che veniva lasciata davanti alla tv, la nostra baby sitter e guardavo per ore e ore cartoni animati, i miei miti nell’infanzia. È questo rapporto con il mito che mi ha sempre affascinato e che mi ha spinto a ideare il film”. Parla così Nicola Guaglianone, autore del soggetto e sceneggiatore di “Lo chiamavano Jeeg Robot” insieme a Menotti, film presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e che adesso è atteso dalla prova dell’uscita in sala, prevista per il 25 febbraio 2016. È proprio la Bim Bum Bam generation, quella cresciuta a pane, nutella e sigle tv cantante da Cristina D’Avena ad essere la protagonista della pellicola.

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La storia è quella di Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), un malavitoso che entra in contatto con una sostanza radioattiva e dopo questo incidente scopre di avere un forza sovraumana. Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione, soprattutto per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio. Il gioco nella sceneggiatura, lo ha spiegato lo stesso Guaglianone: “Mi interessava principalmente approfondire l’età adulta e la separazione dal mito dell’infanzia”.

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Quindi per scrivere il film sei partito dal concetto di mito.

Il mito ci salva e diventa una fuga dalla realtà. Per Gabriele Mainetti avevo già scritto alcuni cortometraggi che partivano proprio dai miti dell’infanzia: per esempio in “Basette” il protagonista è Lupin, ma ho usato il mito per sfuggire alla realtà anche in “Tiger Boy” dove un bambino si copre il viso con una maschera, rifugiandosi nel mito del lottatore mascherato. Per Jeeg Robot, all’inizio avevamo pensato di scrivere una storia criminale su Roma. Sono cresciuto a Villa Bonelli quindi con i miti della banda della Magliana, con quei nomi antisonanti, le loro storie. Per la Magliana, la borgata, non è soltanto criminalità, non è soltanto cicche a tavola, padri scorbutici e gente sempre incazzata. Ci ho sempre trovato grande passione, grande affetto, e nelle famiglie ho sempre trovato una grande comunicazione, che manca nel mondo più borghese. Non mi sono voluto porre limiti e mentre scrivevo mi sono detto: “Ma se in mezzo ci mettessi un supereroe?”. Ho iniziato a pensare che era meglio portare al cinema qualcosa che non ha mai fatto nessuno, qualcosa che prima di tutto possa piacere a me come spettatore. In Italia è possibile fare un film su un supereroe? Sembrava quasi impossibile. E invece ci siamo riusciti.

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Rispetto ai cartoni animati giapponesi, il tuo supereroe fa parte dalla malavita. Come mai questa scelta?

Molto spesso in Italia, come in molti altri paesi, il potere è un privilegio, non è mai un servizio. In questo nemmeno il superpotere fa eccezione. Pensando al contesto italiano, ho deciso di scrivere di un supereroe che all’inizio pensa solo a sfruttare il suo potere per se stesso. Già di per sé questo è lontano dall’idea di supereroe dei classici americani, che hanno superato tutti i principi morali, per cui hanno accettato l’idea “che da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Ma per un ladro di Tor Bella Monaca è tutto diverso. Nelle mie storie al centro di tutto ci sono i personaggi e non mi piace quell’idea manichea per cui uno o è buono o cattivo. L’esempio in Jeeg Robot è il personaggio dello zingaro, il cattivo, che per è anche fragile… questi sono quei personaggi che ti rimangono dentro per sempre.

Nelle tue opere, lavori sempre mescolando più generi: in Jeeg Robot passi dall’anime giapponese alla criminal story.

È stata una sfida fin all’inizio e, ti confesso, ci ha un po’ spaventato. Quello che andava evitato in un film di questo tipo era spogliarlo dell’identità italiana. Il nostro supereroe andava sporcato del dolore di quella borgata, perché andava reso credibile, per non renderlo asettico. Del resto, basta guardare ai modelli stranieri, il supereroe ha sempre bisogno della metropoli e della sua gente.

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Come definiresti il film, per chi ancora non l’ha visto?

L’educazione sentimentale di un misantropo, una persona chiusa in se stessa che, grazie all’amore, riesce ad aprirsi agli altri.

In Italia abbiamo bisogno di un supereroe?

In Italia abbiamo bisogno di supereroi e soprattutto di miti. Joseph Campbell ci ha costruito la carriera su questo: abbiamo sempre bisogni dei miti giusti. Ripeto, il mito porta un po’ del nostro peso sulle spalle: io non ho capelli e il mio primo mito è stato Bruce Willis! Poi sono arrivati Bukowski, Leo Benvenuti, Larry David.

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A quali progetti stai lavorando al momento?

Dopo Jeeg Robot mi sto concentrando su altre tematiche, come ad esempio la diversità. Ho affrontato questo tema in “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, storia di due sorelle gemelle siamesi di 18 anni, cantanti neomelodiche napoletane, in un contesto difficile come Castel Volturno. Il film è distribuito Medusa: l’ho visto proprio in questi giorni e ho pianto tutto il tempo…

Quando sarà in sala?

Non si sa, penso Marzo o Aprile. Il soggetto è mio mentre la sceneggiatura l’ho insieme a Barbara Petronio e a Edoardo De Angelis, che è il regista. Con Barbara Petronio adesso sto scrivendo per Cattleya… Suburra, la serie.

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Ecco… a proposito di Suburra, che cosa mi puoi dire?

Nulla! (ride) Ti posso solo dire che siamo un bel gruppo di scrittura: Barbara Petronio, Daniele Cesarano, Fabrizio Bettelli e Ezio Abbate. Ci stiamo divertendo molto al momento.

L’ingresso di Netflix sul mercato italiano che opportunità può dare agli sceneggiatori?

Pu dare tante opportunità. Durante la mia carriera da sceneggiatore mi sono sempre sentito dire : “Questo non te lo fanno fare in tv”, e per questo noi stessi autori spesso ci siamo autocensurati. In realtà l’unica domanda che uno sceneggiatore deve porsi davvero è: “Questo funziona o non funziona?”.Credo che con l’arrivo di Netflix in Italia, noi sceneggiatori torneremo a porci solo quest’ultima domanda, il “ce lo faranno fare” non esiste più. Un’altra novità fondamentale è il cambiamento a livello produttivo: l’impostazione con Netflix o Sky diventa americana e, a differenza delle tv generalista, è la scrittura ad essere sempre il punto di partenza.

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Perché hai deciso di fare lo sceneggiatore? Mi spiego. Al giorno d’oggi i giovani sognano di fare il regista, l’attore, il montatore, ma mai lo sceneggiatore. È forse il lavoro più denigrato in Italia… perché hai scelto questa strada?

Io sono tra i soci fondatori della Guild Italia, un sindacato di sceneggiatori che ha come obiettivo quello di dare dignità a questo lavoro. I giornalisti in Italia, ad esempio, parlando del film non scrivono chi l’ha scritto. Si pensa che lo sceneggiatore sia un tecnico, ma con tutto il rispetto per i tecnici… lo sceneggiatore è l’autore del film. Fare lo sceneggiatore è una questione di carattere. Ricordo sempre la lezione di Leo Benvenuti che mi diceva: “Non pentirti mai di non aver fatto il regista”. Il regista pensa per immagini e lo sceneggiatore pensa per concetti. È un’impostazione di vita diversa. Ho già lavorato alla regia di un corto, apprezzato e che ha partecipato ai nastri d’argento, ma se dovessi fare un lungometraggio, vorrei che fosse scritto da un altro, magari che fosse anche un horror.

Infine, da questo 2016 che cosa ti aspetti?

Intanto aspetto l’uscita di Jeeg Robot in sala. Non ti nascondo che ho già avuto diverse offerte di lavoro, soprattutto perché del film se ne parla un gran bene e c’è grande attesa. Io per non sono bulimico, preferisco lavorare a cosa che mi piacciono e non ho la mania del fare, fare, fare.

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